Fare Voci - Maggio 2017

 

 

Un nuovo appuntamento con la nostra rivista.
Le proposte, anche per questo mese, sono varie
e riguardano nomi di assoluto rilievo.
Ad iniziare da Davide Bregola, uno degli scrittori
italiani più interessanti, il cui nuovo libro
La vita segreta dei mammut in Pianura Padana
è lettura da fare.
E la voce d’autore, per la poesia, in questo numero
è quella di Roberto Cogo e Laura De Beni, e le loro
recenti raccolte.
E poi il progetto “CityeBanat”, che vede coinvolti
Dalibor Bednář e le sue foto, i testi del Laboratorio
di Scrittura Creativa
dell’Unitre di Cormòns e
le letture di Pierluigi Pintar.

Quindi, buona lettura

Giovanni Fierro

(la nostra mail: farevoci@gmail.com)
 

 

 

 

 

 

 

Voce d’autore -------------------------------

La vita segreta dei mammut in Pianura Padana

Le storie di Davide Bregola

di Giovanni Fierro

 

 

Davide Bregola La vita segreta dei mammut in Pianura Padana

“E’ dove non succede mai nulla che la gente sogna di più,
in mancanza d’altro, e finisce per costruire le cose che ha sognato.”


La vita segreta dei mammut in Pianura Padana” di Davide Bregola è un libro assolutamente da leggere.
Per la sua capacità di raccontare l’epica delle cose minute, i momenti nella vita di persone e personaggi
che nel loro accadere diventano già il motivo per cui vivere, ed essere ricordati.
Lavora con la memoria Davide Bregola, vi entra e lì costruisce queste storie, che raccontano di un tempo
passato dove l’età giovane è la protagonista, con le paure e i suoi slanci vitali, le incertezze e il suo fiorire.
Sono bambini, ragazzi e giovani adulti il fuoco narrativo di questo bel libro, che respira gli spazi aperti e
la natura della bassa Pianura Padana. In queste pagine c’è la volontà di fermare i momenti importanti, quelli
che diventano speciali e unici. Anche per un errore, un’avvedutezza, una fiducia o un sogno. Ma che sono
la dimostrazione che la propria età ha avuto un qualcosa di indimenticabile, e che al tempo che verrà e
agli anni subiti rimarrà invincibile.

 

Intervista a Davide Bregola:


Con il bisogno di sognare, e poi di fare, le cose che non ci sono, i protagonisti di questi racconti sembra che poi possano vivere una magia o una pazzia, è così? non c'è una via di mezzo?
Secondo Freud e il suo “L’interpretazione dei sogni”, il sogno è un fenomeno assolutamente egocentrico, che si riversa solo sul soggetto sognante. Questo principio nel mondo antico non sarebbe stato accettato, perché per gli antichi il sogno è un’esperienza che non si limita al soggetto, ma si proietta all’esterno. E’ un’esperienza che interagisce con il mondo della veglia ed è considerata un’esperienza talmente complessa, che esistono molti modi di sognare, non uno solo.
Per esempio il sogno muta significato e valore a seconda di chi lo fa: il sogno di un poveraccio e il sogno di un re non sono la stessa cosa. Il sogno di un re vale molto di più. Omero lo dice esplicitamente. Per gli antichi il sogno non nasce quasi mai da dentro. I veri sogni, quelli belli, quelli che interessano, quelli che comunicano, vengono da fuori; sono presenze, immissioni di immagini, figure, addirittura personaggi veri e propri, che vengono ad abitarti per un certo periodo di tempo, e che sono il sogno. In molti casi più persone possono sognare la stessa cosa. Questo per gli antichi è del tutto possibile. Il manuale d’interpretazione dei sogni di Artemidoro cita come un fatto normale che un’intera città possa sognare la stessa cosa. Insomma, se noi sogniamo come gli antichi, tutto sommato, però non abbiamo lo stesso atteggiamento rispetto ai sogni. Io in alcuni episodi ho costruito personaggi che sognano in modo antico, e così alcuni aspetti del libro si trasformano in “onirici”. In greco il sogno era detto ònar o óneiros, mentre il sonno era detto hupnos. Per i romani il sonno e il sogno erano quasi la stessa cosa, perché più concreti ed immediati, meno fantasiosi, avevano il sonno, cioè il somnus e poi di conseguenza il somnium.
Il nostro aggettivo italiano onirico deriva dal greco óneiros, e io l’idea principale dell’onirismo di alcuni episodi l’ho attinto da lì. La follia, la pazzia, mi interessavano, senza via di mezzo, proprio perché Ariosto nell’Orlando Furioso fa compiere ad Astolfo un viaggio sulla luna per recuperare il senno di Orlando. Non per niente in un episodio dei Mammut alcuni amici sono appassionati di astronomia.

