Fare Voci - Gennaio 2017

 

Si inizia il nuovo anno con un numero ricco e vario,
la rivista “Fare Voci” rinnova quindi il proprio impegno
e lavoro nel dare attenzione alle voci, agli autori, allo scrivere
e al fare arte del nostro tempo.

In questo gennaio 2017 la voce d’autore è quella di
Chiara Baldini e di Roberto Lamantea,
il tempo presente ci porta nella sarajevo di Božidar Stanišić,
nel domandarsi a cosa serve la poesia Simona De Salvo
e nel parlare di salute mentale con l’antologia “Non ti curar
di me se il cuor ti manca 2
”.

E poi le immagini di Sara Occhipinti, con il suo progetto “Linea di confidenza”.
Con le altre note che sono del viennese Peter Holy.

Buona lettura

Giovanni Fierro

(la nostra mail: farevoci@gmail.com)
 

 

 

 

 

 

Immagini ------------------------------

I hear you rain

Linea di confidenza

 

di Sara Occhipinti
 

 

I hear you rain

 

 

 

 

Tempo presente -----------------------------

I buchi neri di Sarajevo

I racconti di Božidar Stanišić


di Stefania Maria Cardinali

 

Ritorna in libreria la raccolta di racconti “I buchi neri di Sarajevo”, documento importante per testimoniare l’assurda, ma reale e tragica, guerra che è divampata nel Balcani ad inizio anni novanta.
Sarajevo città assediata, Sarajevo città abbandonata. In queste pagine di Božidar Stanišić c’è tutto il dolore e lo sguardo umano di un tempo esploso, che è ancora presente.

 

Božidar Stanišić I buchi neri di Sarajevo

I buchi neri di Sarajevo” sono i buchi neri della nostra contemporaneità dove la violenza viene risucchiata e poi restituita, potenziata con la forza distruttiva delle ideologie e degli integralismi.
Povera Sarajevo, è lì come un Cristo in croce senza la resurrezione. La convivenza distrutta, l'Intelligenza pure.
Rimane, alle singole persone, ciò che può ancora dare un senso all'esistere, semplici e universali sentimenti: la miseria della propria solitudine, la dolce malinconia dei ricordi che il sogno fa rivivere in frammenti di vita significativi ma definitivamente perduti.
La realtà, ora, è un'altra in questa Sarajevo in cui anche il "silenzio è complice".

 

 

Intervista a Božidar Stanišić:

(di G.F.)


Cosa significa per te ritornare a parlare del tuo 'I buchi neri di Sarajevo'?
Se le opere letterarie nascono da un’autenticità delle circostanze della Storia, se vengono scritte per la necessità intima dell’autore di rivelare quel ‘qualcosa’ di diverso da ciò che al mondo viene presentato in una, magari in due dimensioni, ritengo che non si stacchino dalla mente di chi le ha scritte, anche se penso che il cammino di ogni opera sia autonomo.
Parlare pubblicamente di questo libro di racconti per me non è facile, a volte è angosciante e vado a presentarlo solo per il rispetto della casa editrice che coraggiosamente aveva fatto questa scelta editoriale, in un’epoca in cui il declino dell’arte della scrittura è più che evidente. Lo dico sperando di non fare una digressione dalla domanda. E basta capire la ‘logica’ delle vetrine: i libri più venduti sono libri migliori, e in questo declino domina la svalutazione dell’essere scrittori e dell’essere autori delle opere autentiche. Il 1993, quando l’edizione de “I buchi neri di Sarajevo” venne pubblicata dalla MGS Press di Trieste, sembra lontanissimo, ma a me è rimasto vicino – mi pare sia a portata di mano.
Volevo raccontare ‘qualcosa’ che usciva dal coro quasi all’unisono sulla Bosnia e sulla ex Jugoslavija, intendendo basare ogni racconto sul ‘documentario’, come un appoggio più onesto nei riguardi di me stesso e di un micro mondo che scompariva davanti agli occhi del Mondo.
Forse (in)volontariamente parlo di Aleppo?

 

Božidar Stanišić

A distanza di tempo dalla sua prima pubblicazione, cosa è rimasto della tua necessità, del tuo desiderio, di scrivere questi racconti?
È rimasto tutto, non vorrei negare nulla della sua sostanza semantica. Si tratta di un’opera in cui l’autore sta con le vittime, con i più deboli, con chi l’aveva pagata di più.
La ‘novità’ dell’edizione della Bottega Errante sta nella pubblicazione di un mio articolo sull’incendio della biblioteca scritto a fresco, lo stesso giorno di quell’agosto del 1992 in cui nella Sarajevo assediata incomincia il libricidio come segno estremo del rifiuto nei riguardi di una città multietnica.
Pensavo di aggiungere un altro articolo, scritto sulla distruzione del Ponte Vecchio ma poi ho ritenuto che è meglio che ‘argomenti del genere’ fossero lasciati a chi, come il sottoscritto nel caso dei ‘miei serbi’, lo facesse in nome dei ‘suoi croati’ - oppure che i crimini fatti dai mussulmani bosniaci fossero descritti da qualcuno che non sta tranquillo di fronte ai fenomeni di una disumanità assoluta.

