Fare Voci - Dicembre 2017

 

 

 

Benvenuti alla lettura del nuovo numero.
Anche questo mese è ampio il numero di scritture
ed espressioni che vi proponiamo.

Ad iniziare da uno scrittore tutto da scoprire,
ovvero Alberto Laiseca, la cui forza narrativa
esplode nelle pagine del suo “Uccidendo nani a bastonate”.

E la grande forza espressiva è anche nella
pittura di Stefano Marchi, di cui vi presentiamo sei tele.

La poesia porta la firma di Gaia Rossella Sain,
Maurizio Benedetti e Valentina Mariani, e della
collana editoriale Rosada, con la sua antologia “Parole Sante”.

Buona lettura

Giovanni Fierro


(la nostra mail: farevoci@gmail.com)
 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Fino al sangue

 

di Stefano Marchi
 

 

 

stefano marchi 17

 

 

 

 

 

 

 

 

Voce d’autore -------------------------

Uccidendo nani a bastonate

Il realismo delirante di Alberto Laiseca

 

di Giovanni Fierro

 

 

Alberto Laiseca

Alberto Laiseca è scrittore che inventa lo scrivere e si fa inventare dal raccontare.
È figura che ha vissuto ai margini della notorietà, che non è conosciuto dal grande pubblico, ma che con la
propria forza narrativa ha lasciato un segno. Fondamentale.
Come con il suo libro più importante, “Las Sorias”, considerato l’opera più ampia della letteratura argentina.
E delle sue pubblicazioni ora si può leggere in italiano questo straordinario “Uccidendo nani a bastonate”,
che le Edizioni Arcoiris pubblicano nella loro pregevole collana Gli Eccentrici, curata da Loris Tassi, che di
questo libro è anche traduttore, assieme a Lorenza Di Lella.
Capace di trarre spunto dal vitale e frastornante scrivere di Roberto Artl, quanto di esplorare il mondo delle
visioni possibili tanto care a William Burroughs, Alberto Laiseca in questo libro sorprende e coinvolge,
stordisce e prende per mano.
Scritto nel 1982, “Uccidendo nani a bastonare” è un’opera intensa, dove il lettore può trovare un cadì arabo
vissuto nell’anno 200 dell’Egira, che si ostina a torturare una vecchia che gli ha colpito l’occhio con una
borsa, su un autobus azionato da quindici schiavi; oppure una spiaggia popolata da istrionici clochard, che si
raccontano storie strampalate e si confrontano sui massimi sistemi; egittologi alla ricerca del clavicordo di
Mozart, senza sapere che nasconde la sua mummia; uno scienziato scellerato che costruisce una macchina
per viaggiare all’interno di un tornado; un campo di sterminio nazista dove si progetta la sepoltura in una
fossa gigantesca di 1.400 milioni di cadaveri.
Il tutto mescolato ed agitato, in un ottovolante sensoriale e narrativo, in un libro che si può leggere come
una raccolta di racconti o come un romanzo, che sempre sorprende e mai si dà pace.
Lo stesso Laiseca il proprio scrivere lo ha definito “realismo delirante”, perché “con tutti quei calcoli
assurdi, in realtà, non faccio altro che mettermi all’altezza dell’universo, perché l’universo è realista
delirante. Vi sono degli assoluti nell’universo, ma nella risoluzione finale dei processi non vi è esattezza,
bensì incertezza. Perciò, fare calcoli ridicoli è un modo per situarsi alla sua altezza
”.
Benvenuti nel mondo vero e impossibile di Alberto Laiseca.
E in questo cammino abbiamo anche chiesto aiuto al suo traduttore Loris Tassi, che abbiamo intervistato.
 

 

 

Alberto Laiseca

 

dal libro:


Lo stabilimento balneare dei vagabondi
(…) Naturalmente i bagnini non sapevano nuotare; ma non importava dal momento che, per ovvie ragioni, i turisti erano tutti allergici all’acqua; bastava arrivare tanto vicino al mare da farsi lambire i piedi dalla schiuma per essere considerati imprudenti. Quelli che si occupavano della vigilanza avevano il compito di tenere sotto controllo chi non si atteneva alle norme.
La sporcizia non si toglie con l’acqua ma con i bagni di sabbia, lo sanno tutti. (…)


La gran caduta dell’immonda vecchia
(…) Dopo aver fornito la nuova dentatura alla pessima e indesiderabile vecchia, i Dispensatori di Doni si misero a cavillare sui meriti della loro opera odontologica. In quel momento la dentatura sembrava d’argento giacché i chiodi erano nuovi; ma una volta arrugginiti, cosa sarebbe accaduto a quel luccichio argentino? (…)


Il giardino dei mostri magnetofonici
(…) Parallelamente, per far scorrere la linfa più rapidamente e assicurarsi così una registrazione ad alta velocità, le piante furono nutrite con alimenti speciali; se aumenta il numero di giri del nastro per unità tempo, infatti otteniamo una voce più precisa; allo stesso modo, se si incrementa nella linfa il numero di segnali corrispondenti ai suoni – aggiungendo sempre nuovi valori -, la precisione dell’incisione aumenta in modo esponenziale, così come vuole la teoria degli errori di Gauss. (…)

 

 

Intervista a Loris Tassi:

(traduttore di Laiseca e responsabile della collana Gli Eccentrici di Edizioni Arcoiris)

 

Qual è la forza e la particolarità dello scrivere di Laiseca, e di questo suo “Uccidendo nani a bastonate”?
Mi viene in mente il memorabile inizio di “Insaziabilità” di Witkiewicz: “Genezyp Kapen non tollerava freni di nessun genere”. Laiseca è uno scrittore senza freni, “insaziabile”, smisurato, desideroso di “alterare tutte le regole”, come confessa lui stesso in un’intervista. È eccessivo perfino nei titoli: “Uccidendo nani a bastonate”, “Indudablemente, horriblemente, ferozmente” (“Indubbiamente, orribilmente, ferocemente”), “Por favor, ¡plágienme!” (“Per favore, plagiatemi”), per limitarmi ad alcuni esempi.
Laiseca “scrive con la libertà di un condannato a morte” (prendo in prestito questa immagine dal “Romanzo luminoso” di Mario Levrero). Questa scrittura dell’eccesso, questa estrema libertà narrativa e il desiderio di cancellare i confini tra cultura alta e cultura bassa sono presenti in tutta la sua opera, a partire dal suo esordio, “Su turno” (1976), un libro che fa saltare in aria le convenzioni del genere poliziesco (romanzo di prossima pubblicazione presso le Edizioni Arcoiris, con la traduzione di Francesco Verde).

“Uccidendo nani a bastonate” è una raccolta di racconti, ma che poi per certi tratti potrebbe anche essere un romanzo; una storia che si dipana in tanti rimandi e pieghe narrative. Può essere così?
Mi sembra che i libri di Laiseca siano decisamente “anguilleschi”, come direbbe Gombrowicz, e non si lascino incasellare in generi precisi. “Por favor, ¡plágienme!” (1991) può essere letto come un romanzo o come un saggio. Il primo testo di Laiseca che abbiamo pubblicato, “Le avventure di un romanziere atonale”, può essere interpretato come un romanzo in un romanzo o come due novelle separate. La raccolta “Uccidendo nani a bastonate” (1982) può essere letta anche come un romanzo, inoltre alcuni suoi racconti ci introducono nel mondo de “Los sorias” (1997), un romanzo di 1.300 pagine che a sua volta è un dramma wagneriano e un esperpento in cui convivono Rabelais, Sade e Orwell.

Com’è stato tradurre il libro?
(qui Loris Tassi risponde assieme a Lorenza Di Lella, traduttrice di alcuni testi inclusi in questo libro)
Il più delle volte un po’ come voler “distruggere con un’ascia di gomma un elefante”, per usare un’immagine dello stesso Laiseca.

La propria biografia ha inciso molto nello scrivere di Laiseca (la madre muore che lui è piccolo, il padre è una figura certamente non positiva…), anche in questo libro? E qual è il mondo che lui vive?
La cosa più affascinante è il modo in cui Laiseca trasforma la sua biografia in letteratura. Laiseca, come Gombrowicz, concepisce la scrittura come costante parodia dei generi letterari. E la parodia non risparmia nemmeno gli episodi biografici.
A volte Laiseca parte da fatti reali (i lavori umili, la vita in squallidi alberghetti, il suo controverso rapporto con il mondo editoriale), però poi interviene il realismo delirante e allora, come scrive Borges in “Tlön, Uqbar, Orbis Tertius,” “la realtà comincia a cedere”.

