Fare Voci - Giornale di Scrittura

 

Gennaio 2018 

 

Buon 2018 con il numero di gennaio di FARE VOCI!!!

Tante le buone proposte per iniziare il nuovo anno.

Assieme a Xánath Caraza, poetessa messicana e il
suo libro “Le sillabe del vento”, assieme a Manuela Dago
e alla sua preziosa raccolta “Poesie che non mi stavano
da nessuna parte
”, e con tutta la forza del dialetto salentino
usato da Sergio Rotino nei testi del suo “Cantu maru”.

E poi gli scritti di altri due importanti autori:
Gabriele Via ci accompagna in “Ad ogni buon conto, per
ogni altro natale
”; e con Pericle Camuffo iniziamo un viaggio
che continuerà anche nei prossimi due numeri, con il
suo “Libro dei blues”.

Le altre note sono le canzoni del disco d’esordio di Teo Ho,
I gatti di Lenin”, e le immagini sono le cuciture visive e
narrative di Enne Effe.

Buona lettura

Giovanni Fierro


(la nostra mail: farevoci@gmail.com)

 

 

 

 

 

 

 

 

Immagini         -----------------------------

Storie scritte con il filo

Intime conversazioni

 

di Enne Effe
 

 

intime conversazioni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Voce d’autore         ----------------------

Le sillabe del vento

Le parole e il viaggiare di Xánath Caraza

 

di Giovanni Fierro

 

 

Xánath Caraza

Stucco color nespola senza tetto/ Ocra degli antenati/ Percorrere antichi sentieri/ Raccogliere il respiro sacro”;
questi passi identificano bene il contenuto e l’essenza de “Le sillabe del vento”, raccolta poetica di Xánath Caraza,
che con questo suo libro pone l’attenzione su cosa la poesia è ancora capace di testimoniare e dire.
Le radici indigene e messicane dell’autrice la portano a far emergere ricordi e memorie, sia personali che di un popolo
intero; la portano in un viaggio che ha nei luoghi del mondo, come il Messico, gli Stati Uniti, l’Europa dei luoghi della
bellezza (e quindi l’Italia) ma anche del dolore (Mostar e la ex Jugoslavia), il centro esatto della sua esperienza
poetica e del suo umano testimoniare il nostro condiviso presente.
È poesia che nomina le cose e indica le responsabilità, quella contenuta nelle pagine de “Le sillabe del vento”.
È poesia che si affida al ‘sentire’ la natura e la musica e i colori per trovare forza narrativa e intensità.
Sempre ad occhi aperti, sempre pronta al confronto.
Xánath Caraza fa del viaggio una forza di introspezione e ‘scoperta’ sempre profonda del nostro tempo.
E pone nella scrittura la sua fiducia più ampia, il suo determinato desiderio di testimoniare la necessità di rimanere umani.
Libro prezioso.

 

 

 

Xánath Caraza

 

Dal libro:


Yaxchilán

Jade se respira en la selva
De la intricada arquitectura blanca
Nacen las sílabas verdes
          Espíritu de jaguar se desliza
          Entre las piedras mayas
          Despierta el alma quieta
La piedra verde habla
Corazón de culebra
Escritura de humo
          Selva negra te alberga
          Deslumbrantes tucanes
          Reciben los pasos ajenos
O ír la atmósfera sagrada
Es entonar la canción del río
Descifrar las piedras mayas
          Complejos diseños geométricos
          Fundidos con abundantes frondas
          Escritura de culebra
Los vapores de la selva lloran
Están llenos de recuerdos
Agua de jade
          Leer los templos mayas
          Con ojo de culebra
          En el lugar de piedra verde

(Yaxchilán, Chiapas, México 2010)


Yaxchilán Si respira giada nella selva/ Dall’intricata architettura bianca/ Nascono le sillabe verdi/ Lo spirito del giaguaro scivola/
Tre le pietre maya/ Sveglia l’anima che riposa/ La pietra verde parla/ Cuore di serpente/ Scrittura di fumo/ La selva nera ti ospita/
Abbaglianti tucani ricevono/ I passi distanti/ Ascoltare l’atmosfera sacra/ È intonare la canzone del fiume/ Decifrare le pietre dei
Maya/ Complessi disegni geometrici/ Fusi a fronde abbondanti/ Scrittura di serpente/ I vapori della giungla piangono/ Sono pieni
di ricordi/ Acqua di giada/ Leggere i templi maya/ Con occhi di serpente/ E non di pietra verde
(Yaxchilán, Chiapas, Messico 2010)