In che modo, adesso, il tuo libro parla al nostro presente contemporaneo?
Il mio libro? Povero libro! I libri son poveri, camminano verso la mente umana come se fossero persone vive, ma non sono in tanti a dargli una stretta di mano. Anzi, non solo il mio – il poverino – ma anche tanti, tantissimi altri romanzi, racconti, saggi, testi teatrali, qualche poesia (se esiste ancora) raccontano noi stessi, ma l’intera ricezione ne avviene entro i limiti creati dagli interessi, dagli egoismi, dalle ipocrisie – quindi dai lati che nascondiamo e comunque pronunciamo quel luogo comune caro a tutti che ‘la letteratura è importante’.
Tuttavia, un’opera letteraria se davvero è tale comunica ‘qualcosa’ e se mi esprimo nei riguardi di questo libro pubblicato ventitre anni fa credo che esso, a qualcuno che non è rimasto privo della memoria, parla in modo implicito di quanto siamo ancora come delle foglie degli alberi. E non importa se le foglie sono di Quintiliano o di Ungaretti, è importante che suggeriscano con il loro fruscio quanto è importante, malgrado tutto e contro tutto il disumano che ci circonda, il dire quel ‘no’ dell’individuo che non accetta compromessi.

 

Božidar Stanišić

Che Europa vedi contenuta in queste tue pagine? È cambiato qualcosa dopo tutti questi anni?
A volte, durante gli incontri pubblici, sento sulla mia pelle qualche sguardo diffidente quando parlo dell’europeità del paese in cui sono nato, in cui mi sono scolarizzato e ho acquistato quel ‘qualcosa’ che a volte sinceramente chiamiamo cultura.
Anche se l’Europa del dopo 1989 non è quella del dopo 1945, è rimasto un dubbio comune – e non solo del cittadino comune – ovvero se l’Europa delle culture abbraccia davvero il mondo ex comunista e i Balcani. Se vivessimo una cultura normale, ad esempio, un saggio di Massimo Cacciari, il migliore a mio avviso scritto sul tema Europa, in cui il Vecchio continente è vissuto come l’Arcipelago, sarebbe nei programmi scolastici dall’Atlantico agli Urali.
Ma non viviamo un’Europa normale, che non è tale perché anche la cultura è diventata la sua figliastra – quindi non solo gli emarginati di ogni genere, che li vediamo quotidianamente, inclusa la generazione dei giovani. No, non è cambiato nulla al meglio. Se lo fosse, non esisterebbe il filo spinato sui confini di alcuni paesi. Che non è solo filo spinato ungherese o sloveno, oppure quel muro bulgaro – ma è nostro al cento per cento.

Pensando al presente, al libro si è aggiunta una nuova 'chiave di lettura'?
Certamente, la chiave di lettura si rivela cambiata ad ogni lettore nel momento in cui legge un racconto o un romanzo, venti o trent’anni fa è lo stesso; e non è importante se viene letto Kafka, Kiš, Pavese o Nabokov – ecco, mi fermo a solo alcuni esempi. Nel ‘canale’ di comunicazione reciproca fra la nostra esperienza e il testo letterario nasce una varietà di cose nuove, impreviste – a partire dai pensieri e dai sentimenti.
Pare che alla fine parlo da ottimista? Perché ogni libro degno del nome libro si apre con il suo mondo di domande, e a qualcuno comunque serve. Se per null’altro, almeno per una conferma che in più di qualcuno di noi, nonostante le Bellezze della Storia in movimento, esiste la coscienza libera, che pensa fuori dal coro della quotidianità.



L’autore:
Božidar Stanišić è nato a Visoko nel 1956. È uno scrittore, poeta e traduttore bosniaco.
Si è laureato alla Facoltà di Filosofia all'Università di Sarajevo, presso il dipartimento di storia e letteratura jugoslava. È stato docente di lingua e letteratura presso il liceo di Maglaj, località a nord di Sarajevo.
Dal 1992 insieme alla famiglia abita in Friuli a Zugliano in provincia di Udine, in seguito al suo rifiuto di imbracciare le armi e portare una divisa in conseguenza allo scoppio delle guerre jugoslave in Bosnia ed Erzegovina.
Ha pubblicato i libri “I buchi neri di Sarajevo” 1993, “Primavera a Zugliano”1994, “Non Poesie” 1996, “Metamorfosi di finestre” e “Tre racconti” 1998, “Bon Voyage” 2003, “Il sogno di Orlando” 2006, “Il cane alato e altri racconti” 2007 e “Piccolo,rosso e altri racconti”2012.
Diverse sue prose e poesie sono sparse in numerose antologie italiane e straniere. Alcuni suoi racconti, saggi e poesie sono tradotti in francese, inglese, sloveno, albanese, giapponese e cinese.


