Fare Voci - Marzo 2017

 


Una nuova occasione di lettura, con il numero di marzo di “Fare Voci”.
Anche questa volta la geografia di scritture ed immagini è ampia e viva.

Ricco il tempo presente, con le foto di Andrea Nicola, i racconti
sul precariato di Pericle Camuffo, e la domanda ‘a cosa serve la poesia?’,
a cui rispondono Raffaela Fazio e Roberto Marino Masini.

La voce d’autore è il “Canto alla durata” di Peter Handke, di cui ci parla
Hans Kitzmüller, che lo ha tradotto in italiano e pubblicato; e la raccolta
poetica di Gaia Rossella Sain, al suo esordio.

L’invito è alla buona lettura.

Giovanni Fierro



(la nostra mail è farevoci@gmail.com)
 

 

 

 

 

 

Tempo presente         .......................………

Di questo silenzio

foto di Andrea Nicola

 

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Tempo presente ----------------------------

“E tu, cosa fai per vivere?”

 Pericle Camuffo, racconti e precariato

 

 

Pericle Camuffo E tu, cosa fai per vivere?

 

“Passano i mesi e gli anni, e le cose vanno come devono andare, e tu vai con loro,
non puoi fare altrimenti, sono più forti di te.
E quando si stufano di averti addosso ti scaricano da qualche parte, da solo, e se ne vanno”.

Ritornare a questo libro è necessario. La raccolta di racconti “E tu, cosa fai per vivere?” di Pericle Camuffo
è un lavoro importante sul precariato. Lavorativo, ma anche esistenziale.
Diciannove storie dove l’esistenza umana è messa alla prova, portata alla sua sopravvivenza, alla modifica
della geografia emotiva di ogni protagonista.
Questo libro è materia viva. Non lascia indifferenti, è capace di cogliere il nostro tempo, e mostrarlo.
A viscere esposte.

 

 

 

La precarietà del vivere

di Maria Stefania Cardinali


E tu, cosa fai per vivere?” di Pericle Camuffo è una raccolta di racconti che della precarietà esistenziale
fa il proprio tema di fondo. Cruda precarietà che investe l'individuo, lo brutalizza a tratti, lo svuota, lo smarrisce.
La rabbia per un lavoro che non c'è o che non piace, si annega nell'alcol; i bar o i pub sono i santuari,
a buon mercato, in cui si immola la propria disperazione accanto al sesso, tentativo di un contatto carico
di aspettative precarie che sta tutto nell'immaginario del protagonista, che talvolta trova realizzazione nel
più banale dei modi.

In questo grigiore intenso, ma vivo, emergono alcuni personaggi: Emilio, il tossico spezzato dall’esigenza
di una sua identità e dal bisogno d'amore; Mauro operaio che fa una vita dura in fabbrica, disilluso da una
esistenza che dà poco ma pretende molto; Osvaldo Pecchia, comandante di sommergibili in pensione, si
sente vivo solo se riesce con qualcuno ad enfatizzare, al limite del ridicolo, il suo passato di successo;
anche il vecchio pittore, nel passato coglie il meglio di se stesso, il presente è sbornia; il grande poeta,
per concludere, ha necessità di qualcuno che ascolti il suo delirio di parole, non pretende di più.

Alla fine, il gruppo di amici getta nell'acqua le loro chiavi di gioventù, metafora dei loro sogni di evasione;
ora nella maturità sono solo inutile zavorra.
Solo il bambino che raccoglie foglie secche ha la forza e la volontà d'insistere per trovare, prima o poi, una
sua foglia verde da conservare, una diversa chiave da girare nella serratura del suo futuro.

 

Pericle Camuffo

 

 

Il fatturato di una vita

di Luca Buiat


E tu, cosa fai per vivere?” ha un bell'inizio, con "quell'umanità strana e perplessa che gira al mattino"
mi sono subito ritrovato. Lavoro da oltre venticinque anni con un contratto a tempo indeterminato in una
azienda metalmeccanica, e quindi di gente perplessa ne vedo parecchia…
Oppure "mille capannoni per mille lavori non un granché", e ancora "quel buco dove hanno buttato la loro
vita..
". Vado a citazioni, tipo "riempito solo di camion fermi come fossero grandi animali venuti a morire…",
o ancora questa bellissima "in fondo, ho solo voglia di salire sul ponte, la notte, e perdermi in un altro mare,
quello più grande, quello più su, in alto, il mare di stelle. Lo spazio libero del cielo senza barriere
", "Mi sento
distante anche da tutta la gente che lavora qui, sono abbruttiti dalla vita he fanno
".