 




Yagul

Porque queremos ver
Nuestros muertos
Árbol viejo Sueño del misterioso ocelotl en el valle
Al lugar de las tumbas me guías
Laberinto de huesos labrados

Frente al valle de Tlacolula y
El río seco está Yagul
Como ofrenda las aves en el Tecuilo
Manos rojas silenciosas en las paredes
El amarillo laberinto me lleva
Como el hilo de Ariadna hacia ti

Sentirte en la piel Yagul Yagul Yagul
En tu onírico laberinto
Estuco color níspero sin techo
Ocre de los ancestros
Andar los pisos de antaño
Recoger el aliento sagrado

(Yagul, oaxaca, Mexico, enero de 2013)



Yagul Perché vogliamo vedere/ I nostri morti/ Vecchio albero /Sogno del misterioso ocelotl nella valle/
Mi guidi al luogo delle tombe/ Labirinto di ossa incise// Yagul è davanti al fiume secco/ E alla valle di Tlacolula/
Gli uccelli come offerta nel Tecuilo/ Mani rosse silenziose sulle pareti/ Il labirinto giallo mi porta/ Come il filo di Arianna
verso di te// Sentirti nella pelle Yagul Yagul Yagul/ Nel tuo onirico labirinto/ Stucco color nespola senza tetto/
Ocra degli antenati/ Percorrere antichi sentieri/ Raccogliere il respiro sacro
(Yagul, oaxaca, Messico, Gennaio 2013)

 

 

 

 

Llueve

Llueve en la América profunda
Llueve en el corazón
Se abren los trigales con el viento
Desde las nubes grises
Se desprenden gotas
Que alcanzan las espigas
Las mueve, las alimenta
Llueve en las praderas
Sopla el viento en la esmeralda tierra
Se provoca la tormenta
En los maizales
Sonidos huecos de lluvia entre las hojas
El viento corre entre los dorados campos
Los doblega y levanta en un eterno vaivén
Siento la humedad en la piel

(Iowa City, octubre de 2012)


Piove Piove nell’America profonda/ Piove nel cuore/ Si aprono con il vento i campi di grano/ Dalle nuvole grigie/ Si staccano
Gocce/ Che raggiungono le spighe/ Le muove, le alimenta/ Piove sui prati/ Soffia il vento sulla terra smeraldo/ Arriva
la tempesta/ Sui campi di mais/ Vuoti suoni di pioggia tra le foglie/ Il vento corre tra i campi dorati/ Li piega e rialza in un eterno
andirivieni/ Sento l’umidità sulla pelle
(Iowa City, ottobre 2012)

 

 

 

Xánath Caraza

 

Intervista a Xánath Caraza:


In queste poesie molto importanti sono le memorie e i ricordi, in particolare i tuoi…
Penso che hai ragione, in "Le sillabe del vento" ci sono tanti ricordi. È l'impulso o il desiderio di lasciare una traccia nel mondo, nel mio caso particolare con le parole. Le mie esperienze, quello che ho vissuto, visto, sentito.
Accanto ai miei ricordi, c'è la memoria della mia gente, le mie radici indigene e le mie radici messicane. Sono orgogliosa di loro, io sono parte di loro, nelle mie vene scorre sangue indigeno.

Questo tuo libro si legge come un viaggio, di tempo e di luoghi. È stata un’idea di partenza, di nascita del libro?
Ho viaggiato molto ed imparato da ogni singolo viaggio, soprattutto riguardo a me stessa. Volevo riflettere su come una donna con un background indigeno vede il mondo. Questa è la mia lettura del mondo, la mia visione, la mia interpretazione. Non provengo da un posto dove viaggiare era facile, ma ho sempre voluto vedere il mondo, e darne la mia personale interpretazione.

Queste pagine sono intrise di ‘resistenza umana’…
È importante per tutti noi esseri umani avere il diritto di definire noi stessi. Ad ogni modo, questo non è successo con la Storia. Specialmente se tu sei originario delle Americhe, dove la colonizzazione ha ancora una grande influenza in 'chi' siamo e nel 'come' definire noi stessi. È difficile vedere oltre i paradigmi con cui siamo nati; io cerco di farlo con impegno, ma è molto difficile farlo, distinguere e riconoscere paradigmi con cui sono nata e che sono stati imposti durante la colonizzazione.