(Božidar Stanišić ”I buchi neri di Sarajevo”, Bottega Errante, pp 128, 13 euro, 2016)

Le traduzioni in italiano del libro sono a cura di Alice Parmeggiani e Rosalba Molesi.
 

 

 

 

 

Immagini ------------------------------

Ophelia

Linea di confidenza

 

di Sara Occhipinti
 

 

Ophelia

 

 

 

 

 

 

Voce d’autore ------------------------

Con un niente

da “Il bambino di seta”

 

di Roberto Lamantea

 

 

Roberto Lamantea locale

Un caffè dai vetri di legno antico.
Nessuno, solo una vecchia canzone francese.
Io al tavolino nero mogano. Un cameriere antico.
Solo come lui, come la città. È notte.
La stoffa sui tavoli è cotone cammello, più giovane del bar
che le fa teatro. Una canzone francese, "Ne me quitte pas",
Jacques Brel. La voce roca di whisky e Gauloises canta
un abbandono. Di un niente. È un niente la tua poesia,
la tua canzone. Il niente ha colori ocra e profumi di legno,
di uno specchio venato come riflettesse i secoli.
Il tempo del cameriere è senza tempo. Come la notte.

 

 

 

L’autore:
Roberto Lamantea è nato a Padova nel 1955. Ha trascorso infanzia e adolescenza tra il Friuli Venezia Giulia, la Liguria e il Lago Maggiore. Vive a Mirano (Ve).
Giornalista, critico letterario e di danza, è redattore della “Nuova di Venezia e Mestre” .
Le sue raccolte poetiche sono “Eucaliptus” (1975), “Ibis azzurro” (1979), “Xilofonie” (1994), “Nel vetro del cielo” (2006), “Verde notte” (2009), “Delle vocali l’azzurrità” (2013).
E la breve raccolta di saggi “Il bene necessario” (2006) su arte e violenza.
 

 

 

 

 

 

Tempo presente ---------------------------

Le risposte infinite

A cosa serve la poesia


di Simona De Salvo

 

Sia nell'atto di scrivere una poesia che leggendola, generalmente non ti domandi: a cosa serve? L'esigenza definitoria è separata dall'atto della scrittura, e della lettura altrettanto. Nel momento in cui incontri la poesia per la prima volta, l'uso particolare della lingua non sembra lasciare problemi insoluti: si scrive una poesia, si legge una poesia. La scrittura serve, in senso lato, per comunicare; per un assunto implicito, la poesia è un modo di comunicare. Se ci si accontentasse di questa definizione, con sollievo tutta la retorica sul significato di poesia perderebbe di importanza.
E' difficile però accontentarsi di questa definizione: davanti a una macchina per la pasta, se infiliamo la sfoglia e giriamo la manovella rispondiamo alla domanda “a cosa serve?” in maniera efficace; quando diciamo che la poesia serve per comunicare, non forniamo una risposta altrettanto convincente.
Domandarsi: a cosa serve? E' un'azione antropologicamente connaturata. Tuttavia, solo alcune risposte risultano soddisfacenti.
Cosa domandiamo, quando domandiamo “a cosa serve la poesia”? Qual è il suo uso pratico? Evidentemente no, domandiamo qualcosa di diverso. La domanda stessa sembra mal posta: vogliamo davvero sapere “a cosa serve?” - o vogliamo sapere qualcosa d'altro?

 

Il poeta è un camionista

Da “Il poeta è un camionista” di Ennio Cavalli, Archinto 2003:

"A che serve la poesia? Perché non lo si chiede per la prosa? A che serve la prosa? A che servono le scuole elementari, le penne a sfera e i moduli per le raccomandate? Perché non si fanno queste domande a proposito del calcinculo, del tirassegno o delle trofie al pesto? A che servono le trofie al pesto? Servono a non mangiarsi le unghie o i soliti maccheroni. Lo stesso vale per la poesia. Serve a non mangiarsi le unghie o i soliti maccheroni."

La domanda sull'uso rimane aperta per lasciare intravedere una – più sostanziale – domanda sul significato stesso di poesia. Ma allora: che cos'è la poesia? Appropriarsi della forma corretta della domanda non significa facilitarsi il compito.