Conosco molto bene l'odierna classe operaia, e sono in tanti che si sono ammalati, non solo
fisicamente, un ambiente dove è difficile conservare una certa umanità.
Eccone un'altra di citazione che ho tratteggiato sul libro: "Comunque, questa cosa del frega tu che frego io
è una specie di legge, il padrone di turno ride e ti frega, tu canti e lo freghi così alla fine ognuno ha il suo
e tutti sono contenti
".
Siamo diventati così, disumanizzati e profondamente individualisti…oppure, eccola la globalizzazione
riassunta in poche parole: "una fila di disgraziati morti di fame che chiedono meno soldi di te e sopportano
più di te, animali da soma da frustare e sfruttare
".

Fondamentalmente siamo numeri che devono fare numeri, aumentando fatturati e profitti dell'azienda
a cui abbiamo prestato una parte importante della nostra vita…
Non siamo più persone, ed è anche colpa nostra, perché abbiamo perso il senso della comunità, della
solidarietà, ma anche della vita stessa, perdendo il senso del "bello", pronti ad accettare tutto perché
chi siamo "noi" per cambiare le cose?

 

 

 

 

intervista a Pericle Camuffo:

di Giovanni Fierro


Che vite sono quelle narrate in questi racconti?
Sono vite minime. O meglio, sono impronte di vite minime lasciate sul selciato dell'esistenza che calpestiamo ogni giorno, spesso con indifferenza, molte volte con la consapevolezza del dolore. Ecco, sono spazi di consapevolezza in cui la vita ci appare sgombra di interferenze, per quello che è.
Camus, nella sua concezione dell'assurdo, spiegava la vita come una serie inutile di atti inutili, ma identificava come unica azione praticabile in questo scenario, la permanenza nell'assurdità ed invitava ad essere "Sisifo felice", perché anche la lotta inutile verso la cima, "basta a riempire il cuore di un uomo".

Mi sembra siano tutte situazioni di stallo, che sia il giusto commento al nostro presente?
Direi che sono momenti di sosta, di interrogazione, che non pregiudicano perciò la continuazione di un movimento d'esistenza. Se devono proprio essere un commento al nostro presente, certo sono un commento critico, la richiesta di un tempo e di uno spazio di riflessione che l'accelerazione innaturale a cui siamo sottoposti continuamente ci ha sottratto.

Poi, alla fine, in queste storie non è mai una questione di sconfitta o vittoria, ma solo di semplice sopravvivenza. Non rimane proprio nient'altro?
Decidere di sopravvivere o accettare la concessione della sopravvivenza, come unico perimetro d'esistenza possibile, sono due cose diverse.

Quali sono i punti di partenza, le provenienze, dei personaggi che animano questi racconti?
Una disposizione all'ascolto di ciò che accade dentro e fuori di sé.

 

Pericle Camuffo

 

Qual è stato il motivo che ha fatto nascere questa raccolta?
Se ogni opera, come suggeriva Rilke, nasce da necessità, quella che sta dietro a questa raccolta è la necessità di mettere faccia e voce all'interno della realtà che stavo vivendo, dopo aver scritto libri che avevano a che fare con realtà altre, non propriamente domestiche.

Cosa significa scrivere del proprio mondo, in special modo di quello della propria appartenenza geografica?
Penso che la "situazionalità", per richiamare Sartre, sia una caratteristica ineliminabile della scrittura, certo lo è della mia. Scrivere di ciò che si ha accanto e addosso nel tempo e nello spazio in cui si vive, anche temporaneamente, perché ci possono essere nella vita tempi e spazi diversi, rende quel tempo e quello spazio, e la vita all'interno di essi, una dimora e non un luogo di transito, un radicamento e non un sorvolo.

Il libro ha qualche anno, è cambiato qualcosa del mondo che hai raccontato?
Potrete capirlo leggendo la prossima raccolta di racconti, che è già pronta e che spero di far uscire entro l'anno. Vi butto qui il titolo: “Compro oro. Pago in contanti”.

 

 

L’autore:

Pericle Camuffo è nato a Grado (Gorizia) nel 1967. Si è laureato in Lettere all'Università di Trieste,
con una tesi sul rapporto tra filosofia e la poesia in BIagio Marin.
Ha pubblicato per le edizioni della Laguna il romanzo "Figli delle stelle", avventura on the road di un gruppo
d'amici sulle infinite strade dell'Australia, e per La Bottega del Caffè Letterario di Roma "Cose dell'altro
mondo
", libro che racconta un viaggio in Nuova Zelanda.
Per Stampa Alternativa ha pubblicato i libri "Walkabout. Ventimila chilometri sulle strade dell'Australia",
nel 2004, e “United business of Benetton: sviluppo insostenibile dal Veneto alla Patagonia”.
Con Nicoletta Buttignon ha curato e tradotto in italiano l’antologia di poesia aborigena “Inside Black
Australia
” (qudulibri 2014).