 

Davide Bregola

Il libro mi sembra sia un'epica delle piccole cose, dove vita vissuta e vita sognata si intrecciano, in una tessitura unica e comune. cosa le rende così speciali?
Esatto, racconto piccoli eventi quotidiani, piccoli gesti del cuore o delle persone. L’unico modo per rendere ai miei occhi interessante quel che volevo dire, era di costruire un’epica. Prima di tutto un’epica dei luoghi e successivamente un’epica dei personaggi. Gli amici che fanno la “prova del fuoco”, quelli che compiono una tenzone battagliando con angurie, li ho costruiti immaginandoli eroi epici, ma di un’epica quotidiana, “piccola”, di paese.
La tessitura tra vita vissuta e sognata nasce ancora una volta dalla consapevolezza che greci e romani vedevano i sogni, mentre noi diciamo: “Stanotte ho fatto un sogno”. Forse vuol dire che noi lo fabbrichiamo, lo costruiamo un sogno? Secondo me fare un sogno significa subire un sogno, in qualche modo subire questa produzione e non sapere bene come nasce. Allo stresso modo in cui si fa un bisogno corporale o si fa in generale una certa esperienza. I greci e i romani invece il sogno lo vedevano, per loro il sogno era un’esperienza eminentemente visiva. Ciò che si sogna è un oggetto che cade sotto il senso della vista. Questo è molto importante perché dà al sogno una dimensione di immagine, che lo mette nella stessa categoria di tante altre immagini che i greci consideravano importanti e a cui attribuivano il nome di eidolon.
Credo sia questa visione, dal latino videor, visus, visio, che rende alcune pagine “visionarie”, “visive”, “vivide”.

Le storie che racconti, assieme ai loro protagonisti, sono destinate all'estinzione come i mammut del titolo, o sono un qualcosa che vitalmente rimane? e se rimane, come si può difenderle, farle vivere ancora?
Volevo fermare un periodo, quello del nostro recente passato e in parte della nostra contemporaneità, dando agli episodi una forma letteraria per dare al recente passato e a una parte del presente una dignità letteraria. Non so se sono riuscito, ma l’ambito col quale vorrei dialogare non è quello del giornalismo d’attualità, ma sarebbe la letteratura e la poesia. Per questo più che confrontare i miei personaggi con “tipi” raccontati dai mass media, li ho confrontati con dei ed eroi dell’antichità senza però rendere troppo esplicito il lavoro compiuto. I miei personaggi che hanno a che fare col “fuoco” sono lì più per attinenza con Prometeo che con un qualsiasi piromane molto in voga soprattutto nelle notizie estive dei media. Come si sa Prometeo ruba il fuoco a Zeus per donarlo ai mortali e per questo la pagherà cara.

'Queste' storie possono esistere solo con 'questo' paesaggio della Bassa Padania?
Effettivamente ho ambientato tutti gli episodi tra Modena, Mantova, Ferrara, Reggio Emilia, il Veneto. Più che altro sono ambientati in quelle zone perché cercavo un Genius Loci e ho trovato molti scrittori che ho amato e che arrivano da quei luoghi. Meneghello di Pomo Pero, Goffredo Parise del libro Il ragazzo morto e le comete, Antonio Delfini, Cesare Zavattini. Questi grandi scrittori hanno creato in me, leggendoli, un’idea che ho cercato di riportare nei testi. Quando ho scritto di ragazzi che hanno visioni oniriche, quando ho scritto di amici che cercano ossa antiche in mezzo alla terra arata, avevo in mente “I ragazzi della Via Pal” e “Le avventure di Huckleberry Finn”, e allo stesso tempo ho visitato luoghi nell’Est Europa o in India che sembrano tali e quali alla nostra Pianura Padana in Italia.

 

Davide Bregola

Bambini e ragazzi sono il fulcro di questi racconti, perché?
Per me non hanno importanza l’ironia arguta della generazione di Facebook o il postmodernismo che ha indotto gli intellettuali a leggere fratture in ogni sistema di valutazione. Non hanno importanza, perché io ho cercato di creare degli “Agronauti”, sorta di metamorfosi divertente e spiazzante dei più noti Argonauti, cercatori del Vello d’oro.
La vita segreta dei mammut in Pianura Padana risente della voglia di “speranza”, “entusiasmo” e “bene” che io desidero anche attraverso le opere d’arte. Protagonisti del libro sono uomini buoni, uomini quasi estinti, uomini estinti come lo possono essere i mammut, o forse sono uomini di una specie futura, molto più evoluta di noi, “migliore”.
Il libro racconta un passato remotissimo e un futuro prossimo, e non si poteva trascurare bambini e ragazzi che per me vivono un’età dell’Oro ricca di speranza e ancora piena di desideri.

Non c'è un grammo di malinconia nel ricordare gli avvenimenti e le persone che animano il libro. è il risultato del tuo scrivere, oppure era già un punto di partenza?
Fin dall’inizio sapevo che dovevo avere il controllo sul patetismo e sulla malinconia che a volte porta con sé il ricordo. Credo mi abbia salvato ancora una volta la letteratura. Non volevo scrivere un memoriale, non volevo fare autobiografia, ma volevo inserire le storie dentro all’ambito letterario e fare leggere le varie situazioni all’interno di un contesto artistico e letterario. Per questo motivo mi piacerebbe che la critica valutasse con severità le pagine del libro. Proprio perché non mi sono voluto occupare di attualità o di storie verosimili, ma mi sono occupato di “visioni”, di “entusiasmo”, di silenzi, di poesia della vita. Queste naturalmente erano le mie ideali intenzioni, le mie ambizioni. Non sono sicuro di essere riuscito.