Le risposte sono potenzialmente infinite.
C'è un'intervista molto bella, risalente all'agosto del '79, fatta dalla poetessa Adrienne Rich alla poetessa e scrittrice di Harlem Audre Lorde (e raccolta in “Signs- vol.6” per la prima volta nell'81):

Audre Lorde 

Audre: “Sí. Mi ricordo mentre leggevo nella stanza dei bimbi della biblioteca, dovevo frequentare il secondo o terzo grado, non di più, ma ricordo il libro. Era un libro di poesie illustrato da Arthur Rackham. Erano sempre vecchi libri; alla biblioteca di Harlem ci finivano sempre i libri più vecchi, nelle peggiori condizioni; “The listeners” (“Gli ascoltatori”) di Walter de la Mare. Non scorderò mai questa poesia.”
Adrienne: “E’ quella in cui un viaggiatore arriva a cavallo fino alla porta di una casa abbandonata?
Audre: "Sí. Bussa alla porta ma nessuno risponde: “C’è nessuno?” chiede.
Questa poesia mi rimase impressa. Alla fine il viaggiatore batte alla porta ma ancora nessuno risponde. Ma lui ha la netta sensazione che in casa ci sia qualcuno. Quindi si gira al suo cavallo e dice: “Dì che sono venuto ma che nessuno mi ha risposto, ho mantenuto la mia parola”, recitavo tra me e me questa poesia continuamente. Era una delle mie preferite. Se mi avessero chiesto “Di che tratta?” credo che non avrei saputo rispondere. Fondamentalmente fu questo il motivo principale che mi spinse a scrivere, il bisogno di dire cose che non riuscivo a dire in altro modo e che non erano neanche state espresse".

 

 

 

l’autrice:
Simona De Salvo è nata a Fiorenzuola D’Arda, nel 1993.
Si è laureata in filosofia presso l’Università degli Studi di Pavia.
Vive a Pavia. Nel 2013 ha pubblicato la sua prima raccolta poetica, “La memoria”, per Sigismundus Editrice. Dal 2015 è redattrice editoriale per la rivista indipendente di poesia e cultura “NiedernGasse”.
Nel 2016 ha fatto uscire la sua seconda raccolta, “La camiceria brillante dei miei anni” per Marco Saya Edizioni.

 

 

 

 

 

 

Immagini ------------------------------

Hardly wait

Linea di confidenza

 

di Sara Occhipinti
 

 

Hardly wait

 

 

 

 

 

 

Voce d’autore -------------------------

Noi sempre così funamboli

Il nuovo scrivere di Chiara Baldini

 

di G.F.

Chiara Baldini Prugne sulla pelle

E’ un esordio riuscito, quello di Chiara Baldini, con la sua raccolta poetica “Prugne sulla pelle’.
Queste sono pagine dove il concetto di ferita, ma anche il suo essere parte del vivibile, è una possibilità di trasformazione, di crescita. E il corpo diventa il luogo di questo manifestarsi, e permette alla parola di essere il laboratorio di una narrazione intima, e necessaria.
Chiara Baldini mette in evidenza una scrittura che è tessuto ricco, che vive di più intrecci.
Così i suoi testi costruiscono lo spazio dove poter stare, lo inventano e lo fanno diventare tensione.
A contare quante, e dove, sono le “Prugne sulla pelle”.

 

dal libro:


Corpo

La scava, rigurgito mattutino
di specchio, come un badile ossuto
che non perdona: è l’erba
amara che ha fatto in lei radici.
Solo una fodera stanca, la pelle
pesa e procrea tra le dita gelate
di una notte corta. Viaggia il tocco
sull’occhio di nebbia, supplica
un’identità. Poi scendono caparbie
le mani in pasta col corpo, mondato
di nuovo scusato. Lui e l’anima
macchiati di malattia.




Tazze

Consumo tazze.
Tazze di cacao rotondo
per schiocco di gola, bimba
docile, nello specchio tutto pastello
- Si lecca un baffo di gusto -.
Tazze di farina bianca, tu
- amore adolescente coi capelli fini
che più non mi ha voluta e ancora temo -.
Tazze di pace solubile girata al trillo
di un cucchiaino per mitigare la lingua.
Tazze calde consumo, di acqua nulla.
Con dentro una bustina di poco
che perfino mi basta.




Briciole

Noi sempre così funamboli
tra buono e sciocco fatti uguali
due rapaci seppure senza becco
ad affamarci, di noi nutrirci
- e poi tanto a bastarci in corpo -.
Tu lasciati dire se mai
vuoi da altri un mozzicone,
non sanno ancora che brace sei
sotto, fatta comignolo. Il nostro
tetto di buono, un panbiscotto.
Io non m’arriccio più, m’accolgo
a far su briciole da terra.
Sono quelle la dorsale diritta,
il sentiero del mio ritorno a te.