(Pericle Camuffo “E tu, cosa fai per vivere?” I libri del Litorale, 95 pagine, 10 euro, 2009)
 

 

 

 

 

 

 

 

Tempo presente           ----------------------------

A cosa serve la poesia?

di Raffaela Fazio

 

 

an 1

 

 

Si scava una parola
come nel tufo
una nicchia
che accolga cari
simulacri.

Nasce dal vero
l’immagine amata

e dal corpo assente
          il verso
che lo invoca, che tenta
di farsi nel tempo
        compenso
                    riparo.
 

 

 

 

l'autrice:

Raffaela Fazio è nata ad Arezzo e vive a Roma dal 1999.
E' laureata in Lingue e Politiche Europee e specializzata in Interpretariato.
Ha pubblicato diverse raccolte di poesia. La più recente è "L'arte di cadere".

(immagine: da una fotoinstallazione di Andrea Nicola)


 

 

 

 

 

Tempo presente          ..................………

Di questo silenzio

foto di Andrea Nicola
 

 

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Voce d’autore           ----------------------------

L'attesa delle parole

Gaia Rossella Sain, nuvole e lontananza

di Giovanni Fierro

 

 

Gaia Rossella Sain Di nuvole e lontanza

 

E’ un esordio riuscito, quello di Gaia Rossella Sain con la raccolta poetica “Di nuvole e lontananza”.
Una pubblicazione che nelle sue trenta pagine parla del "restare" e del "tempo", dove lo scrivere è una tela
su cui si muovono immagini e sensazioni.
La Sain è capace di mostrare in trasparenza il tessuto del vivere, quello che si intreccia con il ricordo
e con ogni possibile coniugazione del presente.
Le poesie di queste pagine hanno sempre la presenza della natura, essenza vitale che c’è e rimane.
Lo scrivere di “Di nuvole e lontananza” è un continuo sguardo, che non si stanca di porsi domande e
accettare risposte, anche quando mostrano i segni di ciò che si rompe e manca.
Non si fa da parte Gaia Rossella Sain, affronta le lontananze di una vita con l’invidiabile coraggio
di chi sa che ogni mancanza è una possibilità in più, per raccontare l’irripetibile presenza.





dal libro:


Daremo al tempo la colpa
(a te che non sei)

Verranno i giorni
e daremo al tempo la colpa,
dove l’attesa svanì il desiderio
e l’egoismo
chiarì il destino d’ognuno.

Piccoli verbi
crescono di tramonti
tesi alla memoria –
corpi mutevoli
senza nature di foglie.

E verranno le stelle –
petali
in calici aperti.





Dell’abitudine

Pioggia morta.

E nell’Isonzo
Scorro –
nel fango di rivi lenti
sotto il passo di qui,
il piede dell’abitudine
stesa
lungo le strade
con i piccioni
incollati ai pali
che aspettano

aspettano un botto forte
di grano maturo come il sole
che s’inchina
e resta oltre il fiume.





Per non farsi male

La paura di toccare
per non farsi male
perché dicevi

attenta che ti morde
attenta che ti prende

Così mi resta
il colore vacuo dell’infanzia –
e nel toccarsi,

già la paura di perdersi.





Senza titolo, rileggendo

Ho l’ombra di un tempo rotondo
attaccata al tallone,
girarsi voltarsi
saltar la campana –

ma i tuoi ricci non fuggono il buio di un anno,
davanti agli occhi le dita
e il cuore in ritardo.

 

 

Gaia Rossella Sain

 

 

Intervista a Gaia Rossella Sain:


In questo tuo libro c'è tanta natura (tramonti, foglie, castagne, mele, semi, terra...), che sembra sia il punto da cui partire, per scrivere queste poesie. E’ anche il punto a cui ritornare?
Il mio scrivere nasce quasi sempre dalla natura, dal suo farsi partecipe delle nostre piccole vicende private, e spettatrice in quelle di respiro più grande. È un punto a cui tutti dobbiamo tornare, per me è anche il punto dove restare. Sentirsi a casa guardando il cielo o sapere che la collina accoglierà sempre i miei passi scalzi, è in alcuni momenti consolazione e in altri forza e risorsa.