Penso che la tua poesia si nutra di natura, colori, suoni…. Sono queste le radici del tuo scrivere?
Penso che posso ‘sentire’ i colori, che posso ‘sentire’ la musica, come molti di noi fanno. La mia poesia è stata descritta, molte volte, come sensoriale e sinestetica. Lascio che siano i critici a definirla. Per me, quando scrivo lascio che la natura parli, e poi la traduco attraverso il mio scrivere.

Leggere queste poesie dà l’idea che siano in cerca di un dialogo; quale, e con chi?
Il dialogo è aperto a tutti, a chiunque voglia ascoltare. Non posso e non voglio imporre o forzare qualcuno a leggermi. Dall'altra parte, per il mio processo creativo, lascio che la natura, una piramide, un lago, un fiume, letteralmente, mi parli. Ascolto attentamente le forze della natura, l'energia contenuta in uno specifico posto. Alcune volte capisco, altre volte no, ma le mie mani sempre fluiscono sulla carta.



L'autrice:
Xánath Caraza (Messico) è viaggiatrice, educatrice, poetessa e narratrice. La sua raccolta di poesie “Silabas de viento” (2014)
ha vinto l’International Book Award for Poetry 2015 e ha ricevuto la menzione d’onore all’International Latino Book Award 2015.
Altri suoi libri di poesia sono “Noche de colibrìes: Ekphrastic Poems” (2014), “Conjuro” (2012) e “Corazon Pintado: Ekphrastic Poems” (2012).
Ha inoltre pubblicato il libro di racconti “Lo que trae la marea / What the tide brings” (2013).
Scrive per la rubrica “Us Latino Poets en espanol”. Scrive anche per il sito-web “La bloga” e per il periodico “Revista Zona de ocio”.
Insegna presso il dipartimento di lingue e letterature straniere dell’Università del Missouri-Kansas City (UMCK) ed è membro
del consiglio “Con tinta”, associazione letteraria chicana/latina negli Stati Uniti d’America.


(Xánath Caraza “Le sillabe del vento” Gilgamesh Edizioni, pp 165, 15 euro, 2017)
 

 

 

 

 

 

 

 

Immagini       ----------------------------

Storie scritte con il filo

Noli me tangere

 

di Enne Effe
 

 

noli me tangere

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Voce d’autore        ------------------------

Ad ogni buon conto, per ogni altro Natale

 

di Gabriele Via

 

 

 Gabriele Via

Mi piacciono le luci, i campanelli, i fiocchi, le strenne. Mi piace la dolce adrenalina trattenuta delle imminenze, contemperata da quel savio controllo alle valvole dell’ansia. E quel richiamo, ancora, ad una gentilezza che ci fa bene sempre praticare. E la democrazia, quindi, le cornici barocche, la bella pittura e le mostre nell’orizzonte dell’educazione delle masse popolari.
E, in definitiva, mi piace tutto ciò che banalmente potremmo racchiudere nel più idiota dire che per un giorno siamo tutti più buoni. Anche perché se sapessimo far finta tutta la vita avremmo già fatto sul serio.
Ma mi trattengo dal gettarmi felice, fiducioso e spensierato, nello specchio d’acqua in cui vedo riflesso questo mondo di sogno tutto da abbracciare. Mi trattengo.
Perché ormai -mi crediate o meno- ho paura. Ho paura e me ne vergogno per una sorta di autonomo vicariato della coscienza cui non riesco ad abdicare. Ho una paura fottuta che se ti dico “Buon Natale” un cassonetto si aprirà e mi fagociterà, o fagociterà te, cui io ho appena augurato Buon Natale.
Ho paura che se ti formulo il mio più sincero augurio di Buon Natale l’ufficiale giudiziario verrà all’istante a pignorarmi il letto; le bollette scadute mi accuseranno davanti alle agenzie responsabili; la casa mi sarà tolta, e come Giobbe da un istante all’altro perderò tutto.

Questa paura mi traversa le ossa, palpita nella carne come il vento che urla tra le case, brucia il mio respiro e devasta le ore delle mie notti.

Ma lo sgomento maggiore lo ricavo nel vedere la leggera e incredibile serenità con cui tutti noi siamo oggi ugualmente in grado di passare lievi sulla terra in questi giorni di inferno regalandoci cordiali saluti e auguri lieti di buon natale e buone feste.