 

Chiara Baldini

 

Intervista a Chiara Baldini:

Di cosa si nutrono le tue poesie?
Per quanto cerchi una dieta varia, di fatto sono sempre stata una nostalgica e, come tale, il gusto per “l’occhio al passato” è per me quello più forte. Ad esempio, la mia prima silloge, rimasta inedita nella sua interezza, dà voce a oggetti dimenticati in una soffitta che, riscoperti, ricordano la propria storia. Le poesie presenti in "Prugne sulla pelle" sono nate in questo grembo, ma hanno una bocca più pulita dall’insistente retrogusto della memoria, piena soprattutto di bisogno. Quel bisogno che nasce solo dopo un percorso doloroso: il bisogno di svuotarsi, riconoscersi e poi riempirsi di nuovo. A nuovo.

Hanno trama fitta e parlano senza gridare; sta in questa tensione il loro equilibrio?
Sono contenta che, nel complesso, la lettura di "Prugne sulla pelle" restituisca un’idea di equilibrio. “Equilibrio”/“tensione” è un accostamento che mi fa pensare subito a un funambolo, probabilmente perché mi sento tale, non solo nella scrittura. Uso proprio questa parola nella poesia “Briciole” (pag. 46), di fatto una poesia d’amore: “Noi sempre così funamboli tra buono e sciocco fatti uguali” (…) Stare su un filo e non cadere è un po’ tutta la vita. Possiamo farlo con forza ed eleganza. Accettare eppure batterci, fare pace infine con la vita stessa, nonostante essa ci porti le Prugne: i lividi, il male da affrontare. Così si lascia andare il dolore senza necessariamente gridare, per riprendere le parole della tua domanda. Nel mettere insieme questa raccolta ho compiuto un atto di onestà con me stessa, decidendo di toccare temi come la malattia e la morte con la consapevolezza non tanto dell’esposizione agli altri (non scriverei altrimenti) quanto a me stessa: mettere su carta è ammettere che tutto è successo davvero e che quindi va vissuto. Ogni poesia in questo credo si accompagni, si faccia mutua forza. Ogni poesia è un piede messo davanti all’altro nella camminata sul filo.

E’ il corpo il luogo privilegiato dell'accadere di questo tuo scrivere? perché?
Ad essere sincera è la prima volta che mi concentro sul corpo, proprio per il tema scelto e per quel “bisogno” di svuotarmi e riscostruirmi. Il corpo è qui il luogo del male da raccontare, da affrontare. Direi che è il luogo della vita stessa. Non parlo solo del mio corpo, ma anche di corpi a me cari, uno incastrato nella sofferenza e uno che non c’è più. Parlo di malattia corporea e di male spirituale; quindi il corpo è anche il guscio dell’anima. Più in generale, quando scrivo mi affido a immagini che vedo solide davanti a me, spesso ancora prima che arrivi la parola giusta. Si potrebbe quindi dire che sono fisica nel mio fare poesia.

 

Chiara Baldini

Mi sembra che ci sia la considerazione di ‘ferita’ come possibilità, seppure dolorosa, a qualcosa di nuovo anche inaspettato …
Aneddoto: in occasione di un evento a Pordenone, ben prima di iniziare a lavorare sulla raccolta, ho ascoltato Alessandro Canzian usare proprio ‘ferita’ come metafora per definire la poesia: l’apertura che ci fa sì sanguinare, ma che permette anche la contaminazione, l’entrata del germe nel nostro corpo. Vedi che il corpo torna?
Questo incontro casuale (mai casuale!), mentre tenevo in tasca la prima bozza che già parlava di un taglio come un “ghigno goloso di conoscenza” e di una sutura da accettare, ha dato altro coraggio alla mia visione di ‘ferita’ come finestra aperta a una nuova visione di crescita e rinnovamento. Tutto dipende alla fine dagli occhi che guardano. Torniamo se vuoi al funambolo: può solo andare avanti e deve scegliere se farlo eretto e magari sorridente, per dare forza a sé e così al pubblico.

Però poi, alla fine, in questo tuo libro si diffonde un senso di pace, di compiutezza, che qualcosa di salvifico è successo. Può essere così?
È così. Il funambolo è giunto salvo all’arrivo. Ci saranno nuove camminate sul filo, ma ha le gambe più forti, ora. Inizialmente avevo pensato di dividere il libro in tre sezioni. Quella finale sarebbe stata “Curare il frutto”, per riprendere il tema delle prugne e per raccogliere i testi dedicati al piccolo-grande positivo: l’amore in tutte le sue forme, senza escludere quello ritrovato per me stessa. Nella quiete di una casa “guscio”, nel pelo del gatto, nelle setole di un pennello, nel petto e nella mano – per ritornare al corpo – di chi mi affianca e sostiene, il dolore ha trovato la sua risoluzione. Io mi sono ritrovata e la vita ha vinto.
 