Nella tua raccolta c'è sempre un qualcosa, o un qualcuno, che svanisce, che sfugge (penso in particolare alle poesie di pag. 22, 26, 27). Sono queste le 'nuvole' del titolo?
Il titolo della raccolta è una citazione di Montale, estratta da una lettera del 1933 diretta a Irma Brandeis. “La mia filosofia? Non ne ho. Ne hanno estratto più di una dai miei versi, ma a torto. Per me la poesia è questione di memoria e dolore. […] Mia cara Irma, io sono abituato a cibarmi di nuvole e lontananza, ma tu meritavi qualcosa di meglio!”. Amo la poesia di Montale e, quando incrociai per la prima volta questo suo scrivere, lo sentii tremendamente vero e condivisibile. Fu come trovare il pezzo mancante di un puzzle - io che di nuvole vivo, sono affascinata dalla dicotomia che esprimono: la loro fugacità è splendida libertà ma anche dolorosa illusione... come le presenze, non solo fisiche, della mia vita e di questi testi, sfuggite alla terra per esser di cielo nelle diverse sfumature degli addii.

Come e dove, ti poni all'interno di queste tue poesie, qual è il posto del tuo stare fra queste pagine?
Questi testi sono stati scritti fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, periodo durante il quale il mio stare era un perpetuo annaspare, affogando fra le parole e le nuvole che li compongono. Ci è voluto un anno per alzare la testa, masticando i versi fino a metabolizzarli. Oggi, il mio posto è accanto a queste poesie: ho superato la tregua del silenzio, le sento mie ma non più armate e battagliere. Posso prenderle per mano e leggerle senza vacillare.

 

Gaia Rossella Sain

 

C'è una memoria, un passato, che piano piano prende sempre più la scena, fino a diventare protagonista. che memoria è? quale il suo cammino?
Pensando alla risposta da dare a questa domanda, per molto ha vagato nella mia testa l'espressione inglese “to linger” - ho cercato di rendere nel modo più adatto questa espressione, eppure la traduzione italiana “indugiare” non ha la stessa forza evocativa.
Questa silloge è interamente incentrata sulla memoria di un passato, velato dal filtro di una leopardiana nostalgia. È il racconto di un addio, di una separazione, di un ricordo che è stato torsione di stomaco e che si è trascinato a lungo – a questo addio si sono fuse le sfumature di altre separazioni, uno ieri che sfugge ma che resta più ingombrante dell'oggi.
Come ho già detto, il percorso di questa memoria oggi è fianco a fianco con i miei passi – è un cammino che mi vede partecipe e non spettatrice, voce accesa e non sopita. Una memoria che è diventata cosa preziosa, nostalgia creativa che stringe il cuore e che, nel ricordo di quel che è stato, lascia la consapevolezza di ciò che è.

Ci sono, e riecheggiano, anche gli haiku. In che modo fanno parte di questo libro?
Gli haiku sono diventati, da un paio di anni, compagni fedeli di viaggio; sono sempre stata appassionata di oriente (studiai Lingue Orientali all'università) e ho iniziato a scrivere haiku come esercizio tecnico e stilistico quasi per gioco, in momenti in cui l'ispirazione e la parola avevano bisogno di una guida e di uno stimolo diverso – inoltre, il mio fare poesia è molto legato alla natura, elemento fondamentale di gran parte della poetica orientale: la stagionalità, la partecipazione emotiva nei confronti del mutare delle cose umane e del mondo, la nostalgia che ne deriva... sono tutti temi che ritrovo sia nel fare haiku sia nel fare poesia.
Posso dire che la forma di questa raccolta si sia consolidata grazie all'influenza risolutrice degli haiku.

 

 

l'autrice:

Gaia Rossella Sain è nata nel 1987, vive a Udine. Alcuni suoi scritti sono stati segnalati in diversi concorsi,
e numerose sono le pubblicazioni in antologie. Fra queste “Cervo Bianco” (a cura di Fabrizio Corselli) e i
volumi di haiku “Hanami: Primavera” e “Hanami: Estate” (Edizioni della Sera).
Appassionata di poetica haiku, nel 2015 inizia a promuovere questa forma d'arte attraverso una mostra
fotografica itinerante dal titolo “Istanti” e con “Haiku nello zaino”, un progetto scolastico rivolto alle
scuole elementari.

web: https://gaiarossellasain.com/

 

(Gaia Rossella Sain “Di nuvole e lontananza”, edizioni Culturaglobale, pp. 33, 2016)

 

 

 

 

 

 

Tempo presente          ......................………

Di questo silenzio

foto di Andrea Nicola
 

 