 

Alberto Laiseca

Ecco, Alberto Laiseca ha definito il proprio scrivere “realismo delirante”. Che cosa vuol dire?
Per dirla con le parole di Laiseca: il punto di partenza è la realtà, ma una realtà analizzata (e distorta) attraverso una “gigantesca lente d’ingrandimento” costruita dal “delirio creatore”. Ovvero, come dichiara un personaggio de Los sorias: “La nostra essenza è il delirio. Non delirare significherebbe negare la carne, le ossa e il sangue che ci costituiscono. […] Il delirio è la nostra grandezza maggiore. Non quello patologico, è ovvio. Mi riferisco al sogno creatore che diventa contemporaneamente etico, estetico, mistico e pratico”.
Secondo Ricardo Piglia, la grandezza di Laiseca dipende dal fatto che il delirio non è solo oggetto della narrazione, ma interessa anche il modo di narrare.

Come si pone la figura di Laiseca, e il libro in questione, all’interno del mondo letterario del sud America?
Credo che “Su turno” (1976), “Matando enanos a garrotazos” (1982), “Las aventuras de un novelista atonal” (1982), all’inizio siano stati libri invisibili. Negli anni Ottanta e Novanta Laiseca è uno scrittore di culto apprezzato soprattutto dai suoi colleghi: Osvaldo Soriano, Fogwill, Ricardo Piglia, César Aira. Il culto si rafforza con la pubblicazione di opere mondo come “El jardín de las máquinas parlantes” (1993) e “Los sorias” (1998).
Negli ultimi anni, anche fuori dall’Argentina, ci sono sempre più lettori pronti a sottoscrivere questa affermazione di César Aira: Alberto Laiseca è “uno di quegli inventori della letteratura, unici e imprescindibili, con i quali tutto finisce e ricomincia di nuovo”.

La collana “Gli Eccentrici”, ne puoi raccontare scelte e motivazioni?
Secondo il messicano Sergio Pitol, tutta la letteratura latinoamericana è piena di autori eccentrici, vale a dire di scrittori che – come osserva Italo Calvino a proposito di Felisberto Hernández – sfuggono a ogni classificazione e inquadramento, ma si presentano ad apertura di pagina come inconfondibili. Questo perché – sempre secondo Pitol – il loro mondo è unico.
La collana nasce con il desiderio di portare in Italia autori latinoamericani e forme brevi (per esempio i racconti, i testi teatrali, le microfinzioni, i lipogrammi) che solo di rado, in passato, hanno ricevuto la giusta attenzione.
Alberto Laiseca e Roberto Arlt sono gli autori che mi hanno spinto a fondare la collana “Gli eccentrici”.





L’autore:
Alberto Laiseca, nato a Rosario nel 1941, è senza dubbio uno degli scrittori argentini più eccentrici della sua generazione.
Cresciuto tra le province di Rosario e di Córdoba, si trasferisce a Buenos Aires in età adulta, e svolge i lavori più svariati:
tra le sue prime pubblicazioni, un racconto dal titolo "Matando enanos a garrotazos" ("Uccidendo nani a bastonate" ),
celebre per quel gerundio nel titolo che causa l’indignazione nientemeno che di Borges.
Laiseca è autore di una ventina di libri, tra raccolte di racconti, saggi, poesie, e soprattutto un monumentale romanzo
di milletrecento pagine, “Los sorias”.
Uscito nel 1982, sedici anni dopo che l’autore lo concludesse, in un’edizione limitata di trecento copie, “Los sorias
è considerato il romanzo più lungo della storia della letteratura argentina.
Alberto Laiseca è morto lo scorso 2016.
 

(Alberto Laiseca “Uccidendo nani a bastonate” Edizioni Arcoiris, pp. 151, 16 euro, 2017)
 

 

 

 

 

 

 

 

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Fino al sangue

 

di Stefano Marchi
 

 

 

stefano marchi 14

 

 

 

 

 

 

 

 

Voce d’autore         -------------------------------

Anche oggi che ti vedo andare

Tre poesie di Gaia Rossella Sain

 

di Roberto Lamantea

 

 

Gaia Rossella Sain

Le poesie hanno una voce. Fosse anche una voce incorporea come un sogno (Zanzotto parlava di “musica mentale”), una tonalità, uno sguardo.
Le poesie di Gaia Rossella Sain hanno uno sguardo intenso e assorto, la voce è un canto interiore. Un canto sospeso, ma affilato a dire uno spicchio
di vita, un’agnizione.
In questo Gaia ricorda Anne Sexton, ma anche Sylvia Plath. Canti di donne, sguardi di donne.
Gaia è lirica, un’acquarellista delicata. Negli anni dello strutturalismo linguistico la critica utilizzava strumenti della semantica e della psicanalisi
in letture inedite, e spesso rivelatrici, di testi famosi della letteratura. Il gioco era facile con i simbolisti, con Rimbaud o Baudelaire, ma diventava una
sfida con i naturalisti: offriva esiti sorprendenti con Flaubert, per esempio (ricordo con emozione lontane lezioni di Stefano Agosti a Ca’ Foscari).
Uno degli assiomi della critica d’impianto strutturalista era l’identità dei predicati: se la neve è bianca, e il gesso (o la luna) sono bianchi, la neve,
il gesso e la luna sono la medesima cosa. È la logica della poesia, del sogno, del pensiero schizofrenico.
L’identità dei predicati, o l’accostamento per assimilazione, in questo caso cromatica, in poesia offre a volte esiti emozionanti.
Si legga questo suo haiku:

 

il collo bianco
di una betulla – bianco
l’ultimo airone


Rossella – tra le lingue che parla c’è anche il giapponese – gioca con identità visive, cromatiche e di forma: il collo lungo come il collo di un airone
è il tronco lungo di una betulla, il bellissimo albero la cui corteccia è fasciata da una carta bianca. E l’aggettivo “ultimo” spalanca l’abisso:
perché l’airone è ultimo?
Un altro haiku di Rossella recita


non vedo più
dove inizia il tramonto –
le foglie gialle


Anche qui l’identità dei predicati è giocata attraverso il colore: le foglie gialle dell’autunno sono il disco giallo del sole.


Oggi
ho messo il sole
in un vasetto –
piccolo,
grande un grappolo di cielo –
l’ho stretto nel pugno
come la poiana con il topo,
[…]

scrive in uno dei testi più lunghi. “Ho messo il sole in un vasetto”: è la luce che filtra dal vetro? Sono gli “acini” di cielo di cui parla un verso successivo?
Un cielo da gustare come un grappolo d’uva? Ma c’è anche qualcosa di crudele: il sole è “stretto nel pugno / come la poiana con il topo”.
Quella di Gaia Rossella Sain è poesia di vertigini.
Anche se il pennello con cui l’autrice di Cormòns dipinge i suoi versi è fine, forse è un pennino, non un pennello. Uno sguardo che scrive.


Forse i piedi,
ricordi?
Scalza
sotto la pianta ho il mare,
ho la sera
in un’oncia e mezza di gin


Un’altra vertigine: sotto la pianta dei piedi c’è il mare, ma sotto i piedi nudi c’è anche la sera. Il mare è un elemento fisico, la sera è immateriale:
è la luce che declina? È la percezione dello scorrere del tempo? È il silenzio? È la scoperta della propria – ferita e innamorata – identità?
Anche la sera è corpo?


Sai,
posso credermi falena
a masticar la notte,
ma di alba in alba
il mio voto è al giorno –
anche al termine dei tulipani,
d’esser farfalla
a cielo nudo.


Quella di Gaia Rossella Sain è una poesia oggi rara: la sua forza è essere impermeabile alle mode (che a volte si trasformano in una vera
e propria dittatura estetico-editoriale), fedele al proprio sguardo, sincera sino al dolore, stilisticamente severa. È più raro di quanto si pensi.
 