Come dovrà essere un Dio capace di contenere tutto ciò?
Dio mio, chiunque tu sia, io non so nulla di te. Abbi pietà per me e per tutto quanto accade in cui sono talmente impastato da non riuscire a risolvermi e per cui tremo e che non mi piace davvero per niente.
Ecco: liberaci! Liberaci tutti da questa idiozia collettiva che ci ha preso. Rendici la familiarità immediata con clorofilla, rugiada, pioppi e farfalle: questa esistenza perduta. Riempici gli occhi di tenerezza, dacci dimora nella fragile dignità della vita, e resta sempre con noi, infinitamente orfani in questo abisso di luce.
 

 

 

 

 

 

 

 

Immagini         -----------------------------

Storie scritte con il filo

Intime conversazioni

 

di Enne Effe
 

 

intime conversazioni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Voce d’autore        -------------------------------

Poesie che non mi stavano da nessuna parte

Lo scrivere di Manuela Dago

 

di G.F.

 

 

manuela dago

Era un libro molto atteso questo “Poesie che non mi stavano da nessuna parte” di Manuela Dago.
Per diversi motivi. L’autrice friulana, ma ormai di casa a Bologna, negli anni ha saputo ben incidere la propria firma
nel panorama poetico italiano. Con le sue letture dal vivo, le sue pubblicazioni formato plaquette, la sua attività di editrice,
assieme ad un’altra poetessa come Francesca Genti, con il progetto Sartoria Utopia.
E “Poesie che non mi stavano da nessuna parte” non tradisce le attese, anzi rivela ancor di più l’alta qualità di cui si nutre
lo scrivere di Manuela Dago.
Queste sue pagine sono un tuffo nella sua scrittura del quotidiano, che sempre è capace di inventare e sorprendere.
Con ritmo, suono, significati e rime, la Dago sembra quasi giocare, poi con efficace firma d’autore trova i tagli della dura esistenza.
Sì, in queste pagine ci sono vere e proprie epifanie, come a pagina 16 : “di dove vanno i miei umori/ di come fanno le lentiggini/
a guardare fuori
”. E tutto accade, e tutto ha una nuova prospettiva. Sensoriale e di sguardo.
Manuela Dago non spiega, non dice tutto, ma accende emozioni e curiosità che affida al lettore.
Come in “Non parlare”, dove è evidente anche l’umano smarrimento: “io fingo/ tu te ne sei accorto/ ma la verità del resto/ non interessa a nessuno”.
Parole, frasi, immagini, sono sempre messe bene a fuoco, e permettono di arrivare al cuore, all’origine di ogni accadimento.
Perché poi queste poesie hanno quasi il desiderio di essere fiabe, cercano un lieto fine che difficilmente arriva.
Ma in questo loro percorso di creazione e condivisione, Manuela Dago genera ipotesi di nuove sensazioni e immagini, va a cercare e rischia:
e se invece di lacrime, piangessimo guance?”.
Poesie che non mi stavano da nessuna parte” ha la felice intuizione di vivere di un continuo confronto con gli stilemi della nostra società.
Lì l’attrito è più intenso, lì lo scrivere di Manuela Dago trova slancio e forza comunicativa.

 

 

 

manuela dago

 

dal libro:


Ossibuchi

chi conosce il mio corpo
sa cose che io non so

di dove vanno i miei umori
di come fanno le lentiggini
a guardare fuori

di cerchi che stringono
al centro di un imbuto
bassoventre
scodella
ossobuco




*



Vie di fuga

siediti un momento
e dimmi dai
dammi ancora un argomento
per scrivere
mi manca sai il movente
per un delitto da consumare
anche solo con la mente

ringraziami
per quel vino buono
ringraziami
per la buona educazione
mi permettono
di tenerti vicino
da poterci guardare
in faccia alla giusta distanza
da lasciarti mille vie
di fuga in una sola stanza



*



la poesia funziona più o meno così
ci sono due persone
una si tira fuori le budella
e le stende ben bene sul ripiano
l’altra ci infila in mezzo la mano



*



La cosa giusta

la cosa giusta
l’ho messa in una busta
non so se era di carta
oppure di quel materiale
biodegradabile mi pare
che poi si buca sempre
e scola il contenuto

meglio chiedere aiuto
e se arriva un imbuto?
che ci può fare
giù per le scale
la cosa giusta
se ne va a male

perché non sottovuotare?
durerà di più
sarà più giusta
la cosa giusta
e se poi si guasta
si potrà anche aggiustare
ma avrà smesso di respirare

non si può fare
senza conservanti
né additivi
senza zuccheri aggiunti
solo fermenti vivi

la cosa giusta è pura
precise le date di scadenza
il senno di poi
te ne ricorderà l’essenza

a volte vi confesso
l’ho lasciata marcire
davanti agli occhi
fra le mani (anche adesso)
e mi è piaciuto da morire.