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Voce d’autore          ---------------------------

Il canto alla durata

Lo stare nel mondo di Peter Handke

 

 

Peter Handke Canto alla durata

 

Canto alla durata” è uno scritto di Peter Handke, apparso la prima volta nel marzo 1986
e pubblicato in italiano per cura e traduzione di Hans Kitzmüller, scrittore e germanista,
nonché editore con il proprio marchio Braitan.
Canto alla durata” da pochi mesi è stato ristampato da Einaudi.
Ed è quindi l’occasione per ritornare fra le sue pagine, stare nel suo respiro, far vivere
la sua lettura. Per muoversi meglio nelle pieghe di ogni giorno.

 


da “Canto alla durata”:


Singolare è il sentimento della durata
anche alla vista di certe piccole cose
quanto meno appariscenti, tanto più toccanti:
un cucchiaio
che mi ha accompagnato in tutti i traslochi
un asciugamano
appeso nelle stanze da bagno più diverse,
la teiera e la sedia di vimini
per anni lasciata in cantina
o accantonata da qualche parte
e ora finalmente di nuovo al suo posto,
un altro, in verità, diverso da quello originario
e tuttavia al suo posto. [...]

Anche a casa mi si fa accanto molte volte
quando cammino su e giù per il giardino
nella neve, nella pioggia, al sole, sotto il temporale,
[...] oppure quando mi siedo nella mia stanza
al cosiddetto tavolo da lavoro -
non per attendere alla mia occupazione, al testo,
ma per fare tutti quei soliti gesti secondari:
spostare indietro la sedia,
dare uno sguardo nel cassetto [...]
sbirciare dalla finestra in giardino
dove i gatti lasciano le loro tracce
nella neve profonda e tra l'erba alta,
mentre ascolto da diverse direzioni a seconda del vento
il fischio e il trabalzare
dei treni che percorrono la pianura.

O durata, mia quiete!
O durata, mia sosta! [...]

La durata è il mio riscatto,
mi lascia andare ed essere. [...]
Chi non ha mai provato la durata
non ha vissuto.

La durata non stravolge,
mi rimette al posto giusto".

 

 

 

 

 

Peter Handke, Canto alla durata, una lettura

di Guido Cupani

Opera delicatamente postmoderna, il “Canto alla durata” di Peter Handke si apre con un'insolita
dichiarazione di intenti: «È da tanto che voglio scrivere qualcosa sulla durata, / non un saggio,
non un testo teatrale, non una storia – / la durata induce alla poesia.
» Si tratta, lo scopriamo subito,
di una poesia immune da vaghezza o arbitrio, e al contempo ben distante dai modelli novecenteschi; il tono
è diretto, colloquiale; l'approccio analitico: che cos'è la durata? «Un periodo di tempo? / Qualcosa di
misurabile? Una certezza? / No, la durata è una sensazione, / la più fugace di tutte le sensazioni».
E poco oltre: «Goethe, mio eroe / e maestro del dire essenziale, / anche questa volta hai colto nel segno: /
[…] la durata è la sensazione di vivere.
»

È facile tracciare un compendio dell'opera. L'autore procede in negativo, eliminando dapprima alcune
false percezioni della durata: non è durata il semplice ripetersi ciclico degli eventi («la morchella che ogni
anno rispunta / in un angolo diverso nel folto del giardino
»), né il ritorno ineluttabile di comuni sciagure
(«ogni giorno la radio che racconta un attentato, / ogni giorno uno scolaro investito»).
Non è durata neppure la sensazione dell'attimo, che invece può tradursi in angoscia esistenziale: Handke
rievoca una vacanza in Turchia con due amici (la scena idilliaca di un pasto di pesce sulla barca, di un bagno,
di un'escursione nell'entroterra – «e ti ho capito allora, Hubert, / appassionato di miti e di confronti,
quando hai definito "
biblico" quel luogo») in cui la sensazione del presente si tramuta all'istante in un senso
di estraneità e di nostalgia per il quotidiano e il domestico. «Ero riuscito sì a fermare l'attimo, / ma
nemmeno così / avevo qualche diritto su di lui. / […] Ancora una volta ho capito / che l'estasi è sempre un
che di troppo, / è la durata invece la cosa giusta.
»
Dove trovarla, dunque? Neppure in un semplice adagiarsi nelle consuetudini, o nella dedizione a un
compito. Pare davvero che non si possa parlarne se non per accenni: «una litania fatta di singole parole: /
sorgente, prima neve, passeri, piantaggine, / albeggiare, imbrunire, benda sterile, accordo.
»
Si noti la singolare accumulazione, che evoca sia il moto incessante dei meccanismi naturali, sia
(piuttosto enigmaticamente) il loro controcanto umano, fisico e mentale. La durata richiede affidamento.
«E qual è la cosa / a cui devo restare fedele? / Essa ti apparirà nell'affetto / per i vivi – per uno di loro – /
e nella consapevolezza di un legame / (anche soltanto illusorio).
»
Ecco la prima identificazione in positivo. La scoperta, è lo stesso Handke ad ammetterlo, non ha nulla di
eclatante, ma chiede di essere comunicata attraverso la scrittura, e coltivata attraverso l'amore.
«Il canto della durata è una poesia d'amore».