 

 

Tre poesie di Gaia Rossella Sain:



Di falene e farfalle

Oggi
ho messo il sole
in un vasetto -
piccolo,
grande un grappolo di cielo -
l'ho stretto nel pugno
come la poiana con il topo,
a occhi chiusi
ho ingoiato
(acino per acino)
il tuo regalo di pezze e dissensi
sai,
posso credermi falena
a masticar la notte,
ma di alba in alba
il mio voto è al giorno -
anche al termine dei tulipani,
d'esser farfalla
a cielo nudo.





Alle tue mani (vuote) di sabbia

Di me
faccio la lista
delle non conformità.
Saranno le mani
(troppo piccole, e bianche) -
a trattenere non sono capaci.
Eppur le tue
son più piccole ancora, e spesse -
avrebbero terra,
ma scivolano di sabbia.
Saranno le dita,
le mie
hanno un'onda
per ogni calice pianto,
hanno un'ombra
per ogni diffida dal tuo formulario.
Forse i piedi,
ricordi?
Scalza
sotto la pianta ho il mare,
ho la sera
in un'oncia e mezza di gin.
Ancora
saranno i capelli,
sono le guance bugiarde
gli occhi di sale
la cicatrice sul lobo
(a me non dà fastidio, dicevo) -
mi accarezzo l'orecchio
a legarne il segno,
cerco
gli angoli del mio esser
difetto
anche oggi che ti vedo andare,
il mio limite è questo continuo restare.

 

 

Non yet titled

"Oggi vivi qui."
E ogni volta che vai
mi chiedo
perché le mie parole sono bruchi,
arrivano dopo
o restano sull'asfalto -
non hanno filo abbastanza
per tessere nuvole,
ma forse
siamo bozzoli entrambi
ogni volta che torni
mi chiedo
se non ci bastino due ali sole
per godere del cielo.




L’autrice:
Gaia Rossella Sain è nata nel 1987. Alcuni suoi scritti hanno vinto e sono stati segnalati in diversi concorsi,
e numerose sono le pubblicazioni in antologie.
Fra queste “Cervo Bianco” (a cura di Fabrizio Corselli) e i volumi di haiku “Hanami: Primavera” e “Hanami: Estate” (Edizioni della Sera).
La sua raccolta poetica d’esordio è “Di nuvole e lontananza”, edizioni Culturaglobale, del 2016.
Appassionata di poetica haiku, nel 2015 inizia a promuovere questa forma d'arte attraverso una mostra
fotografica itinerante dal titolo “Istanti” e con “Haiku nello zaino”, un progetto scolastico rivolto alle scuole elementari.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Fino al sangue

 

di Stefano Marchi
 

 

 

stefano marchi 20

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Voce d’autore          ---------------------------

Davanti ai Visigoti

Maurizio Benedetti, cortocircuiti e significati

 

di G.F.

 

 

Maurizio Benedetti

Per la scrittura di Maurizio Benedetti questa sua nuova raccolta, “Davanti ai Visigoti”, è una tappa
importante. Segna la sua maturità d’autore.
Il suo sguardo sulla vita e dentro la scrittura, con queste sue pagine, cresce ulteriormente.
Davanti ai Visigoti” è la dimostrazione della sua completa disponibilità alla poesia e ai suoi accadimenti,
che sono il vivere stesso.
Più dimensioni che Benedetti indaga ed esplora, portando in evidenza i nervi e i respiri di ogni esistenza.
Anche in questo suo libro continuano i cortocircuiti sensoriali che da sempre alimentano il suo scrivere,
ma a cui si aggiunge una maggiore profondità ed ampiezza di significato, nel suo dire e raccontare che si
fa ancora più capace di sviluppo e svelamento.
Davanti ai Visigoti”: già dal titolo il nuovo scrivere di Benedetti è un invito a prendere posizione, ad
affrontare e a confrontarsi, ad uscire allo scoperto, a rinunciare alle protezioni. È un invito prezioso.
E poi la memoria, con il suo manifestarsi in ricordi, è punto cardine della sua testimonianza. Pieri Vit,
suo padre, il professore Didimo; sono figure imprescindibili per entrare nella poetica di Benedetti,
riferimenti importanti e legami da sottolineare, che creano nuove possibilità di espressione.
E rimane comunque il fulcro di tutto il suo scrivere, quell’attrito con se stesso che provoca le vive scintille
della sua scrittura, che si mostra in tutta la sua necessità e sincerità.
C’è anche tanta natura in questo libro. Animali, bestie, insetti, alberi, e luoghi che non sono mai sfondo ma
parte attiva del tutto, complici e presenze importanti.
E fra queste pieghe di espressioni e rappresentazioni, il senso della fine spinge la sua scrittura a crescere
ulteriormente, un sentire i limiti e la loro irrimediabile appartenenza a se stessi.
Benedetti scrive in italiano, ma anche nella sua lingua più sentita, il friulano. Che diventa luogo del
sentimento e dell’emozione, dell’appartenenza più trasparente e radicale. E in friulano trova più stupore,
più meraviglia, apre il suo cuore con coraggio.
Un altro luogo speciale è la terra d’Istria, luogo confidenziale, luogo dove Benedetti si sente accolto, forse
l’unico riparo che gli è concesso.
Nelle pagine e lei dedicate, si vive quasi una sospensione, una possibilità d’incontro totale, con fantasmi e
desideri, con ricordi e accensioni, con parole buone e giorni strappati.
Davanti ai Visigoti” ci riporta un autore che sta ridefinendo la scrittura poetica, mettendosi continuamente
in gioco e con la viva convinzione che c’è ancora qualcosa da inventare.
E di questo gli siamo profondamente grati.
 

 

 

Maurizio Benedetti

 


Dal libro:


Il vuoto è con noi

vetrate che sanno di Europa
dove stanno persone
con occhi millenari

il vuoto è con noi
un amico se pensi al male
che si crea per riempirlo

i pini e la terra ai bordi del mare
da vicino son niente

           (Isola di Krk, luglio 2014)

 

 

 

 


Davanti ai Visigoti

Davanti ai Visigoti
siamo tutti più ciechi. Europa
sui video. Vorrei una macchina
che mi porti
nei sogni dei topi, essere seduto
tra i resti del futuro, incontrare
la formica che ha letto per esteso
il sole di Hong Kong. Penso nel frattempo
ai disegni pagani, ai caratteri
nel bianco che si espande all’improvviso,
a come pensa il cardellino
nei centesimi di tempo.

 

 

 

Tal ricuart di gno pari

Machine di cusî dal votcent,
progjets intassâts,
e tant di chel timp
su magnoliis e gramis
dal soreli di Lui.

Tal ricuart di gno pari,
la so borse lassade
come el dì de muart.
Poc altri mi reste
che el gno umil mistîr,
el frêt e la ploe
che movin la vite.

Tal ricuart di gno pari
l’ultime volte al veve i voi siarâs
come dopo dal mont.


Nel ricordo di mio padre Macchina da cucire dell’ottocento, / progetti accatastati, / e così tanto tempo /
su magnolie e gramigne / del sole di luglio. // Nel ricordo di mio padre, / la sua borsa lasciata / come il
giorno della morte. / Poco altro mi resta / che il mio umile mestiere, / il freddo e la pioggia / che muovono
la vita. // Nel ricordo di mio padre / l’ultima volta aveva gli occhi chiusi / come dopo il mondo.

 

 

 

Intervista a Maurizio Benedetti:

 


Chi sono i Visigoti del titolo?
I Visigoti rappresentano quello che è diverso o lontano da noi, difatti nella poesia “Davanti ai Visigoti” si dice: “Davanti ai visigoti siamo tutti più ciechi”.

In un passaggio scrivi 'le mie poesie sono lampi brevi'; lo puoi spiegare?
Le mie poesie sono lampi brevi perché tutto il resto è vita. Con le preoccupazioni, il lavoro, la stanchezza, la paura di non farcela.
In genere però la poesia è un lampo breve, è folgorazione e sintesi. Nella poesia “Opere d’arte” dico: “Il mio vestito è un temporale colorato in un attimo”.