 

L’autrice:

Chiara Baldini è nata a Roma nel 1976 e attualmente vive a Ravenna.
È stata finalista al premio letterario “Ulteriora Mirari – 2012” ed è presente nell’antologia “Fragmenta – volume II”.
Alcuni suoi inediti hanno ricevuto la menzione della giuria al premio Renato Giorgi 2013.
Fa parte del Gruppo 77 di Bologna.

(Chiara Baldini, “Prugne sulla pelle”, Samuele editore, pp54, 11 euro, 2016)
 

 

 

 

 

 

Immagini ------------------------------

A room of one’s one

Linea di confidenza

 

di Sara Occhipinti
 

 

A room of one’s one

 

 

 

 

 

 

Tempo presente -----------------------------------

Non ti curar di me se il cuor ti manca 2

La salute mentale in versi, e non solo

 

di G.F.

 

 

Non ti curar di me se 2

 

Il 10 ottobre di ogni anno si celebra la Giornata Mondiale della Salute Mentale.
Non ti curar di me se il cuor ti manca 2” è un’antologia di 21 poeti, che alla Salute Mentale hanno dedicato un proprio testo.
Il volume diventa così un’occasione di riflessione, di incontro e di ascolto.
E luogo dove formulare nuove ipotesi di sviluppo culturale, artistico e sociale.

 

 

Intervista a Roberto Ferrari, curatore del progetto:


Occuparsi di salute mentale, significa anche leggere la nostra società contemporanea?
La sensibilità e le modalità di lavoro in Salute Mentale, a mio parere, sono la cartina di tornasole della situazione culturale, antropologica e, in definitiva, umana di una società.
Abbiamo assistito e partecipato alla rivoluzione culturale avviata da Franco Basaglia negli anni sessanta e settanta, un vero e proprio attacco all’ultimo castello inespugnato, dove i diritti dei cittadini erano seppelliti nella scenografia manicomiale delle mura, dei cancelli, delle reti, delle sbarre, delle pesanti porte serrate, ma soprattutto nella totale assenza di speranze e di prospettive da parte di quasi tutti gli operatori. Il successo di quella rivoluzione la si deve anche alla nascita di un movimento, che fece propri i temi proposti dall’intellettuale Basaglia e di tanti operatori. La legge 180 è il risultato della storia e dell’impegno culturale di un movimento, non di un singolo uomo.
Nel tempo presente i diritti sono certamente meglio protetti e applicati, talvolta con grande zelo istituzionale. Tuttavia devo sottolineare una tendenza inquietante, da parte di una grande parte di cittadini, a disinteressarsi del tema. Sembrerebbe trattarsi di un lento, quanto assodato, percorso di allontanamento dalla partecipazione attiva (ma anche “soltanto” emotiva) dentro i luoghi dedicati alla “cura”, forse una necessità di rendere invisibili, nuovamente, le persone con sofferenza psichica. Il fenomeno della delega si sta spingendo finanche a delegare le emozioni e l’empatia. I cittadini stanno perdendo la capacità di unire riflessione pratica ad azione concreta, semplicemente perché non sono più interessati all’argomento. La civiltà, nella quale siamo tutti immersi, ci aiuta, oramai, solo ad attendere un istante davanti alle porte automatizzate degli ipermercati. In quanto alla generalizzata perdita di motivazione negli operatori, è fatto oramai accertato. Le principali cause sono state evidenziate nell’Appello per la Salute Mentale promosso dalla Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica, già sottoscritto dalla maggior parte dei Direttori dei Dipartimenti di Salute Mentale italiani e dalle maggiori Associazioni e società Scientifiche, da cui propongo uno piccola parte: “I tagli alla sanità operati negli ultimi anni, le restrizioni al turn-over del personale, la riduzione dei centri di responsabilità per l’accorpamento delle ASL, con la creazione di Dipartimenti di Salute Mentale “monster” per oltre 1 milione di abitanti e lo snaturamento dei principi fondanti la salute mentale di comunità, ossia la prossimità dei punti di accesso con i livelli di governo, il radicamento territoriale, il legame con le comunità locali, stanno determinando effetti devastanti sulla qualità dei servizi e sulla motivazione del corpo professionale.

 

Non ti curar di me 2

 

In questo ambito, quale il ruolo della parola scritta? e della poesia in particolare?
La parola è potere: parla per persuadere, per convertire, o per costringere. Ralph Waldo Emerson racchiude in questo aforisma una verità inoppugnabile e proprio per queste caratteristica la parola richiede di essere utilizzata con grande sensibilità. La parola è anche materia prima della poesia, assieme al pensiero, che di parole, immagini, giochi di relazioni e immaginazione è composto. La poesia, poiesis, ha il significato di creazione, rivela concetti e stati d'animo in maniera evocativa e potente. Pensiero, parola, creazione, rivelazione. La parola scritta segna una mappa, materializza i percorsi del pensiero e dell’esperienza. La poesia è sempre rivelazione, riconsegna complessità a ciò che appare semplice per sopraggiungere, alla fine, alla sintesi eloquente. La poesia contiene sempre una proposta per comprendere emozioni e situazioni. Anche la parola poetica è potere e, se usata con la dovuta delicatezza e il dovuto rispetto, può aprire universi di contatto e di comprensione. Per questo la poesia in Salute Mentale è essenziale, anche se usata davvero poco.