 

Peter Handke

 

Questo è il punto di svolta: di qui in avanti l'opera è davvero un'evocazione poetica delle forme d'amore
che permettono un'esperienza diretta della «sensazione di vivere» – l'unione di due amanti, descritta al
passato in una sequenza quasi cinematografica di dettagli corporei che cambiano al passare del tempo
(nello stupore degli amanti stessi, i cui corpi «invece di farsi male a vicenda / diventavano giocando uno
solo»); l'amore di un genitore per il figlio, colto nell'occhio di padre che vede appendere a distanza di anni
due cappotti di taglia diversa allo stesso attaccapanni, o che osserva il figlio nella folla («quando precedi
l'autobus in cui è salito / per poi veder passare, tra una fila di estranei dietro al finestrino / quell'unico viso
familiare
»); l'amore per se stessi; l'amore per gli oggetti che ci accompagnano.
L'amore, infine, per i luoghi di una geografia intima: sempre sul punto di non esistere («spesso non sono
nemmeno riportati sulle carte / oppure sono senza nome
») ma densi di significato per l'io che vi ritorna.
Handke ne identifica tre: il lago di Griffen (e il suo gemello lago di Doberdò), meta di gite d'infanzia, ormai
destinato a prosciugarsi o a essere inghiottito dall'autostrada ma ancora capace di risvegliare la sensazione
così preziosa di una permanenza nel tempo («risalivo a grandi passi il torrentello che lo attraversa / […] e
intorbidivo con i miei passi l'acqua limpida; / nubi di sabbia risalivano dal fondo / […] granelli d'argento,
forse destinati / al Mar Nero
»); la Porte d'Auteuil a Parigi, cesura fra la «metropoli» e la «foresta tropicale»,
luogo di traffico continuo e perciò «un perfetto modello dell'ogni dove»; e infine la Fontaine Sainte-Marie,
nel bosco vicino a Clamart e Meudon, un personale «centro del mondo» che l'autore ha scoperto andando
a prendere la figlia a scuola e che continua a frequentare con affetto. Luoghi capaci di zittire le chiacchiere
interiori («un tormento fatto di molte voci») per innalzare la mente ad «un pensiero esplicito, il mio
pensiero più elevato: / salvare, salvare, salvare!
».
Luoghi che ritornano alla mente anche nelle azioni più circoscritte, «avvitando tranquillamente una
lampadina, / soppesando una pietra con la mano, / maneggiando qualcosa con cura
».
Raggiunta con questi ultimi esempi la piena rappresentazione della durata, ad Handke non resta che
trasformare la riflessione in canto, lasciandosi andare «al palpito di un epos / in cui alla fine il bene trionferà».
Le ultime strofe sono come fratturate da scosse telluriche – le vibrazioni di questo canto, che «non
stravolge, / mi rimette al posto giusto
» – e raggiungono un lirismo soffuso, senza uscire dalla semplicità del
dettato. «Durata non c'è nella pietra immortale, / preistorica, / ma dentro il tempo, / nel morbido. //
Lacrime di durata, troppo rare!, lacrime di gioia.
»

L'opera ha ottenuto fin dalla sua prima pubblicazione un ampio riscontro (anche e soprattutto da parte del
pubblico italiano, come apprendiamo dalla postfazione di Hans Kitzmüller alla nuova edizione Einaudi dello
scorso anno). La forza del poema è nel suo essere onesto, privo di orpelli, e quasi sfrontatamente tale:
qualità che il lettore comune coglie e apprezza più del critico e del recensore.
Anche nei passaggi di maggior trasporto emotivo (che Handke ama sottolineare per traslato attraverso il
riferimento preciso a piante e fiori) l'intento non è mai decorativo; l'autore punta all'esattezza; la penna è
sempre ben salda in pugno. E perciò si riesce a credere che nel suo giardino vi fosse proprio un'aiuola di
erba stella, che l'amico Felix abbia spezzato salvia selvatica e mentuccia sull'astice; e pare di vedere davvero
la trattoria presso la Fontaine Sainte-Marie, «tinteggiata di rosso all'esterno, / accogliente all'interno».
Tutto concorre a trasmettere al lettore il bisogno della durata (a cui è necessario andare incontro: «il
semplice starsene a casa non basta
») non come un artificio letterario, una forma di allegoria, ma come una
consapevole presa di posizione esistenziale. La franchezza è rinfrescante e contagiosa.