Il tuo scrivere è immerso nella nostra società, che pensiero ne hai a riguardo? E come vedi la tua poesia nel raccontarla?
Il mio pensiero è quello di una società che diventa sempre più virtuale. E quindi sempre meno legata alla terra dove cammina, al mondo che ha davanti.
Una società sempre più evoluta ma sempre più povera, dove comandano quelli che non si accontentano di vivere bene, ma vogliono arricchirsi a dismisura. Voglio dire che alla fine, la tecnologia avanza ma è al servizio dell’uomo antico.
Io cerco di seguire il progresso con la mia poesia, cerco di essere innovativo e quindi studio le molteplici possibilità della logica oltre l’ABCD, la natura ricreata dalla materia, fino ad arrivare alla natura presente nella materia.
Cerco di riprodurre anche i molteplici linguaggi e i ritmi delle macchine con la mente umana. Voglio fare la poesia del futuro, anche a costo di non essere capito.

Scrivi anche testi in friulano. Com'è che un tuo testo nasce in italiano, e un altro in friulano? Cos'è che li fa 'esprimere' in un modo o nell'altro?
Certe volte mi esprimo in friulano quando racconto cose molto legate alla mia terra, altre volte è casuale.
Le mie poesie in friulano di solito seguono uno schema logico più tradizionale. Ed è per questo che a tanti piacciono di più.

E poi c'è l'Istria, sempre molto presente. Cos'è che ti affascina di questa terra? Cos'è che la rende così importante per te?
L’Istria ha dei bellissimi paesaggi di campagna e di mare, e io ci trovo sempre qualcosa di magico.

Nel libro ci sono anche delle foto e dei disegni. Perché questa scelta?
Le foto, i disegni e la tua prefazione, sono un arricchimento, oltre che un aiuto per il lettore.

Come si pone questo 'Davanti ai Visigoti' rispetto alle tue pubblicazioni precedenti?
Nel mio primo libro la sperimentazione riguardava più la logica discorsiva e i mezzi di comunicazione, nel secondo libro era predominante l’evoluzione della convivenza fra natura e materia, vedi il discorso che ho fatto prima. In questo libro vi è più una sperimentazione di tematiche e di luoghi.

 

 

Maurizio Benedetti

 

 

L’autore:
Maurizio Benedetti è nato a Berna nel 1968 e vive ad Ara Grande, frazione di Tricesimo (UD).
Ha pubblicato nel 2006 la raccolta breve “Lontano da chi ascolta” per Sottomondo di Gorizia
e, per il medesimo editore, “So distruggere il mio dio” nel 2008.
Nel 2010 ha pubblicato per Kappa Vu di Udine la raccolta “Bionda salamandra e altre poesie”,
con la quale ha vinto un primo premio alla diciottesima edizione del Concorso Artistico
Internazionale “Amico Rom”
.
Ha fatto parte della redazione della rivista “Corrispondenze & Lingue Poetiche”.
Ha preso parte a vari Festival artistici e letterari ed è direttore artistico del Festival di poesia
PoetARE”, che si tiene dal 2008 ad Ara di Tricesimo.
Nel 2009 ha vinto il “Trieste poetry slam” e si è classificato secondo al Premio Nazionale di
poesia “Ossi di seppia”. Nel 2010 è stato inserito nell’antologia del Premio Internazionale
Giuseppe Longhi”. Nel 2011 ha vinto il Premio Nazionale di poesia “San Mauro Città delle
Fragole
” organizzato dalla rivista piemontese “Nuova Periferia” e il Concorso Internazionale
di Poesia “Calla in poesia - arte senza confine”.
Nel 2013 ha partecipato al Festival di poesia “Stranou” che si svolge nel mese di giugno fra
Praga, Beroun e Krakovets, in Repubblica Ceca.
È stato più volte ospite del progetto “Residenze estive” al Collegio del Mondo Unito di Duino.

 

(Maurizio Benedetti “Davanti ai Visigoti”, pp. 60, 10 euro, Kappavu, 2017) 

 

 

 

 

 

 

 

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Fino al sangue

 

di Stefano Marchi
 

 

 

stefano marchi 16

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Voce d’autore        --------------------------

Su fuoco bianco

‘Gocce di notte’ di Valentina Mariani

 

di Salvatore Cutrupi

 

 

Valentina Mariani

In questa sua prima raccolta dal titolo “Gocce di Notte”, edita da Qudu, Valentina Mariani mette in luce la bellezza della poesia haiku che non smette
mai di essere grande nonostante il suo lungo itinerario temporale: dalla prima antologia di poesia giapponese intitolata Manioshu del secolo VIII
e dai primi haiku scritti nel 1400 fino ad arrivare ai giorni nostri. Nei versi di questi suoi 48 haiku sono presenti molti dei temi che rappresentano il
cuore di questa forma poetica: i fiori e i frutti, l’alba e il tramonto, il mistero e poi la fragilità umana e l’amore nelle sue varie sfumature:


tratteggio bozze
e colori svanenti
in-vocazioni

*

tracce dorate
nell’aria si perpetua
Il suono di te

*

marea s’alza
illumina la notte
i nostri sguardi


Uno dei temi che si ritrova più volte in questo suo viaggio nel mondo delle immagini e delle parole è quello dell’inesorabile fluire delle stagioni e del tempo,
tema molto caro alla filosofia Zen, filosofia molto vicina allo spirito della poesia haiku:


cruda la città
dalle foglie avvizzite
il sole fugge

*

rocce viventi
a sussurrare storie-
ali aperte

*

muri di canto
trascrivo passi antichi
su fuoco bianco


Negli haiku di Valentina non mancano i riferimenti al fenomeno della migrazione umana descritto mirabilmente con la metafora delle rondini e
anche al tema dell’accoglienza, tante volte negata, che le procura un malessere interiore così forte da portarla a descrivere immagini molto crude.
C’è in lei una profonda sensibilità che va oltre la poesia intesa solo come mera rappresentazione della bellezza della natura:


rondine giunge
da stazioni distanti-
mondo migrante

*

barca di carta
su pietre colorate-
rotta del cuore

*

orme su sabbia
di gabbiano ferito-
disegni d’ali


Non tutto però si esaurisce con i momenti di sofferenza psicologica e di rassegnazione poetica e così Valentina Mariani quasi improvvisamente
esce dalla tristezza e dalla rassegnazione (Wabi).
Lei vuole, desidera, direi quasi “ha bisogno” di sperare in un mondo nuovo, in un futuro migliore pieno di luce e di solidarietà ed è quello che ci vuole
urlare” con il significativo haiku che dà il titolo alla sua raccolta:


oltre le stelle
germogliano sul muro
gocce di notte


Mi piace concludere queste mie riflessioni con una frase in cui si dice che “l’arte del poeta consiste nel saper dire cose importanti con il minor numero
di parole possibili
”. Se questa affermazione è vera allora si può sostenere che Valentina Mariani, con questa sua raccolta, ha dimostrato di possedere questo dono.

 

 

Valentina Mariani

 

Intervista a Valentina Mariani:


L’interesse per l’arte giapponese e per la poesia haiku è sempre più diffuso in Italia. Quale è stata, nel tuo caso, la scintilla che ha dato inizio al tuo scrivere haiku?
Non saprei indicare un momento preciso. Di sicuro, il trasporto amoroso per il Giappone è esploso quando ci sono andata, nel 2010. Sono stata completamente rapita dalle contraddizioni di questa nazione, sospesa tra avanguardia tecnologica, colori sgargianti e suoni surreali - tanto sono allegri - a pervadere le strade e i negozi da un lato, e lentezza silenziosa, rituali millenari, spiritualità e natura solitaria e armonica dall’altro. Il dionisiaco e l’apollineo che convivono pacificamente, per dirla alla Nietzsche! Un’etica rovesciata rispetto a quella occidentale, dal punto di vista sociale, culturale, normativo, dei costumi. Dopo avere già incontrato la narrativa, mi sono quindi interessata alla forma espressiva a me più vicina, la poesia, e ho iniziato a leggere qualche haiku. Non ne ho letti troppi, però, di haiku, perché ho subito sentito che questa forma poetica potesse essere per me ideale da adottare in quel periodo, e dunque ho voluto astenermi dalle possibili influenze di terzi. Ho poi studiato le caratteristiche formali dello haiku che pian piano mi stava conquistando.