Come porre, nonostante la sofferenza, la persona al centro di ogni attenzione e nella sua dignità, nel quotidiano?
Sono convinto che l’unico modo per porre al centro della propria personale esperienza di vita ogni individuo, sia quello di ascoltare i bisogni dell’individuo stesso e lasciare sullo sfondo i bisogni dell’istituzione nella quale l’individuo trascorre parte della sua esistenza quotidiana.
L’istituzione, se ascoltata con troppo zelo, può produrre mostri.
"Il 13 maggio (1978, legge 180, ndr) non si è stabilito per legge che il disagio psichico non esiste più in Italia, ma si è stabilito che in Italia non si dovrà rispondere mai più al disagio psichico con l’internamento e con la segregazione. Il che non significa che basterà rispedire a casa le persone con la loro angoscia e la loro sofferenza". Franca Ongaro Basaglia, 19 settembre 1978




Dal libro:

di Valter Lauri:

Parco Basaglia

Com’è verde questo Parco Basaglia
ricordato da tutti come luogo nero
i vecchi come un luogo da evitare
dove “ci stanno i matti”
dove non entrava nessuno
neppure ad essere parenti
e l’urlo dalle panchine era un canto
per far compagnia agli uccelli
e stavano seduti sulle panchine
o in piedi a parlare con Dio
perché loro lo guardavano bene negli occhi Dio
e lo bestemmiavano come fosse una preghiera
ma lui non ci badava e loro continuavano ancora
con urla e imprecazioni, all’infinito.
Com’era verde il Parco Basaglia
pieno di fiori bagnati dai pianti.
Io abbraccio gli alberi loro sanno il perché.



***


di Salvatore Cutrupi:

 

Diversamente uguale

Uguale sono,
diversamente uguale
a te,
sono un sasso graffiato
di strade calpestate
in lungo e in largo,
sono un tronco d’argilla,
un albero senza rami
e senza canto,
un cancello di legno
che cigola nel vento
dell’inverno.

Uguale sono,
diversamente uguale
a te,
un faro opaco
che chiede di avere
un po’ di luce,
un fazzoletto di carta
senza ricamo d’orli,
col bianco che si mescola
agli affanni,
tra un mormorio di voci
nei dintorni.

Uguale sono,
diversamente uguale
a te,
ho il volo dei gabbiani
nei pensieri,
i sogni che riempiono
i cassetti,
le mani sempre pronte
alla carezza,
e quei sorrisi
che coprono d’intero
la mia faccia.



(autori vari “Non ti curar di me se il cuor ti manca 2”, pp.46, 10 euro, Qudu editore, 2016)
 

 

 

 

 

 

Le altre note ---------------------------

La nudità di Vienna

Il nuovo cd di Peter Holy

 

di G.F.

 

 

Peter Holy

La Vienna che non ti aspetti. Intima, fragile e notturna.
In una manciata di canzoni e composizioni che sono il nuovo lavoro di Peter Holy.
Nove componimenti, dove Holy alla voce e al pianoforte firma un lavoro che si offre
nella sua completa ispirazione, accompagnato da Alex Vatagin al violoncello e da
David Schweighart alla batteria, molto jazzy.
La breve e strumentale “8” è la cartolina di presentazione, soffusa e rarefatta.
Three” esplora la notte, la scava e la mostra, con poche note di pianoforte a segnare
il paesaggio disegnato da violoncello e batteria, e il cantato di Peter Holy che aggiunge
un delicato profumo di solitudine.
Almost forgotten” si arrende al buio e lo indica, con Peter Holy e le sue note di pianoforte
ad inventare un sentiero che porta lontano.
Ice cubes” è una seduzione jazz, in continuo equilibrio su di una corda tesa, cantata da Holy.
Poi il ritmo si increspa un po’, con la breve “Shuffling cards”; ma con “Time”, “Statistics” e
Snail shell” Peter Holy canta una nuova occasione di nuda emozione, dove i tre musicisti
sanno costruire un tenue tessuto sonoro. L’intimità si fa più profonda ed ampia.
In chiusura “Finale”, breve commiato strumentale per un disco che accarezza la bellezza,
e sa viverla nel suo momento più importante.