 

Peter Handke

 

Peraltro, lo stesso Handke riconosce che la sensazione è solo in parte comunicabile.
«Resta vero: / la durata non è un'esperienza collettiva. / Essa non forma un popolo», benché «tuttavia
nello stato di grazia della durata / finalmente non sono più io solo
». Un limite dell'opera è che si limita a
definire, ad esemplificare la durata, senza però riuscire a riprodurla (come, etimologicamente, spetterebbe
a una vera pòiesis). Il lettore non ne fa esperienza diretta attraverso il corpo della poesia: a questo non
bastano l'onesta dell'esposizione e l'accuratezza degli esempi. Forse è un effetto del distacco che un'opera
programmatica non può non generare, presentandosi esplicitamente come canto e non come creazione.
Preferisco tuttavia un'altra spiegazione: Handke ha espressamente evitato di ricreare la durata, ben
sapendo che essa sfugge al nostro controllo («sulla durata non si può fare alcun affidamento»).
Si tratta, in questo caso, di umiltà. Al lettore è lasciato il compito di cercare da solo un'esperienza della
durata al di fuori del poema. Non è il canto, o il poeta, a rendere possibile la durata, ma viceversa:
«sostenuto dalla durata, / io, essere effimero, / porto sulle mie spalle i miei predecessori e i miei
successori, / un peso che mi eleva
».

 

 

 

 

Intervista ad Hans Kitzmüller:

di Giovanni Fierro

 

Quale l'importanza di “Canto alla durata” quando è uscito? e che panorama culturale e sociale ha trovato?
Bisogna ricordare che è uscito verso la metà degli anni ’80 quando Handke aveva definitivamente imboccato una strada di ricerca letteraria che si allontanava dalla sua produzione precedente, quella che aveva fatto di lui dal 1966, e per tutti gli anni Settanta, un mito non indiscusso ma certamente di grande fascino per alcuni aspetti provocatori di avanguardia ed esplorazione.
Canto alla durata” segna un ripiegamento sulla tematica dell’io, e della propria esperienza del vivere individuale e privato, quello che ancora negli anni Settanta da autori o critici sedicenti progressisti veniva tacciato come riflusso.

Quale la valenza, l'aspetto, che oggi a distanza di tempo rimane?
Si tratta di un poemetto che rappresenta uno dei momenti più alti della produzione lirica nella seconda metà del Novecento. È un tema senza tempo e di ogni tempo: l’io che si interroga, riflette, pone domande, sogna risposte ed elenca ciò che avverte come insostituibile e indissolubile da sé, quello cioè che allo stesso io conferisce ‘durata’, sia pure limitata, provvisoria ma con momenti di lucida, intensa coscienza della sua problematicità.

Quanto c'è si sensibilità, diciamo 'europea', in questo testo?
Handke è come molti altri grandi autori austriaci profondamente europeo, nel senso che si trova a casa nei paesi più diversi e nella letteratura di ogni lingua. Questo testo è poi dello stesso anni in cui Handke pubblicava il romanzo La ripetizione, che segnava l’inizio di una sua riscoperta delle proprie origini slovene. Da quel momento sino alle sue clamorose prese di posizione a favore dell’ex Jugoslavia ci sarà un filo ininterrotto.
I luoghi della durata sono sul Carso, a Parigi, in Austria e sono legati ad una sensazione che sembra un brivido e che lo è veramente perché è la consapevolezza di vivere e di qualcosa che dura e sulla quale si fonda il nostro io.

 

Peter Handke


Tradurlo, cosa ha significato?
È stata una traduzione molto apprezzata. E mi ha fatto scoprire anche possibilità della mia lingua che prima non conoscevo. Il tam tam ha fatto esaurire subito la tiratura Braitan che non ha resistito alla richiesta di Einaudi di pubblicarlo su licenza. Einaudi ne ha esaurito due edizioni. Alcuni non capiscono perché non lo ristampi nonostante le richieste. Io sì: perché non è più l’Einaudi che amavamo tanto.