 

 





manuela dago

 

Intervista a Manuela Dago:


Iniziamo dal titolo. È la scrittura che scappa al tuo controllo, o queste poesie diventano veri e proprio oggetti, che possono anche essere ‘ingombranti’?
Più che ingombrante direi incontenibile. Il pensiero cerca una sua forma e trova a volte quella della poesia, dopo molti anni di scrittura ho deciso di pubblicare questa raccolta, il tempo era maturo ed era ora di chiudere un ciclo.

Una cosa che salta subito all’occhio è l’uso costante che fai della rima. Cosa significa questo per te?
Mi piace scandire il ritmo del parlare. Credo che la rima possa dare più incisività al testo in certe occasioni e poi sicuramente è un buon modo per ricordare e farsi ricordare, aiuta la parola a diventare canzone, accompagna l’ascoltatore dentro alla poesia.

Sono poesie che cercano sempre un confronto, un possibile ‘tu’ al quale fare riferimento. È così? Che ascolto desideri per questo tuo scrivere?
È un mettermi in discussione davanti alla pubblica piazza, un confrontarmi con l’altro sulle situazioni più varie della vita, sul pensiero e sull’azione; alla base del mio sentire sta il concetto socratico “so solo di non sapere”.

Ci sono testi che si risolvono anche in una sola riga, ed altri molto ben più corposi di righe e parole. Quale la differenza, non solo per la forma, di questi due modi di scrivere?
Amo molto i testi epigrammatici, fulminei, che - come diceva una canzone - “ti stendono sul ring”, ai quali spesso delego pensieri molto intimi, mentre nell’affrontare temi che hanno a che vedere con l’altro prediligo una scrittura più corposa.

Il tuo scrivere si nutre del quotidiano, ma il tuo sguardo è sempre sorprendente ed inusuale. Quanto c’è di voluto in questo? È collegato direttamente al tuo trovare le giuste parole ed immagini per raccontarlo?
Ho sempre pensato che la poesia debba dire le stesse cose con parole diverse. I sentimenti umani sono invariati nel tempo ma la poesia può raccontarli usando parole nuove, la poesia è l’epifania che si genera quando questo meccanismo funziona partendo proprio dal quotidiano.

Penso alle poesie a pag. 69 e 70, e penso che dicano molto quale sia il significato della poesia per te. Lo puoi raccontare?
La scrittura ha bisogno di un interlocutore per esistere. Ognuno di noi metabolizza e interviene sulla realtà che lo circonda, chi legge o ascolta una poesia la percepisce in modo personale e incontrollabile da parte di chi l’ha scritta, questo fattore rende il tutto più interessante, dà e toglie valore a ciascun elemento dello scambio, rende fluido il rapporto tra uomo e uomo.

E come si allaccia l’essere autrice con l’essere anche editore con Sartoria Utopia? E che progetto è?
Sartoria Utopia è nata dalla scrittura, io e Francesca Genti siamo partite dalle nostre poesie per coinvolgere da lì a poco altri autori amati, è stato un passaggio molto naturale ed essendo due poetesse, amiche e molto prossime all’arte visiva, l’idea di realizzare libri di poesia fatti a mano da noi ha rappresentato il coronamento della nostra amicizia, il nostro modo per mettere in pratica la poesia. Per chi volesse saperne di più: www.sartoriautopia.it.






L’autrice:
Manuela Dago è nata nel 1978 in Friuli e inizia a scrivere poesie all’età di dodici anni.
Da grande si trasferisce a Milano dove conosce Francesca Genti con cui nel 2012 fonda Sartoria Utopia,
piccola casa editrice di libri fatti a mano.
Oggi vive a Bologna, è mamma e sarta utopica. Ha pubblicato le plaquette “Un mare piccolo
(Culturaglobale, 2012) e “Altre forme di vita” (Sartoria Utopia, 2012) e ha illustrato il libro per bambini
Il mio bambino mi ha detto” (testo poetico di Francesca Genti, Sartoria Utopia, 2016).