Come si sono andati ad accumulare, nel tempo, questi racconti?
Non volevo scrivere racconti, volevo fare un’opera come quella di Trilobiti di Pancake oppure come Winesburg, Ohio di Sherwood Aderson nei quali alcuni personaggi ricorrono, altri compaiono e se ne vanno. Nel libro dei Mammut non ci sono titoli e storie, ma c’è un territorio vasto nel quale avvengono delle cose, ci sono episodi e personaggi che ricorrono, altri che spariscono.
Penso sia un libro sbagliato, pieno di incoerenza, con storie scritte in venti anni e quindi per forza di cose incostante e inesatto, squilibrato. Stile per nulla omogeneo. Ho cercato l’ironia e il lirismo, ho cercato l’elegia. Mentre scrivevo volevo fare l’esatto contrario di quello che insegnano alle scuole di scrittura, non mi interessava essere prevedibile né seguire il buonsenso dello storytelling. Alcuni episodi li ho iniziati a 23 anni e li ho finiti qualche mese prima di andare in stampa a 45 anni, altre storie le ho spezzate e rovinate apposta perché erano troppo “educate” e invece io cercavo dentro di me il raccoglitore-cacciatore più che l’allevatore-coltivatore o il borghese o l’uomo digitale. Penso di non essere riuscito in nulla, ho letto qualche recensione al libro e la mia impressione è confermata dal fatto che i critici non si esprimono. Riassumono, parlano d’altro, descrivono il titolo o la copertina ma non entrano nel merito. Non sanno che dire, è un libro letterario, è più vicino al “Novelliere campagnuolo” di Ippolito Nievo che non ai fatti di cronaca a cui appigliarsi per parlarne. Tutto sbagliato, ma non cambierei una virgola di quel che ho scritto.

Davide Bregola

 

 

L’autore:
Davide Bregola è nato a Bondeno di Ferrara nel 1971 e vive a Mantova. Ha pubblicato libri per adulti e
bambini sulla Bellezza e la Felicità. Crea e conduce laboratori di scrittura per scuole e biblioteche.
Ama leggere dattiloscritti inediti di poesie e storie per farli diventare libri.
Tre allegri malfattori” è il suo primo romanzo uscito il 4 aprile 2013 per Barbera Editore.
Nel 2014 è uscito il libro “L'acchiapparime” per Barney Edizioni, un manuale per costruire filastrocche,
poesie in rima, raccontini. Nel 2015 per Barbera editore ha tradotto "Il piccolo principe".
Progetta romanzi corali con il metodo delle "mappe di comunità".

www.davidebregola.blogspot.it


(Davide Bregola “La vita segreta dei mammut in Pianura Padana” Avagliano editore, pp. 140, 14 euro)

 

 

 

 

 

 

 

 

Il progetto CityeBanat -----------------------------

City


Foto di Dalibor Bednář
Testo del Laboratorio di Scrittura Creativa dell’Unitre di Cormòns (Go)
Lettura di Pierluigi Pintar

 

 

 

city

 

City

 

City
È evidente, lo si capisce. Guarda la ruggine che avanza, la poca speranza e il vuoto da riempire.
Le vecchie tubature dignitosamente scosse hanno sete, i vecchi binari che forse hanno accompagnato il
viaggio di andata stanno in un tempo fermo, il borbottio dello scorrere dell’acqua è rimasto nell’aria.

C’è un sapore di vissuto, dimenticato, come un eterno passaggio, una usura che non ha rispetto.
Forse è questa l’opera della nostra vita, e mi chiedo se è possibile sopravvivere in questa città.
Provo a sporgermi da questa finestra, mi accorgo che qui sono inutili le bestemmie, ed è più importante
allargare il respiro.

Così mi metto ad osservare quella luce, color arancio, adagiata sui muri e il silenzio di un armadietto chiuso
e abbandonato in fretta, da chi lo riempiva ogni giorno.
E c’è altro silenzio ancora, quello di un rubinetto che ha visto versare acqua, pioggia e lacrime.

Si, si poteva aggiungere qualcosa che mancava, come l’energia elettrica o una grondaia nuova, ad esempio.
Ma di più mi accorgo che qui la polvere esce dalle foto, insieme alla sconfitta, e non c’è niente da fare.
Altro non so.

Ma forse era il caso di vedere cosa ci potrebbe essere sotto, a questa città dell’abbandono.
Forse sarebbe bastata una canzone che torna sempre alla stessa ora, che ci avrebbe aiutato a chiederci
“quali fughe ci avrebbe regalato?”.
 

 

Il testo "City", letto da Pierluigi Pintar, lo puoi ascoltare qui

 

Le foto di "City" sono state esposte allo Studiofaganel di Gorizia, aprile 2017.
www.studiofaganel.com  

 

 

 

 

 

 

 

 

Voce d’autore        ----------------------------

Per un tratto insieme

Roberto Cogo, haiku e “Zen garden”


di Guido Cupani

 

 

Roberto Cogo Zen garden

L'haiku è un genere di poesia giapponese che dal dopoguerra in poi ha ottenuto un crescente
riscontro anche in Occidente. Le regole di composizione sono apparentemente semplici:
tre versi di cinque, sette, e cinque sillabe – uno schema particolarmente adatto alla lingua
giapponese, in cui le sillabe sono piuttosto "morae" (unità di tempo prosodico) e i tre versi
sono generalmente composti in un’unica riga. È difficile immaginare forme più contenute.
Eppure, all'interno di un universo così limitato, una grande tradizione estetica ed etica
(che parte dai maestri giapponesi del settecento per arrivare allo sperimentalismo contemporaneo,
fertile soprattutto in America) ha prodotto risultati che rientrano a buon diritto in ogni ipotetica
antologia della letteratura universale.
Anche in Italia l'interesse per l'haiku ha raggiunto ormai una piena maturità, oltre il mero esotismo
degli inizi, e la forma poetica è diventata un veicolo di espressione importante, se non privilegiato,
per una crescente comunità di haijin (autori di haiku, secondo la definizione originale).
Ne ho parlato con Roberto Cogo, prendendo lo spunto dal suo volume Zen Garden, il cui valore,
come vedremo, non è soltanto letterario.