Cosa 'difendere' di questo testo?
Soprattutto un aspetto: quello che riguarda la poesia come frammento di una generale confessione, così diceva Goethe, quando cerchiamo di esprimere quello che ci appare più importante, il nostro rapporto con quei riferimenti di cui il nostro io ha bisogno per ritrovarsi e riconoscersi: il nostro irrinunciabile essere in relazione con luoghi, persone e cose sulle quali esercitiamo la nostra capacità di vedere, sentire, ricordare ed amare.
 

 

 

gli autori:

Peter Handke è uno scrittore austriaco, nato a Griffen, Carinzia, nel 1942.
Ha studiato legge, trasponendo in parte la forma del linguaggio legale nei suoi scritti.
Seguace di Wittgenstein, nella sperimentazione linguistica ha trovato la sua espressione.
Si è interessato di cinema girando un film tratto da "La donna mancina" (1978),
ha collaborato con Wim Wenders al film "Il cielo sopra Berlino".
Ha scritto diversi libri, per teatro, prosa, poesia, saggistica, radiodrammi, appunti e diari.


Hans Kitzmüller è nato nel 1945 e vive a Brazzano (Gorizia).
Germanista, traduttore e pubblicista,è autore di alcune monografie sulla cultura tedesca
a Gorizia, sulla poetessa austriaca Christine Lavant e su Peter Handke.
Nel 2003 ha pubblicato "Arcipelago del vento", diario di un viaggio in barca a vela
lungo le coste della Dalmazia.
Ha scritto "Nora Gregor. L’imperfezione della bellezza", che narra la vita di Nora Gregor,
nota attrice del Burgtheater di Vienna negli anni Trenta.
Suoi romanzi anche "Viaggio alle Incoronate" e "Alle Isole Marchesi".
 

 

 

 

 

 

 

Tempo presente          ---------------------------

A cosa serve la poesia?

di Roberto Marino Masini

 

 

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La poesia non serve a nulla però non possiamo farne a meno…
Forse la domanda è inutile, è come dire a cosa serve la vita…
Da qui la considerazione riporta a quanto importante sia essa per me…
Allora bisognerebbe magari chiedersi a chi serve, o meglio, perché viene letta
la poesia, cosa fa scaturire il desiderio di scriverla oppure leggerla.
Il poeta è inutile”, ho letto qui, sul ‘Fare Voci’ del numero di febbraio
(intervista a Serse Cardellini), posso condividere l’affermazione, nel senso
che esso non può modificare quanto accade intorno a noi, non ne ha il potere…
ma è altrettanto vero che ciò che egli scrive ci aiuta a capire, è uno sguardo
più approfondito in noi stessi, così come non è solo perché condivide con altri
la propria visione delle cose.
La poesia non serve ma “c’è” da tantissimo tempo, accompagna l’umanità
da sempre (ancora oggi leggiamo autori vissuti duemila anni fa e continueranno
a farlo le genti future).
Da una piccola nicchia dove sembra relegata riesce però ad illuminare la nostra
esistenza, sa essere folgorante e densa come poche altre forme d’arte, è gentile
e vulnerabile allo stesso tempo, è fatta di niente, di carta, di parole, ma sa essere
formidabile. E’ una finestra aperta o da aprire per guardare verso nuovi orizzonti,
per raccontare la vita e condividerne le tante sfaccettature, il passato, il presente,
il possibile futuro.
 

 

 

l'autore:

Roberto Marino Masini, goriziano, ha pubblicato diverse raccolte poetiche.
La più recente è “L’andare illogico” (2016), edita da Qudu di Bologna.
Partecipa a reading e festival, in ambito nazionale. 

(immagine: da una fotoinstallazione di Andrea Nicola)

 

 

 

 

 

 

Tempo presente         …….......................

Di questo silenzio

foto di Andrea Nicola
 

 

andrea nicola 3

 

 

 

l’autore:

Andrea Nicola è nato nel 1978 e vive a Sagrado (Go).
Si dedica alla fotografia già da molti anni, partecipando a diversi workshop, e focalizzando la sua ricerca
artistica e culturale su argomenti di frontiera, su realtà e verità spesso taciute o distorte dai mass media
tradizionali.

blog: http://andreanicola.blogspot.it/
canale you tube: https:/wwwyoutube.com/c/andreanicolaOltreCoscienza
 

 

 

 

 

Rivista di scrittura “Fare Voci”

a cura di Giovanni Fierro

collaboratori:
Guido Cupani, Livio Caruso, Salvatore Cutrupi, Maria Stefania Cardinali, Ilaria Battista,