Cè qualche grande maestro giapponese del passato che ha influenzato il tuo modo di scrivere?
Ho letto per primi alcuni haiku di Basho e Issa, che mi hanno incantata. Però cito anche Borges e Kerouac, e arrivo ad Ungaretti, senz’altro essere inseribile tra gli autori che in qualche modo hanno utilizzato questo stile. Più in generale, ho scoperto molto presto Murakami, con il romanzo “A sud del confine, a ovest del sole” e sempre poco più che adolescente, Mishima. “Confessioni di una maschera” mi ha molto colpito, come pure “Il padiglione d’oro”. Pur trattandosi di prosa, ho amato molto le visioni paesaggistiche ed emotive scaturenti dalla penna di questi due grandi scrittori. E in fondo io vedo l’haiku come istantanea della natura che ci circonda, suggestione sentimentale, catarsi immaginativa.

Anche nello scrivere haiku molti poeti hanno delle parole che usano più spesso. Anche tu hai delle parole preferite?
Sì. Nell’haiku, peraltro, data la sua intangibile brevità, se si segue il kigo (il riferimento stagionale) è quasi inevitabile che vi siano dei termini ricorrenti. Ma, per lo stesso motivo che ho riportato (la facilità di ripetere i termini viste le sole diciassette sillabe dell’haiku e gli elementi della natura e delle stagioni), ho fatto attenzione a che non ci fossero molte ripetizioni, ed è stato un lungo lavoro di cesello. L’haiku appare come un messaggio semplice e dalla genesi breve, immediata, ma non è così per me. Raggiungere l’equilibrio armonico, semantico e fonologico, con una poesia che è quasi un aforisma, è molto laborioso. lo definisco quello sull’haiku un lavoro di scultura, di sottrazione lenta, attenta, per giungere all’essenza. Ad ogni modo, nei miei haiku ricorrono - direi - le parole “neve”, “mare”, “acqua”, “fuoco”, “notte”.

 

Valentina Mariani

Quando scrivi un haiku oltre a nutrire la tua anima, cosa cerchi di comunicare e trasmettere a chi ti legge?
Non so se sia giusto o esaustivo dire che con gli haiku nutro la mia anima. Scrivo da quando avevo meno di cinque anni; ho scritto dei mini-racconti già in seconda elementare. Scrivo poesie sin dai primi anni delle scuole medie inferiori. Direi che scrivere è, forse anche prima che un bisogno imprescindibile della mia anima, una caratteristica fondante della mia persona. Sono una grafomane, mi sa! Quando scrivo, lo faccio sì per colmare i miei vuoti, per calmare la mia inquietudine esistenziale, per tacitare il dolore, ma anche, in diversi momenti, per esprimere amore o bellezza, per fissare in maniera indelebile con i mezzi a me vicini una sensazione, per donare un’emozione.
L’interlocutore viene dopo, non per mancanza di interesse o attenzione nei suoi confronti, ma perché non troverei eticamente ed esteticamente corretto scrivere in funzione di qualcuno. Sarebbe una forzatura, o un tentativo di convincimento, o di mero compiacimento derivante dalla soddisfazione di un’aspettativa altrui. Ecco perché chi legge viene dopo. Per rispetto, oserei dire.
Ad ogni modo, ciò che mi piacerebbe regalare a chi legge è la libertà. Il messaggio più bello e potente degli haiku mi pare questo. La sua plasticità, data dal messaggio breve, spesso spersonalizzato, o comunque indiretto, mai immediato, è per me potenza immaginifica che può divenire mille atti diversi, ognuno (o più d’uno) per ogni persona che li legge. Altri contenuti più intimi sono soggettivi e non categorizzabili. È ovvio che si scriva sempre in qualche modo di sé, oltre che per sé: nello haiku, questo è meno evidente e talora non rintracciabile. E questo riparo mi fa sentire a mio agio. Anche in questo senso ho parlato di libertà: non descrivere in dettaglio tutto e “costringere” in qualche modo chi legge ad essere soltanto un ricevitore di un messaggio esauriente e dunque esaurito in sé, ma trasmettere in un certo senso il vuoto (concetto così presente nella filosofia zen), che corrisponde in realtà allo spazio necessario per potere essere anche un ideatore, o un creatore di senso.

Questo tuo haiku “nuovi sentieri/ si dischiudono nel buio/ le foglie del tè“, in particolare, mi ha colpito per la forza espressiva e per la fine ricerca della giustapposizione di immagini (toriawase). Ti ricordi come è nato?
Cerco sempre il doppio senso possibile, doppio o anche molteplice. Certo, un significato molteplice in diciassette sillabe può sembrare una ricerca narcisistica, ma amo l’idea di una polisemantica della poesia. E così i significati possibili si intersecano su più piani: descrittivi, metaforici, filosofici, psicologici, storici. In alcuni haiku ciò in parte avviene.
Nell’haiku da Lei riportato gioco innanzitutto con la “variabile posizionale” e rispondo a mia volta con una domanda: cosa si dischiude al buio, le foglie del tè oppure i nuovi sentieri? O entrambi? Come cambia la percezione dell’immagine e quindi del messaggio se si considera più vicina a sé l’una o l’altra risposta?
Questo haiku è nato in un momento di stagnazione e sofferenza, con l’esigenza però viva di cercare altro. Da alcuni anni sono appassionata di tè, ne acquisto diversi tipi, spesso non in bustine ma sfusi. Mi affascina vedere l’espansione delle foglie triturate nell’acqua calda. Avevo letto in quel periodo – non a caso, mi viene da dire - autunnale, che le foglie del tè bianco, originario del Fujiian, si mettono ad essiccare al freddo e di notte. Avevo anche letto che in alcuni casi le foglie del tè si dischiudono la sera, messe in infusione con alcuni fiori quali rosa e gelsomino, producendo dei veri e propri bouquet. Ciò è detto tè fiorito. Ho messo insieme la fioritura (che è una genesi) proveniente non dalla luce, ma dal silenzio dell’oscurità, il mio momento delicato, l’anelito di nuove suggestioni, le visioni d’Oriente ed è uscito fuori questo haiku. Come nella fine c’è nuovo inizio, così nel buio c’è ri-nascita.

Ho letto nel tuo curriculum che sei molto impegnata a livello politico, sindacale e associativo. Pensi che gli haiku, e più in generale tutta la poesia, debbano avere anche il compito di denunciare i disagi della società, proponendo delle soluzioni, oppure è un compito che spetta solo alla politica, alla scienza e alla tecnologia?
Sono andata di recente alla presentazione dell’ultimo libro di Chandra Livia Candiani, poeta che amo, e ho condiviso in toto la sua risposta sull’utilità della poesia: la poesia non serve, e non deve servire, ha detto. L’unicità e l’altezza morale della poesia stanno, come per la filosofia, non nell’essere una risposta ad un’esigenza o una risoluzione di un problema, ma nell’essere un arricchimento dell’anima e nel contribuire ad una formazione che contenga una visione umana, lungimirante e accogliente.
L’haiku è per me poesia della pace, perché nasce nel silenzio, perché obbliga a trovare con perizia e pazienza le parole adatte (nella scarsità, la qualità conta molto di più che nell’abbondanza). E così, parafrasando la scelta lessicale, dovrebbe avvenire nella vita: il piccolo diventa grande, il semplice assume importanza, concetti e valori che il capitalismo e la globalizzazione hanno escluso e ridicolizzato e che dovrebbero costituire un nuovo alfabeto della solidarietà.
In Giappone, poi, nelle scuole si insegna a scrivere haiku: vi sono dei corsi per trasmettere ai bambini l’importanza dell’osservazione della natura circostante, della concentrazione e del silenzio, dell’armonia di ciò che è essenziale e semplice. Questi sono tragitti di pace.
Più in generale, qualunque cosa io scriva ha per me un valore e una volontà politica, visto che è nella politica che inserisco l’etica, ovvero i valori di solidarietà, uguaglianza e libertà che mi sono stati trasmessi e di cui ho fatto la mia bandiera. Sotto questo aspetto, ci sono alcuni miei haiku che definisco politici e che possono rinviare, se letti sotto una certa luce, alla formazione di una consapevolezza comune e civile.



L’autrice:
Valentina Mariani nasce ad Avellino. Dopo la maturità linguistica prosegue i suoi studi presso L’Università “L’Orientale” di Napoli dove consegue la laurea
in Scienze Politiche discutendo col docente di Filosofia Teorica, professor Roberto Esposito, una tesi sulla Storia delle Dottrine Politiche. È esperta di
cooperazione internazionale e cofondatrice dell’Associazione “Zia Lidia Social Club”, cineforum itinerante autofinanziato che vuole essere una finestra
aperta sulla realtà culturale irpina, nazionale ed internazionale. Attualmente vive a Bologna. E’consulente filosofica e svolge attività sindacale con la CGIL
dove opera anche come formatrice. Collabora come redattrice con “Il Pickick”, rivista di culture, critica e narrazioni.