Guido: Al di là di qualsiasi definizione teorica, che cos'è l'haiku, per te?
Roberto: Per me, l'haiku rappresenta la massima concentrazione di senso in un minimo numero di parole. Per senso intendo l'interrelazione tra suono, ritmo, immagine e significato.
Ezra Pound pensava alla poesia come condensazione rifacendosi anche al termine tedesco Dichtung, proveniente dalla forma verbale dichten, ovvero ispessire, caricare, aumentare… ecco, questa direzione di ricerca si confà alla mia idea di poesia.

G.: Da dove deriva la tua ispirazione?
R.: Fin da principio fui affascinato dalla concisione carica di senso che ritrovavo, senza distinzione, in alcuni autori occidentali così come negli haiku giapponesi in cui mi imbattei molto presto, non ricordo bene dove e come. I miei studi di letteratura e poesia americana hanno fatto il resto.
Autori come Robert Creeley, Charles Olson, Gary Snyder, ma anche la Dickinson, Amy Lowell, H.D. o lo stesso Pound (in particolare nel periodo imagista), solo per nominarne alcuni alla rinfusa, mi hanno trasmesso il loro sapere e la loro abilità nel trattare in modo occidentale una forma poetica così legata alle lingue dell'oriente e all'immensa ricchezza di idee e di pensiero sull'uomo e la sua relazione con il cosmo che, con le dovute differenze, le lega tutte tra loro. Zen Garden nasce da tutto questo, e da molto altro ancora.

 


leggo steso sul letto——
Piedi si raffreddano
l’Autunno oltre il vetro

Lying on the bed I read——
Feet getting cold
Autumn beyond the pane



dal Verde intenso
al Marrone limaccioso——
la Cimice si ribalta

from deep Green
to muddy Brown——
Stinkbug upside-down



tutto in un’Ansa——
Corpuscoli nell’acqua
impigliati in un Vortice

all is in a Bend——
Fragments on the water
trapped in a Vortex

 

 

Roberto Cogo

G.: Alcuni haijin, non solo giapponesi, danno grande importanza agli aspetti formali della composizione: il vincolo delle sillabe; certi artifici retorici come il riferimento stagionale o l'interruzione, che è spesso difficile "tradurre" da una cultura all'altra.
Qual è la tua opinione in merito?
R.
: Personalmente, ho sempre trovato assurdo tentare di ricalcare la forma rigida o il conteggio delle sillabe dell'haiku tradizionale; molto più interessante mi è sembrato coglierne lo spirito, l'essenza, le aperture e lo slancio che rendono questa minimale forma poetica così suggestiva ed interessante.
Ogni lingua, come sappiamo, è di per sé una traduzione della realtà e della nostra esperienza del mondo. Tradurre da una lingua all'altra implica pertanto una sorta di doppia traduzione, una sul piano strettamente linguistico e un'altra su un piano più propriamente culturale.
Tecnica, conoscenza ed emozione si intrecciano così strettamente da richiedere uno sforzo supplementare di immedesimazione, confronto e fusione con le profondità, le caratteristiche e le sfumature proprie di ogni singola lingua.

G.: Senza contare che nel tuo libro le lingue utilizzate sono due, e in un senso ben lontano da quello della semplice traduzione…
R.: Zen Garden è una raccolta bilingue – non una traduzione con testo a fronte – di brevi componimenti liberamente ispirati allo stile dell'haiku, con interferenze di immagini fotografiche e riflessioni varie in prosa poetica, il tutto in stretta interrelazione e in dialogo continuativo a diversi livelli. Un esperimento, insomma.
Ognuna delle forme e delle tecniche usate contribuisce ad aumentare il senso complessivo della raccolta attraverso un confronto assiduo tra le loro istanze, col proposito di svelarne i dubbi, le incertezze e le contraddizioni, ma anche i bagliori di verità intraviste o appena accennate.
Alcuni haiku sono nati in inglese altri in italiano; lo stesso vale anche per buona parte delle riflessioni. Le traduzioni dei primi non sono quasi mai letterali, non possono esserlo.
Per quanto riguarda la prosa adottata per le riflessioni, essa si presenta come una sorta di scrittura non bene definita portata avanti dal ritmo o dalle immagini.
Pensando al mio bagaglio di conoscenze, così d’istinto, mi viene da pensare a Whitman (quello tardo, quasi sconosciuto delle descrizioni diaristiche), a Coleridge in Anima Poetae, ma anche ad autori più vicini al nostro tempo come per esempio Kenneth White.