(Manuela Dago “Poesie che non mi stavano da nessuna parte”, Edizioni Sartoria Utopia, pp. 88, 20 euro)
 

 

 

 

 

 

 

 

Immagini        ----------------------------

Storie scritte con il filo

Noli me tangere

 

di Enne Effe
 

 

noli me tangere

 

 

 

 

 

 

 

 

Voce d’autore         --------------------------

Cape Reinga blues

Il libro dei blues

 

di Pericle Camuffo

 

(Un viaggio in tre blues. Tra Nuova Zelanda e Sud America.
Quando il viaggiare diventa esperienza assoluta.
In tre puntate. Questa è la prima)




Cape Reinga blues

Piazzale
disteso nel vento
di nuvole basse
e nebbia salata
quattro baracche
legno e lamiera
e gelati Nestlé.

Gabbiani
veleggiano nel cielo cupo
del primo pomeriggio
pieni d’aria
muti.
Mar di Tasmania
Oceano Pacifico
l’abbraccio del mondo
verde nel blu.

Il faro
laggiù
piantato nella roccia scura
lavica
guardiano del nulla
occhio di luce
e specchi
e segnali ai naviganti
qui inizia la terra
la lunga nuvola bianca
Aotearoa
a fermare le onde
la pioggia.
L’uomo
qui
è inutile
lascia solo un segno di luce
prima di scomparire
un grido di silenzio
e lacrime.


Cape Reinga
erba rasata con cura
stradina d’asfalto
un buon set fotografico
per mille immagini
da portare a casa
il viaggio agli antipodi.
Cartelli-frecce
pieni di chilometri
segnati
sul giallo di città lontane
appoggiate su un palo
arrugginito
Tokio Sydney Vancuver
solo destinazioni di vento e di mare
solo acqua che scorre.

Scendo la costa
ripida
Te Werhai beach
è solo sabbia
che copre i miei passi
cancella la mia presenza
soffio che annienta
e nessuno in giro
cinque ore
andata e ritorno
New Zealand walkways
melodia di acqua e vento
per scomparire del tutto
ed essere nulla.

 

 

 

Pericle Camuffo

 

l'autore:
Pericle Camuffo è nato a Grado (Gorizia) nel 1967. Si è laureato in Lettere all'Università di Trieste,
con una tesi sul rapporto tra filosofia e la poesia in BIagio Marin.
Ha pubblicato per le edizioni della Laguna il romanzo "Figli delle stelle", avventura on the road di un gruppo
d'amici sulle infinite strade dell'Australia, e per La Bottega del Caffè Letterario di Roma "Cose dell'altro
mondo
", libro che racconta un viaggio in Nuova Zelanda.
Per Stampa Alternativa ha pubblicato i libri "Walkabout. Ventimila chilometri sulle strade dell'Australia",
nel 2004, e “United business of Benetton: sviluppo insostenibile dal Veneto alla Patagonia”.
Con Nicoletta Buttignon ha curato e tradotto in italiano l’antologia di poesia aborigena “Inside Black
Australia
” (qudulibri 2014).
 

 

 

 

 

 

 

 

 

Immagini        -----------------------------

Storie scritte con il filo

Intime conversazioni

 

di Enne Effe

 

 

intime conversazioni

 

 

 

 

 

 

 

 

Le altre note --------------------

I gatti di Lenin

Le nuove canzoni di Teo Ho

 

di G.F.

 

 