(Valentina Mariani “Gocce di pioggia” Qudulibri, pp. 106, 10 euro, 2017)
 

 

 

 

 

 

 

 

Immagini          --------------------------

Fino al sangue

 

di Stefano Marchi
 

 

 

stefano marchi 6

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Voce d’autore         -------------------------

Parole Sante

L’acqua dal vento, la poesia in ogni sua lingua

 

di G.F.

 

Una collana poetica che nasce da un progetto ambientale nel sud del Salento, in Puglia, e da uno spunto del compianto Raff bb Lazzara, poeta friulano.
Il progetto è quello dell’Orto dei Tu’rat, il cui scopo è catturare l’acqua dal vento, in una zona a rischio desertificazione.
E l’idea che questo luogo potesse essere perfetto per ospitare anche la poesia.
Così è nata l’antologia “Parole Sante” che nel suo nuovo terzo volume contiene ben ventisette autori, di tutta Italia, che scrivono in dialetto.
Autrice di questo progetto editoriale è Milena Magnani, responsabile della collana poetica “Rosada”, titolo preso da un verso di Pier Paolo Pasolini.
Di seguito tre testi dall’antologia e la voce di Milena Magnani che ci racconta tutto il percorso di ideazione e costruzione di questi importanti progetti.

 

 

Parole Sante

 

dall’antologia:


Fabio Franzin

"Se dissése"


Rive, pendii romài ribandonàdhi,
pradhi sbièghi senza pì ombre
e radìse, costoni de erbe e pìere,
frugàdhe da sol e nevi, da venti.

‘Assàdhi da soi parchè scomodi
come mì, rùspighi, ièrti. ‘E vostre
distese fiorìdhe, ‘e nostre ferìdhe
stìmate mostràdhe za da lontàn,

brodhe pàidhe de sassi, crèpi fondi
come colpi de badhìl a stacàr
zhope gigante, a stacàr dai ossi
‘a carne, ‘e malghe, nizhiòi bianchi.

Sé sponde franose ‘dèss, dispetose,
‘sassine, te un mondo che vòl tut
Fàzhie, da sfrùtar senza fadhìga.
Sé onde de tèra senza pì ‘e verdi

vée dei àalbari, i bari de roe ìsoe
pa’l riposo dei sòi, nude de nidi
e canti. Sé dissése ‘ndo’ che core
zo, romài, sol ‘e nostre desgràzhie.


Siete discese
Rive, pendii ormai abbandonati,/ prati declivi senza
più ombre/ e radici, costoni di erbe e pietraie/ erose
da soli e nevi, da venti// Lasciati all’incuria perché
scomodi/ come me, scabri, erti. Le vostre/ distese
fiorite, le nostre ferite/ stimmate esposte già da lontano,
// coaguli pallidi di sassi, crepe profonde/ come colpi di
vanga a incidere/ zolle maestose, a staccare dalle ossa
/ la carne, le malghe, candide lenzuola.// Siete
sponde franose ora, dispettose,/ assassine, in un
mondo che esige tutto sia/ in economia, da sfruttare
senza sforzo. Siete onde di terra private delle verdi//
vele degli alberi, degli arbusti spinosi isole/ per il
riposo dei voli, nude di nidi/ e canti. Siete discese ove
rotolano/ ormai, solo le nostre disgrazie.

(dialetto veneto-trevigiano dell’Opitergino-Mottense)





Nadia Agustoni

Ol tep lè pura de la mort
ma ‘n se sta l’estat
i banc de scola o
ol tramuntà del sul
chel venia soi campanele
ol bianc di nost fiur
come nel cor di pra
u n’aria de sira e neoi


il tempo è paura della morte/ ma siamo stati l’estate/
i banchi di scuola vuoti/ il tramonto che veniva sulle
campanule/ il bianco dei nostri fiori/ come nel cuore
dei prati/ un’aria di sera e nuvole

(dialetto bergamasco della bassa, ovvero dei paesi di pianura)





Andrea Donaera

‘U mare mai tantu chiaru te Caddhipuli, pe’ tantu tiempu schifu e noia,
puru ‘sta taula ete terra, cuarda comu bbinchia
intra alle vene sotta i pieti, intra ‘u passu zzoppu sulla petra tua,
intra ‘u giru te lu muru ssangulantatu, ieni, cuardi ‘u Mallatrone
ca ete chicatu susu alla morte e rite comu stu meve meu sperperatu –
‘stu essere ommu ca hai spolveratu polvere susu ‘a polvere,
terra viva susu ‘a terra morta e poi (seme manatu a mmienzu mmare)
risorta


Il mare mai tanto blu di Gallipoli, a lungo schifo e noia,/ anche
questa superficie è terra, guarda come mi palpita/ nelle vene sotto
i piedi, nel passo incerto sul tuo lastrico,/ nel giro tra le mura
sanguinose, vieni, guardi il Malladrone/ che è curvo sulla morte e
ride come questo mio io sperperato -/ questo esser uomo che hai
spolverato polvere sulla polvere,/ terra viva su terra morta e poi
(seme su una marea)/ risorta.

(dialetto gallipolino, di Gallipoli)

 

 

 

Intervista a Milena Magnani:

(curatrice della collana di poesia Rosada)


Da cosa nasce questa antologia?
L’antologia Parole Sante nasce da un progetto ambientale che porta il nome di Orto dei Tu’rat.
E’ un progetto ubicato nel sud del Salento, un territorio senza fiumi dove, a causa di un cattivo modo di usare l’acqua, la falda si è ormai salinizzata, al punto da far conquistare a quell’area geografica il primato in Europa per rischio di desertificazione. In quel Salento Mino Specolizzi, che tra le altre cose è anche il mio compagno, ha tentato una poesia ambientale, così mi piace pensarla, un gesto poetico che consiste nel realizzare grandi strutture in pietra a secco che hanno la forma di enormi mezze lune e portano il nome di Tu’rat, il cui scopo è catturare l’acqua dal vento.
Per me non c’è nulla di più poetico di questa idea di riuscire a spremere acqua dal vento, un’utopia che si fa concreta di fronte all’evidenza della gocce di rugiada che scendono sul terreno.
Ma oltre alla poetica di questo vento che incontrando i Tu’rat si condensa e scende sotto forma di rugiada consentendo la crescita di un orto botanico, devo dire che i Tu’rat sono strutture bellissime, quasi delle quinte teatrali, che oltre a svolgere la loro funzione di condensatori di umidità creano una cornice di bellezza davvero particolare.
E’ stato lì che un’estate un poeta friulano straordinario che è Raff bb Lazzara venendo a trovarci ci ha suggerito quanto sarebbe stato bello adibire quel luogo a un luogo per la poesia.
Raffaele vedeva in quella situazione paesaggistica la precisa sacralità di energia e di silenzio necessarie ad ascoltare la voce dei poeti.
Era il 2009 e così Mino Specolizzi diede il via alla prima maratona poetica che prese il nome di Parole Sante.
Fu un esperienza straordinaria. Ascoltare i poeti alternarsi ai musicisti nella cornice di quelle mezze lune di pietra, ascoltare autori contemporanei e poeti che facevano omaggio a poeti grandissimi come Antonio Verri o Federico Tavan, o Vittorio Bodini, Patrizia Vicinelli.
Grazie a quell’evento ebbi per la prima volta la misura di cosa volesse dire per la poesia uscire dai salotti e dalle corti accademiche per farsi discorso corale, per divenire occasione di incontro, di scambio e nutrimento reciproco.
E’ stato però poi negli anni successivi, quando l’Orto ha cominciato purtroppo ad essere bersaglio di roghi dolosi che ne hanno distrutto a più riprese le piante da frutto, gli ulivi pluricentenari e le strutture per l’accoglienza, è stato a quel punto che insieme allo sconforto massimo, ci sono venuti incontro i poeti, suggerendoci che la serata Parole Sante poteva essere accompagnata da una vera propria antologia che raccogliesse i testi dei partecipanti e consentisse di essere uno strumento per la ricostruzione.
L’idea di alcuni poeti era che ogni copia di parole sante venduta si sarebbe potuta trasformare così in pianta, in albero da frutto, in speranza di rinascita.
Mai come di fronte a questa pratica ho capito la forza dell’esortazione di Antonio Verri, un grande poeta salentino morto nel '93, autore di straordinarie raccolte tra cui Il pane sotto la neve, il quale scriveva:
ricordatevi poeti che volevamo fare una poesia di lotta!”.
E’ da qui che nasce questa antologia, dalla terra arida, dal sogno di un’oasi possibile, e soprattutto dall’aver scoperto la forza della parola poetica che, se da un lato può avere una pura bellezza estetica dall’altro può scardinare le logiche distruttive e sostenere le idee e farsi anche poesia militante.
Abbiamo così trovato un editore indipendente salentino, la casa editrice Kurumuny, diretta da Giovanni Chiriatti, che ha accettato di entrare con noi in questa avventura.
Quest’anno siamo alla terza antologia Parole Sante e spero che la sua storia sia ancora lunga.