G.: Lo stesso titolo Zen Garden produce risonanze che si espandono ben al di là della poesia.
R.: Per cogliere l’essenza, lo spirito e lo slancio proiettivo dell’haiku, non basta la tecnica, l’analisi e la riproduzione di uno stilema letterario, occorre sapersi calare, con serietà e rispetto, all’interno di una visione complessiva della vita che vada oltre i condizionamenti culturali, ideologici o religiosi della propria cultura di appartenenza.
Questo non tanto per spirito di contrapposizione ma, al contrario, per tentare soluzioni diverse e nuove con atteggiamento aperto e inclusivo. Solo fondendosi con il paesaggio e abbandonando ogni presunzione e ogni aspettativa possiamo ritrovarci “puri come bambini che annotano quello che vedono senza trucchi letterari né espressioni ricercate”. “Un vero haiku deve essere semplice come il porridge e al tempo stesso mostrarti l’essenza stessa delle cose”: parola di Japhy Rider, alias Gary Snyder, in I vagabondi del Dharma di Jack Kerouac. Niente di superficiale o approssimativo, insomma, ma qualcosa di molto definito e reale.

 


Camoscio nei miei fari——
per un tratto insieme
lungo la Strada

Chamois in my headlights——
a short way together
along the Road



immobile Leggerezza——
forse la Pratolina
forse il Soffione

unmoving Lightness——
perhaps a Daisy
maybe a Dandelion



se non qui dove——
attimo di Luce inattesa
Libro sulla panchina

it could only be here——
a sudden flash of Light
Book on the bench



G.: Ciò che affascina molti, dell'haiku, è la sfida che pone alla poesia lirica, ancora ampiamente sotto il dominio dell'io.
R.: L'haiku segue un approccio che è raro riscontrare nella poesia italiana, ancora troppo legata in modo convenzionale alla tradizione, all’accademia e alle celebrazioni dell’ego.
C’è un classismo culturale che l’Italia non ha ancora seriamente affrontato, e tanto meno superato, che relega in secondo piano, con supponente distacco, una parte rilevante e vitale dell’espressività artistica del nostro paese.

 


m’arrendo al Mondo——
ripenso al Ranuncolo
cosmopolita

Thinking of the cosmopolitan
buttercup again——
I surrender to the World



il Cielo come cielo——
le Stelle come stelle——
le Nubi come nubi——

the Sky as sky——
the Stars as stars——
the Clouds as clouds——

 

 

Roberto cogo

G.: È vero che molti dei nostri autori maggiori, quando si sono confrontati con l'haiku, ne hanno piegato la specificità alla tradizione nostrana: penso alle prime contaminazioni di Ungaretti e Quasimodo, ma anche alle prove di Zanzotto, che evolvono comunque in tutt'altra direzione. Secondo te esiste, o esisterà, un haiku italiano, o soltanto haiku scritti in italiano?
R.: Sarò franco, non mi pare che Ungaretti abbia molto a che fare con lo spirito dell'haiku, se non per quanto riguarda l'estrema concisione di alcune sue liriche legate all'esperienza traumatica della guerra.
Zanzotto, arrivando tardi alla scoperta delle potenzialità dell'haiku, non ha avuto il tempo di riversare all'interno del triplice verso il suo spirito di sperimentatore che, diciamola tutta, era ormai in fase di stagnazione.
Altri, come Bacchini, tentano di "indossare il kimono" un po' goffamente e con esiti direi spesso scontati. La presenza dell'io è sempre prevalente. C'è ancora molta strada da fare.

 


ancora Poesia——
s’ispessiscono barbe
cadono capelli

still Poetry——
thickening of beards
losing of hair

 

l’autore:
Roberto Cogo è nato a Schio (Vicenza) nel 1963. Si è laureato in lingue e letterature anglo-americane
all’Università Cà Foscari di Venezia con una tesi sulla letteratura di viaggio (Jack Kerouac e W. Least Heat-Moon).
Ha pubblicato diverse raccolte di poesie, la più recente è “Deora Dé – Fiori d’Irlanda/Flowers of Ireland
edito da Dot.com Press, nel 2015.

la raccolta “Zen garden. Haiku per un giorno” è scaricabile gratuitamente qui: https://robocogopoetryonline.jimdo.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il progetto CityeBanat -----------------------------

Banat


Foto di Dalibor Bednář
Testo del Laboratorio di Scrittura Creativa dell’Unitre di Cormòns (Go)
Lettura di Pierluigi Pintar
 

 

Banat

 

Banat

 

 

Banat
Qui gli alberi abbracciano le persone, un uomo prega inginocchiato, si chiede aiuto, si racconta qualcosa e
c’è un’erba che si capisce amara.
Tutto è una processione silenziosa, complice e il tempo è inconsistente; scivola nell’aria e perde ogni
significato. Si può solo inginocchiarsi al rispetto della vita che non c’è più. La gelida bruma.

Lo so, in quel giorno passato, figli e amici hanno pregato assieme, ed è troppo difficile parlare d’amore, nel
giorno in cui le lacrime bagnano il prato. A Banat scorrono solo le stagioni, la stagione della semina e quella
del raccolto, e la morte non è qualcosa che si allontana e si rifiuta, anche questo l’ho imparato.

Ho dimenticato il giusto rituale, per indicare il volto rugoso conquistato nel tempo, la piccola distorsione del
tempo, la vita contadina di una volta, i passi traballanti di uomini soli.
Banat è una veste di candida malinconia dove si può chiedere che la vita sia più semplice di quello che
cerchiamo, perché è sempre più difficile tornare a casa.