 

Peter Holy

 

Il cd di Peter Holy, “Peter Holy”, è in download gratuito e legale qui: www.valeot.com/

 

 

 

 

 

 

Immagini ------------------------------

Faded by the winter

Linea di confidenza

 

di Sara Occhipinti

 

Faded by the winter

 

 

 

Intervista a Sara Occhipinti:


Cosa significa mettere anche se stessi, nel proprio oggetto di ricerca e forma artistica?
Essere al contempo dietro e davanti l'obiettivo non è stata una scelta né programmata né razionale, ma è accaduto.
L'autoritratto nella fotografia per me è meramente quello che l'autobiografia è in letteratura, un racconto di sé.
Quindi quando ho iniziato a fotografare con continuità, circa sette anni fa, le cose che volevo raccontare - l'introspezione, gli stati d'animo, gli affetti, le riflessioni sulla vita, i luoghi e le persone - mi hanno quasi obbligata a usarmi nelle immagini.

I soggetti delle tue foto sembrano cercare un dialogo. Cosa succede nei luoghi che tu crei con queste tue immagini?
Per mia natura sono piuttosto estroversa, per contrappunto mi affascina una comunicazione silenziosa che passa attraverso gli occhi.
Pertanto il dialogo che si può instaurare con l'osservatore, sebbene non sia l'obiettivo del mio fotografare, è innanzitutto visivo. Ad una seconda lettura, invero le immagini sono dense di diverse suggestioni, provocazioni, opinioni, tutti spunti per un possibile dialogo verbale.

Queste foto contengono interni ed esterni. E’ poi il corpo, quindi, a fare da sintesi? è lui la cerniera possibile, che li avvicina?
Il corpo è la connessione tra luoghi, certamente. Col corpo ci muoviamo da una dimensione intima domestica a quella pubblica e sociale. Il corpo però è esso stesso un luogo: di incontro del nostro tempo, del passato e del presente, di accumulazione del sentire con la carne e col cervello, di convergenza nella relazione tra la nostra interiorità e il mondo esterno.

Ogni tua immagine ha una propria musica, invita ad una intonazione, accende una melodia che poi si sviluppa nell'accadere delle immagini. Qual è il loro suono, quindi?
Le immagini più frequentemente derivano da un'ispirazione musicale, da un ascolto; altre volte è la storia che vorrei raccontare a spingermi alla ricerca del suono giusto che la accompagni. Non so perché, ma da sempre il meccanismo è questo. Forse è, semplicemente, che le cose che mi fanno star bene faccio fatica a separarle. In sintesi potrei dirti che il suono delle immagini è quello della malinconia, un mio stato d'animo ricorrente.

In queste foto sono lievi le tracce di colore, in questo bianco e nero che si fa corpo e spazio. A che punto è, allora, il tuo lavoro con b/n e colore?
Ho iniziato con fotografia che privilegiava nettamente il bianco e nero, per poi passare nel tempo, a delle immagini dove la scelta del colore o non colore è un fattore secondario. L'uso originario di pellicola probabilmente mi ha indirizzato verso il monocromatico, ma anche verso una fotografia di progetto, preparata e maggiormente costruita. Nel tempo, lasciando prevalere il digitale, mi sono anche abbandonata, piacevolmente, a una produzione di immagini più spontanea e immediata, più minimale e meno scenografica, ma forse più in armonia con il mio desiderio di raccontare la vita ordinaria, a mio avviso colma di verità e poesia.


L’autrice:
Sara Occhipinti nasce a Scicli (Ragusa) nel 1977. Consegue una laurea in ingegneria edile e un dottorato in urbanistica a Catania. Nel 2009 si trasferisce a nordest. Nel 2011 inaugura una galleria d'arte insieme al marito a Gorizia. Nella sua ricerca artistica la fotografia c'è sempre, analogica e digitale, soprattutto in bianco e nero.
Nel 2009 espone per Triestèfotografia e al Castrumfoto09 alla Pilonova Galerija di Ajdovšcina (Slovenia). Nel 2011 è selezionata all'Ivrea Off dell'Ivrea Foto Festival e alla GAF, Giovane Arte Fiera di Scicli (Ragusa). Nel 2013 partecipa all'istallazione collettiva CARNEM presso la Fabbrica del Vapore a Milano.

Le foto di Sara Occhipinti, qui presentate, fanno parte del suo progetto “Linea di confidenza”.

 

 

 

 

"Fare Voci. Rivista di scrittura"   

 

a cura di Giovanni Fierro

collaboratori: Guido Cupani, David Bandelj, Chiara Dorigo, Claudio Stocco, Eros Olivotto, Maria Stefania Cardinali, Salvatore Cutrupi, Cristina Dittadi, Fulvio Segato, Paola Dell'Anna, Nicoletta Storari, Ilaria Battista, Massimiliano Kovacic, Lucia Del Fabbro, Livio Caruso