 

Parole Sante

Che cosa caratterizza l’ultima antologia uscita, la numero tre? Perché la scelta del dialetto?
L’ultima antologia di Parole Sante vede la partecipazione di 27 poeti.
Sono poeti che vengono da tutte le parti di Italia e sono stati invitati a scrivere nella loro lingua madre.
Lo scriveva Federico Tavan “Nome chê lenga chì a ne permet da fevel“ (“Solamente questa lingua mi permette di parlare”).
Ci siamo convinti, nel corso di questa piccola avventura poetica, di quanto sia importante ritrovare nella poesia quel tratto di autenticità linguistica che fa vibrare le emozioni profonde, un tratto di autenticità che forse solo attraverso il recupero dei dialetti e delle lingue locali riesce ad essere efficace.
Ne è venuto fuori un lavoro ricchissimo e incredibilmente contemporaneo.
C’è stato in questo sicuramente un rimando al lascito di Pasolini, a quella sua meravigliosa raccolta Poesie a Casarsa con cui tentò una riappropriazione del dialetto come segno di opposizione al potere del capitale e della sua logica consumistica, è stato infatti Pasolini negli anni 70 tra i primi che ad aver strappato i dialetti dal pantano di una società che li osteggiava in quanto “lingue barbare e proprie delle masse rurali”.
E’ proprio questo suo approccio che fa da cornice a questa nostra avventura antologica, un’avventura che parte con la voglia di pensare la riappropriazione delle lingue locali come occasione di arricchimento e soprattutto di laboratorio verso un linguaggio poetico plurale, a cui è possibile anche attingere per ritratteggiare una poetica del contemporaneo.
Certo siamo debitori anche ad altre realtà culturali e poetiche già consolidate nel tempo, come l’esperienza di Usmis, quel fermento poetico che animò il Friuli negli anni 90 con un mondo linguistico straordinario che noi dell’Associazione culturale Orto dei Tu’rat avevamo potuto conoscere attraverso il poeta Raff bb Lazzara, Usmis ci ha aperto un mondo circa questa incredibile possibilità di essere al tempo stesso locali e planetari.
Ma più di tutto il grande ispiratore di questo numero di Parole Sante è stato Sergio Rotino, poeta di origine salentina ma ormai bolognese di adozione.
E’ lui che ha curato la redazione di questo ultimo numero, cercando e contattando i poeti ed è lui che a sua volta, ha avviato una sua sperimentazione linguistica sulla riconquista e reinvenzione di una lingua. Reinvenzione che ha messo in pratica in una sua silloge dal titolo “Cantu Maru”, un libro di poesie che passa attraverso il suo tentativo di ricostruirsi una lingua, il salentino leccese, che da bambino gli era stata impedita di parlare.

Poi la nascita della collana di poesia, come mai? Perché questa decisione?
Dall’esperienza così arricchente dell’antologia Parole Sante è nato nel tempo l’incontro con poeti davvero straordinari, poeti di fronte ai quali mi era rimasta la voglia di approfondire la conoscenza della loro produzione poetica….
Per questo si è animata in me la voglia di tentare una collana editoriale di poesia. Mi piaceva l’idea di dare spazio ad ogni poeta in modo profondo per consentire con la sua poetica un vero incontro.
Ho chiesto così ancora alla casa editrice Kurumuny se fosse disposta a sostenermi, ha accettato e così è nata Rosada che è la collana poetica che dirigo.
Ho deciso di chiamarla Rosada in omaggio a Pier Paolo Pasolini a quella mattina in cui lui, girando per le strade di Casarsa sentì pronunciare da un ragazzino la parola ‘rosada’.
Mi ha sempre colpito l’idea che una parola sentita in un particolare momento della giornata, con una particolare luce, pronunciata dalla voce di un bambino che la borbotta correndo, una parola che sola era in grado di indicare la rugiada di quelle ore, la “rosada” appunto, abbia portato Pasolini a sentire la voglia di cominciare a scrivere dei versi in una lingua che in quel momento della sua vita ancora non possedeva, l’idea che una parola abbia avuto la forza di aprire un mondo e abbia generato nel poeta il desiderio di strappare il dialetto dal suo contesto di pura oralità e di renderlo grafico.
C’è quel suo verso: “Ti jos, nini, tai nustris cuàrps,/ la fres-cia rosada/ dal timp pierdút”.
La collana poetica Rosada nasce così con un particolare rispetto verso tutte le sperimentazioni poetiche capaci di veicolare una appartenenza ai luoghi e al loro retroterra culturale, tutta quella poesia che sembra sapere da dove viene e che da lì trova la forza di spiccare voli.
Non si tratta di poesia limitata entro un confine territoriale.
La collana Rosada pubblica (senza chiedere un contributo economico agli autori) quei poeti capaci di proporre una poetica che è frutto di ricerca e di profonda volontà di innovarsi, tutta quella poesia che non è piegata sul proprio ombelico autistico.
Certo non è facile nel 2017 pensare di riuscire a far sopravvivere con successo una collana di poesia che ha la velleità di essere distribuita in tutta Italia. So che il problema di una distribuzione capillare nelle librerie e del rischio enorme di invenduto rimane un problema comune a tante piccole case editrici indipendenti ma nel nostro caso, questo scoglio poteva risultare davvero un ostacolo insormontabile…
E’ per questo che abbiamo deciso di adottare una strategia di piccolo cabotaggio che ci permette di ovviare al rischio di una distribuzione troppo capillare e relativo invenduto, abbiamo deciso infatti di contattare in ogni città una libreria indipendente che tenga i libri Rosada e poi abbiamo fatto una mappa di queste librerie sul sito Rosada, in modo che si possa cliccare su un’immagine della cartina d’ Italia e scoprire dove è possibile acquistare i volumi dei nostri poeti. ( http://rosadapoesia.it/librerie/ )

 

Parole Sante

Cosa trovi nella poesia, da darle così fiducia?
La poesia per me è l’impossibile reso possibile, come scriveva Garcia Lorca, è ciò che rende ricco un momento, uno sguardo, una prospettiva.
Praticare la poesia può salvare la vita, nel senso che anche se tu fossi fermo in una stanza la poesia ti solleva da dove sei e dopo non ti posa nel luogo da cui eri partito ma in un “più in là” in un “altrove”.
Un altrove che a volte può anche essere uno sguardo politico, di disvelamento, di denuncia, di possibilità.
Poesia è quindi un ampliamento di orizzonti per il quale io sono molto riconoscente ai poeti.

Quali i progetti odierni e futuri della casa editrice?
La casa editrice come ti ho detto non pubblica a pagamento, nel senso che non chiede nulla ai poeti. Ho sempre trovato triste l’idea che un autore si debba pagare la stampa dei propri libri, non mi pare serio da parte degli editori.
Abbiamo deciso di pubblicare solo poeti nei quali crediamo profondamente, e ogni piccolo successo loro sarà anche nostro.
La collana Rosada è nata a maggio e per ora abbiamo collezionato tre titoli, ma abbiamo in cantiere altri progetti uno dei quali è proprio una raccolta delle poesie di Raf bb Lazzara che purtroppo ci ha lasciati l’hanno scorso.
Il primo volume è stato “Il modo in cui la luce”, di Michele Bellazzini, a cui poi ha fatto seguito “Cantu Maru” di Sergio Rotino, e l’ultimo volume pubblicato invece è stato ad agosto “Tetrakis: tre voci per un traversare”, un volume che vede tre poeti Andrea Donaera, Renato Grilli, Daniela Liviello, cimentarsi assieme rispetto al tema dei luoghi e del loro attraversamento.