Li riguardo gli alberi, sembrano essere rassegnati alla miseria, ognuno può solo rallentare il proprio passo,
per poi mettermi in ginocchio davanti a te, e dirti che le uniche cose vive sono l’erba matta e i fiori selvaggi,
e solo la croce guarda in alto.
Di tutto questo faccio una mia promessa di silenzio. Custodisco il pensiero che conosco, ombre che hanno
la luce dentro.

 

Il testo “Banat”, letto da Pierluigi Pintar, lo puoi ascoltare qui


Le foto di "Banat" sono state esposte al PAB dell'Associazione Culturale Porto dei Benandanti, a Portogruaro (Ve), aprile 2017.
www.portodeibenandanti.org  

 

 

Il Laboratorio di Scrittura Creativa dell’Unitre di Cormòns:
Luca Buiat, Maria Stefania Cardinali, Rosanna Calisti, Michela Rusin, Oriana Turus,
Marianna Zacchigna, Fiorella Frandolic, Salvatore Cutrupi, Sherry Wilson,
Maria Luisa Cecchini, Ilaria Battista, Renata Calisti.


Con il contributo dell’Unitre di Cormòns è stato pubblicato un catalogo delle mostre, edito da Qudulibri, di Bologna.
 

 

L’autore:
Dalibor Bednář è nato ad Opava nel 1960 e vive a Ostrava, in Repubblica Ceca.
Ha iniziato ad avvicinarsi alla fotografia a 18 anni, per poi ritornarci, dopo un periodo
di lontananza, agli inizi degli anni novanta.
Il suo fotografare è interessato dalle architetture cittadine, dalle persone e dalle loro relazioni,
ai ritratti, ai paesaggi e ai nudi. Dal 2001 espone le sue fotografie in mostre personali e collettive.
Nel 2003, con il suo amico František Řezníček, ha aperto la galleria d’arte G7, ad Ostrava, che
per dieci anni ha ospitato mostre di fotografia, pittura e scultura.

http://www.fotobednar.cz/

 

 

 

 

 

 

Voce d’autore         -------------------------

La grammatica dei piedi

Il fare poesia di Laura De Beni


di G.F.



E’ proprio un lavoro riuscito questo libro. Perché “La grammatica dei piedi
di Laura De Beni è una raccolta poetica che mostra un’autrice capace di essere
al centro di un percorso di ricerca, che racconta e mostra in queste pagine
il rinnovato vigore della fiducia nella poesia.
Laura De Beni alimenta così un desiderio continuo di dialogo, e con una fine
dicitura mette in risalto le parti importanti, e a volte nascoste, dell’umano vivere.

 

 

Laura De Beni La grammatica dei piedi

 

Dal libro:

Ho i pesci rossi nella testa
girano in torno, in moto perpetuo,
traboccano d’acqua in bocca,
fumano, sbuffano, schiamazzano,
russano lungo la notte insonne.
Trovare un passatempo al più presto
scartavetrare gli occhi, per esempio,
prima di impazzire per amore.

 

*


Ora è un giorno buono per filare
la gioia. Per fare del corpo un modo
di desiderare le cose, di tessere
la frattura col prossimo abbandono.
Di uscire con i calzini spaiati
sulla ghiaia e sentirsi sicura
che si apre un portone di fronte
a favorire le distanze.

 

*


Mi attende lo sbadiglio nel groviglio
della veglia, come l’alba controvoglia
quando non c’è verso di dormire.
Ingoiata da una stagione di lamiere
mi chiedo latente
come funziona il telecomando,
come funziona l’avere sguardo,
mi chiedo, e tu come funzioni?

 

 

 

Intervista a Laura De Beni:

 

Questo tuo libro, sembra vivere del desiderio di raccontare, di dare forma al vivere, è così?
Si. E' nato con l'intento di raccontare l'incontro/scontro che si genera costantemente con la realtà quotidiana partendo dal punto di vista del corpo, dalle sue varie manifestazioni e dalle sue più evidenti reazioni. Realtà che si fa viva nell'amore che pratichiamo verso l'altro da sé, anche come specchio, e verso il sé.
Una grammatica che si srotola tutti i giorni, più o meno consapevolmente, ma di cui sarebbe bene accorgersi per assaporare a pieno ogni attimo, per rendere ogni istante base imprescindibile per la realizzazione del proprio essere pienamente.
Un cammino che si percorre per cercare e trovare orizzonti di senso, per non perdere l'abitudine al sé, unica vera abitudine che credo sia necessaria per essere sinceri e trasparenti nelle proprie scelte, per essere in grado di prendersi in carico come di abbandonarsi in qualsiasi momento, quando non ci si ritrova più nel proprio nome, considerato come origine imprescindibile della propria storia cosciente.
Da qui il titolo “La grammatica dei piedi”, quell'insieme di regole che permettono a ognuno, se trovate, di rimanere saldi nel tradursi senza tradirsi il più possibile e di cui, per l'appunto, i piedi rappresentano il simbolo corporale per eccellenza.

Di pagina in pagina, il tuo scrivere si concentra su situazioni ed immagini al di fuori dei consueti schemi (penso a ‘ha i pesci rossi nella testa’), ma che aiutano ad andare ancora di più nella profondità del quotidiano. È forse questo il ‘varco’ che ti permette di esplorare, e di parlare, del vivere di ogni giorno?
Si. Nel mio vivere mi sono insegnata a dare forma ai mostri, a farmeli amici, sottraendoli a una patina di vaghezza quasi che rendendoli visibili, tangibili, attribuendo loro un nome riuscissi anche a riconoscerli e a deriderli per sorpassarli. E questi mostri spesso incarnano proprio parti fisiche o oggetti a cui attribuisco sensi, significati, simboli derivanti da tracce iscritte col trascorrere del tempo e che sono diventati prolungamenti di me stessa, che vanno al di là della loro materialità, e che assumono, nelle circostanze che si ripetono inevitabilmente, una consistenza più fisica del fisico.
Si caricano di peso, facendo da varco a elaborazioni che mi permettono una maggiore comprensione dell'agire proprio in virtù dell'attenzione che su queste costanti è possibile posare.
Sono metafore che mi consentono anche di vestire di un attributo magico la quotidianità, i gesti, per ricordarmi che ogni singolo momento può diventare una vera e propria epifania, che lavora sul risveglio, invece di una prigione di situazioni che entrano in automatismi.

 

 

Laura De Beni

La prima parte del libro è la ricerca di un continuo dialogo, mentre nella seconda questo è totalmente assente. Che rapporto c’è fra di loro?
Tutta la silloge è incentrata sul dialogo e sul bisogno di comunicare. Nella prima parte è più evidente perché il dialogo è rivolto soprattutto verso l'esterno, ad un ipotetico interlocutore, e si concretizza in una richiesta continua del verbale, ma anche la seconda parte è intrisa di dialogo, il dialogo che ognuno ha con se stesso e con la propria parte più sottile.
Un dialogo interiore che dà forma a una serie di dubbi, che non sempre trovano risposta immediata e che rimangono a vagare per i testi generando una sorta di ping pong tra una poesia e l'altra e arrivano nella seconda sezione a un silenzio, massima espressione dell'ascolto, attraverso il puro sentire del corpo, mentre la parola diviene un modo di essere responsabili, un fare che deve giustificare lo squarcio di un silenzio.
Le parole, qui, si svestono di una certa violenza e caoticità iniziale, accentuate anche dall'uso di parecchie assonanze, e si fanno più pacate, sussurrate, lente, semplici, leggere e pulite, lo stesso ritmo diviene più fluido seguendo di pari passo il contenuto del testo, dove appunto si raggiunge un maggior contatto con la parte più intima di sé.
C’è un superamento del linguaggio fine a se stesso, che spesso crea confusione proprio in quanto costruito di volta in volta per organizzare un mondo che non è mai, o quasi, quello dell'altro, oltre ad essere di difficile digestione in alcune occasioni anche per se stessi, perché intriso di un già vissuto e quindi difficilmente sterile segno; da qui appunto un mentire/mentirsi, quel raccontare bugie, che non è un vero mentire ma un cliché, o una improvvisazione davanti a circostanze nuove che richiedono nuovi occhi per vedere, nuovi termini per ri-elaborare.

E in più, la prima parte è di più un confronto aperto con il mondo, mentre la seconda sembra quasi un accettare le cose e le persone, senza possibilità di alcuna modifica o ulteriore comprensione…
Più che di accettazione o resa, parlerei di una tensione verso un'accoglienza che è mia intenzione evocare.
Come la terra accoglie il seme immesso in lei dalla mano di un altro (e a volte l'altro siamo proprio noi nelle nostre infinite sfaccettature), così la necessità di accogliere incondizionatamente il diverso nel proprio utero per dar vita dentro al proprio cuore a nuove possibilità, che possano andare a rosicchiare i limiti; limiti che tutti i giorni ci vengono imposti, o noi stessi ci imponiamo per le più svariate ragioni e che ci impediscono di crescere come potenzialità.
Limiti che non ci permettono liberamente di affrontare le sfide che la vita ci propone come esseri nuovi in tutti i momenti, proprio perché spesso il loro superamento ci fa male dappertutto, o ci provoca vergogna rispetto a convenzioni umane codificate, costringendoci in asettici automatismi.
La trasformazione alchemica è un processo che avviene dentro ognuno, non fuori, sarebbe presuntuoso pretendere di modificare l'esterno; avviene naturalmente come riconoscimento dell'essere in modo permanente soggetti imparanti nel bene e nel male, dipende da come si apre/chiude il nostro cuore al mondo.
Si tratta dunque di ripartorirsi, di ridarsi alla luce ogni giorno, anche senza la necessità di comprendere immediatamente quello che succede. Una separazione, che ci si concede, dal mentale per rimanere appunto vigili nel sentire, nell'ascoltare, nell'amare se stessi primariamente e di conseguenza l'altro da sé privi di aspettative.