 

Parole Sante

Quale l’importanza, e il significato, del fare libri di poesia?
Sinceramente non so dire quale sia l’importanza di fare libri di poesia, in termini generali. Non c’è una reale domanda di poesia tale da giustificarne una scelta editoriale.
Diciamo che la poesia è per me una sfida, in un mondo che va verso la globalizzazione omologante, in un mondo che dà tutto per scontato e trasforma ogni aspetto del vivere in prodotto di consumo mordi e fuggi, l’atto di pubblicare dei poeti va in controtendenza, perché richiede lentezza e ascolto, e poi richiede tanta voglia di ritrovare meraviglia. …
Mi viene in mente una straordinaria poesia di Raff bb Lazzara, nella quale diceva di non aver paura delle streghe perché aveva visto tante cose brutte ma aveva visto anche tante meraviglie:
No o ai pôre da lis striis/ jò/ mame/ parcè ch’o ai viodût/ cetantis robis tristis/ toratôr/ iar/ cumò/ jò/
mame/ no o ai pôre da lis striis/ jò/ cumò/ parcè ch’o ai viodût/ cetante maravee/ atôr pal mont/ jò fie/
cumò/ jò
” (Raf bb Lazzara -Düsseldorf 1965-Cormòns 2016)

www.rosadapoesia.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Immagini        --------------------------

Fino al sangue

 

di Stefano Marchi
 

 

 

stefano marchi 5

 

 

 

Intervista a Stefano Marchi:


Com’è nata la tua passione per l’arte?
Ho sempre amato la pittura fin da ragazzino, quando mi capitavano in mano i testi di storia dell’arte di mio fratello maggiore, che all’epoca era studente universitario. Ho continuato poi la mia ricerca personale immergendomi in tutto ciò che era arte, in una sorta di studio autodidatta, visitando mostre più o meno importanti a livello mediatico e conoscendo artisti di vario livello. Sono stato molto attratto dalle avanguardie degli anni Sessanta e Settanta; tramite la collaborazione e l’amicizia con il collezionista Egidio Marzona, ho avuto la fortuna di conoscere artisti come Vito Acconci, Luciano Fabro, Mario e Marisa Merz e Robert Barry, che ho aiutato nel porre in opera un’installazione nella casa di Marzona a Villa di Verzegnis. Ma sono sempre rimasto legato in maniera forte alla pittura.

I tuoi lavori, almeno quelli qui presentati, hanno una grande fisicità, sia nell’uso di figure e colore, che nelle loro dimensioni. Come mai?
Uso tele industriali di un formato medio grande, dal 100x120 in su. C’è stato un periodo in cui le tele me le costruivo, ma è durato poco. Facendo tutto da solo avevo difficoltà nel tirare la tela grezza e poi non riuscivo a trovare facilmente chi potesse costruirmi i telai senza chiedere somme esose. Quindi tele di grande formato. Ai movimenti delle braccia occorre spazio, perciò il formato è determinante, in quanto solo un largo campo d’azione consente di viaggiare immergendosi nel quadro stesso, dipingendo fino ad esaurimento. La lezione di Pollock è fondamentale per me. Come determinanti per la mia formazione sono stati Georg Baselitz e i Nuovi Selvaggi tedeschi degli anni Ottanta. Adoro quella violenza gestuale che genera figure, sagome, volti tumefatti, vittime. Non c’è tempo per la riflessione, né per la perfezione, aspetti della pittura che non mi interessano. L’azione deve essere rapida, in piena sintonia col cuore e col cervello. Il cervello ci permette di essere liberi, di concepire un’idea e al tempo stesso di evitare di rinchiuderla dentro ragionamenti tecnici, che nulla hanno a che fare con l’intuito, che per me è sinonimo di creazione e quindi di arte. L’idea fugge, non resiste a lungo nella mente e quindi nessuna pausa e via con i pennelli, con le mani se è necessario, in un turbine di materia e di colori.

Sono pochi i colori scelti ed utilizzati, perché?
È vero, l'uso di una tavolozza essenziale non è casuale. I colori fanno parte della mia vita, artistica e non, ma nella fattispecie ho affrontato una serie pittorica priva di ricchezza cromatica, adoperando l'essenziale, il bianco, il nero, l'ocra, ricercando nel minimalismo pittorico, il senso del messaggio da comunicare.... quale messaggio? Quello intimistico del nostro Io, quello in cui con poche parole (in questo caso pochi colori) si riesce a comunicare l’essenziale.

Chi sono i soggetti raffigurati in questi quadri che qui presentiamo?
I soggetti fanno parte del mio quotidiano e nella maggior parte dei casi si tratta di pseudo autoritratti. Sono io il protagonista dei miei dipinti, ma non per sete di protagonismo, ma solo per il semplice fatto che sono l'individuo che meglio conosco e che meglio riesco a rappresentare, con tutte le sue fobie, tristezze e paure. Ognuno di noi nasconde qualcosa e non necessariamente per ciò che è inconfessabile da raccontare.... spesso tratteniamo dentro di noi le cose emozionatamente più preziose, la nostra indole, la nostra timidezza, la nostra rabbia.... la nostra sensibilità...che spesso trova dimora eterna dentro di noi...ed è spesso difficile manifestarla ad altri... quello che tento di fare io, è comunicarla attraverso i miei dipinti, nella piena contemporaneità della mia (nostra) vita.

Come puoi definire la tua pittura?
La mia è una pittura che definirei disinvolta, che imperversa sulla tela con violento e ampio slancio del pennello, con cromatismi a volte selvaggi ed incisivi. Ed è una sensazione indescrivibile per me ciò che appare sotto il vibrare del pennello. Tutto ciò, l’azione pittorica spaziante, gli inevitabili spruzzi di colore, le parti della tela non dipinte, le meravigliose sbavature, mantengono il quadro finito in una condizione di provvisorietà e frammentarietà. Sento dentro di me questa passione indomabile, che mi spinge ad imbrattare tele come la belva affamata addosso alla sua preda, ma ciò nonostante, sento che dal mio lavoro traspare un messaggio di amore verso la vita ed il mio prossimo, in una sorte di passaggio al di là, una specie di filtro che si interpone tra l’artista e la realtà, tra la realtà dell’artista e la realtà di chi guarda. L’interpretazione della realtà, arricchita dal nostro stato d’animo, dalle nostre sensazioni, si traduce sulla tela che diventa il passepartout per mete altrimenti irraggiungibili. Temi comuni che troviamo nel lavoro di molti artisti sono anche i miei: la negazione per la guerra, la condizione umana, la libertà, la pace, la paternità, il sesso, l’amore, la poesia, la paura, ossessioni ricorrenti negli uomini, amplificate negli artisti, frutto di sedimentazioni emotive interiori o derivanti da traumi esterni, ma nella loro genesi complessa c’è un punto fermo: il quadro. Io mi riconosco nel e col quadro. Al momento nulla per me è più vero di un quadro: il pensiero che da esso scaturisce mi appare più forte, più resistente e diretto.

 

 

L’artista:
Stefano Marchi è nato a Tolmezzo (Ud) nel 1964.
Da oltre vent’anni espone in mostre personali e collettive, in Italia e all’estero.
Negli anni novanta ha fatto parte del Comitato Scientifico dell’Art Park di Verzegnis (Ud)
e ha collaborato attivamente con la Collezione Egidio Marzona (Bielfeld, Germania/ Verzegnis, Italia),
entrando in contatto con artisti come Richard Long, Sol LeWitt, Robert Barry, Vito Acconci, Mario e
Marisa Merz, Michelangelo Pistoletto e critici e galleristi quali Paolo Minetti (Genova) e Massimo
Minini (Brescia).
Diverse e varie anche le esposizioni e i convegni che ha curato ed organizzato, con la presenza di
artisti, architetti e critici di livello internazionale.
 

 

 

 

 

 

rivista Fare Voci

curata da Giovanni Fierro

collaboratori:
Guido Cupani, Roberto Lamantea, Ilaria Battista
Livio Caruso, Salvatore Cutrupi.