E che peso ha, per te, una affermazione come “è nei sogni che faccio sul serio”?
Una delle travi portanti della silloge è l'asse sonno/insonnia/sogno/risveglio.
Mia intenzione è stata di svincolare il termine sogno dalla sua accezione più comune di evasione, di illusione per attingere ai suoi significati più simbolici di visione e desiderio.
Lo stesso per i termini sonno, insonnia e risveglio presi in considerazione come modalità dell'essere.
E' uno dei versi più significativi con cui cerco di esprimere l'esigenza di arrivare al sé attraverso il sentiero dei propri desideri, attraverso il riconoscimento delle proprie aspirazioni, come ricerca più trasparente del senso di appartenenza al proprio nome, alla pienezza della propria storia.
E' spesso l'impegno, lo sforzo, impiegato nella realizzazione di questi che porta a nuove scoperte, a nuovi livelli di intendimento, allo sbloccarsi/sprigionarsi di nuove impensate energie sia creative che fisiche, oltre che all'annullamento di barriere di tempo e di paure nel concreto.
Tu stesso dichiari nel tuo libro “Il riparo che non ho” (Le voci della Luna 2011) “lo ha imparato dal sogno quando si stacca dal sonno”, un meraviglioso verso; ecco spesso la volontà generata dal desiderio di raggiungere le più profonde aspirazioni ci scardina da un'abitudinarietà, dagli automatismi che riducono la vita a un quadrante d'orologio da tenere sotto controllo, a un'insonnia, cioè a una tensione negativa verso il presente.
E' un invito a scollarsi dal sonno per provare a scriversi nuovamente su carta bianca, scrollandosi la memoria di dosso, quella memoria che etichetta e qualche volta spegne, un invito a tornare bambini, ritrovare quella condizione in cui si è ancora il coraggio di provare sul serio a giocare fino in fondo il gioco della vita senza lasciarsi condizionare da pressioni varie.
E volendolo leggere nella sua versione più ristretta, in un'epoca in cui siamo tutti figli e figlie di Freud e di Jung, a saperli interpretare sarebbero in grado di svelarci e forse anche di guidarci.

 

 

Laura De Beni

Di che cos’altro si nutre questo libro, e la tua scrittura?
Credo che si nutra di un odore di presente diffuso, dove il futuro è costruire mattone su mattone, momento dopo momento, basta restare attenti, e il passato è terreno fecondato, non più solo ricordo sterile, un luogo fertile su cui erigere il proprio allargarsi le mura, il farsi costantemente crescita.
E di un'esigenza di farsi casa, di abitarsi con la vita e di non venire occupati solamente per obbedire a qualcun altro, intendendo questo qualcun altro come qualsiasi evento esterno considerato inevitabile, o imprescindibile a cui soccombere.
Un'esigenza di accadere anche cadendo se necessario, di non diventare invece solo complemento oggetto/reazione all'azione di altro, delegando la responsabilità di sé a un'entità sempre sconosciuta, sempre diversa; e di un farsi costantemente altra guancia per dar vita a ciò che ancora in sé non si è manifestato, segreto anche per lo sviluppo di rapporti più sani con le persone, non dettati da insostenibili stati di vacuità. Una ricerca di armonia, insomma, attraverso la conquista del dolore.
La mia scrittura in generale è luogo soprattutto del quotidiano, del dubbio e di un accorgersi di quello che ruota intorno e dentro.
Come dicevi tu precedentemente, si nutre di un dialogo/scambio tra ciò che è il dentro e ciò che è considerato il fuori, in una continua ricerca di senso. La definirei sinteticamente un costante esercizio di presenza.

E poi, a leggerlo si ha la piacevole sensazione che ci sia qualcosa, in queste tue poesie, che ti sfugge al controllo, che accade e vive di propria spinta, qualcosa che è ‘poesia’ perché inevitabile. Può essere così?
Amo affermare d'essere un “apprendista perenne” in questa vita, come nella scrittura, quindi nulla in realtà è veramente sotto controllo, tutto si svela istante dopo istante; credo sia importantissimo farmi possibilità continua di reinventarmi ogni volta che le mura stringono, avere il coraggio di lasciar/mi andare quando il terreno si è fatto sterile e l'altrove chiama … e questa è la reale meraviglia, la poesia dell'esistenza, che mi alimenta e mi disarma allo stesso tempo.



L’autrice:
Laura De Beni è nata nel 1973 a Verona. Da alcuni anni vive a Ovaro, in Carnia.
Ha frequentato corsi di espressione corporea, teatrale e di lettura espressiva per bambini.
Partecipa al progetto “Nati per leggere e Crescere leggendo” presso la biblioteca di Ovaro
di cui è membro della commissione interna.
Con il gruppo Associazione “Gruppo di Lettura il Ponte” di Ovaro ha preso parte a numerosi spettacoli,
promuovendo sul territorio opere di artisti impegnati in diversi generi: scrittori, poeti, musicisti e pittori.

Nel marzo 2014 con la silloge “Reticolati” si è aggiudicata il Primo premio alla Selezione Editoriale,
sezione poesia, indetto dall'Associazione Culturale Carta e Penna di Torino.
Nell'aprile 2014 ha ricevuto la menzione d'onore al Premio internazionale Poesia Edelweiss e nel settembre
dello stesso anno la menzione al Premio Internazionale di narrativa “La Clessidra” con il racconto breve
“Il mangiatore di pioggia”.
Nel giugno 2016 ha ricevuto il premio speciale della giuria al 14° Concorso per l'albo illustrato
Città di Schwanenstadt, come illustratrice del racconto per bambini “Oh, guarda” di Sandra Fabris.
 

 

(Laura De Beni "La grammatica dei piedi", Samuele editore, pp. 54, 12 euro)

 

 

 

 

 

Rivista di scrittura “Fare Voci”

a cura di Giovanni Fierro

collaboratori:
Guido Cupani, Livio Caruso, Salvatore Cutrupi, Maria Stefania Cardinali,
Ilaria Battista, Roberto Lamantea.