Teo Ho

E’ ricco di spunti questo disco d’esordio di Teo Ho.
I gatti di Lenin” contiene dieci canzoni che sanno raccontare storie
e catturare l’ascoltatore. Sempre capaci si muoversi tra melodie
e il senso profondo del dire, stanno nel bell’equilibrio di viva espressione
e rinomata ricerca formale.
Voce, chitarra e armonica sono la spina dorsale di ogni singola composizione.
Il cd si apre con “Hamlin”, e il verso iniziale “La cometa ubriaca, senza coda
e un occhio nero ha sfondato il vetro a calci del Natale sbagliato
”, mette da subito
in chiaro la ricca poetica di Teo Ho. Il pezzo è già un piccolo classico.
La canzone che dà il titolo all’album, “I gatti di Lenin”, ha respiro ampio, un piglio
ritmico più accentuato, una sospensione che poi si insinua, per dire che “è tipico
dei sogni ubriacarsi in acustiche semplici e coriandoli
”….
Mr. Sands” è più intima, si apre subito con un refrain di armonica, quasi in un loop
che torna come una voce leggera e malinconica; “Genova berretto di lana” è sapiente
ritratto di gioventù femminile, in punta di piedi e ritmo accennato dove Teo Ho canta
che “tua madre ha briscole vuote, beve un po’ d’aria”.
“I gatti di Lenin” prosegue con “Incastrati sui ponteggi”, canzone che fa battere il piede,
è girotondo dove l’armonica è forza trascinante. Con “La volpe e l’uva” si continua
sulle stesse coordinate ritmiche, dove “passa pure se consumi tutto quanto hai da vedere”.
E poi c’è “1986”, canzone raccolta e introversa, racconta di “progetti col soffitto basso”,
e ogni smarrimento possibile. Con “Le fate nude” voce e armonica disegnano una melodia
che contiene parole di sogno e desiderio, sapientemente fragile.
Il cd si chiude con “Rimboccare marciapiedi” ballata dall’odore di città e “9 per”, quasi
uno spoken word su un letto di note e accordi scintillanti, luogo adatto per raccontare
che “le stagioni, se le inventi bene, sono cinquantaquattro….”.
Da ascoltare e riascoltare.

 

Teo Ho

 

Intervista a Teo Ho:


Prima di tutto, il titolo. Chi sono “I gatti di Lenin”?
I gatti di Lenin” sono le contraddizioni con cui abbiamo a che fare ogni giorno, l'accostamento tra elementi opposti, il paradosso che non è più eccezione, ma regola.
L'idea di utilizzare questo titolo nasce da un'immagine vista molti anni fa: Lenin che, in tutta la sua austerità di rivoluzionario, tiene in braccio un gatto. Un uomo che si auto impose di non ascoltare Beehtoven perché, a suo dire, lo rendeva troppo “buono”, immortalato mentre accarezza un gatto, è un ossimoro vivente!
I miei “gatti di Lenin” sono le persone che si innamorano dopo essere state costrette a dormire su un
marciapiede, sono le “teorie fantastiche” sulla genesi del “sogno” quando il sogno stesso è diventato paura di rivivere alcune immagini, sono le “filastrocche sui numeri” per ricordare chi non le può più ascoltare né contare.
I “gatti di Lenin” sono anche le risate che la volpe si fa osservando l'uva troppo “acerba”; questo mi ricorda che è fondamentale essere sempre onesti con sé stessi, ma prendersi un po' in giro aiuta.
Mi ricorda anche che una delle sfide più difficili è proprio osservare un'assenza.

Le tue canzoni sono storie messe in musica. Da cosa nascono queste canzoni?
Dall'osservazione. Prima ancora di scrivere, di cantare, perfino di pensare, guardo. Presto molta attenzione ai gesti delle persone, alle espressioni, alle dinamiche con cui si trasformano i sorrisi sui volti o con cui le pause si alternano alle parole in una conversazione.
Le storie che “inscatolo” nelle canzoni nascono proprio dalla voglia di descrivere tutte le situazioni che osservo e vivo e che, essendo molto fragili, necessitano di un'intelaiatura narrativa, spesso ermetica, che le tuteli.
Quando osservo un passo o una parola la “storia” si sta già scrivendo: cosa c'è stato prima? Cosa si è detto prima? Quanti passi seguiranno quello che ho visto? Non credo che l'esistenza dei “gesti” sia confinata nei pochi secondi in cui si compiono.

Chi sono i protagonisti delle tue canzoni, delle storie che racconti?
Le persone che vivono sempre dallo stesso lato della vetrina: quello dove si è osservati ma non si può guardare, dove si pensa senza parlare. Le persone che vivono in un rifugio, che hanno fatto di questo rifugio un universo e hanno lasciato uno spiraglio dal quale noi possiamo solo intuire quello che c'è “là” dentro.
A volte, protagonisti delle mi storie, sono i ricordi, le immagini, i frammenti di storia, come nel caso di Bobby Sands o di una ragazza che non c'è più (di cui ho scritto in “9 per”).
Scrivere è sicuramente un modo per elaborare perdite, ingiustizie e, soprattutto, silenzi.
Nei testi parlo anche di me, poco e ben nascosto.

Mi sembra che il disco mostri un tuo desiderio, una tua determinazione, a stare dentro alla nostra società, a volerla raccontare, come una testimonianza…. ed emerge anche Genova, luogo e tempo di memoria collettiva dolorosa…
Più forte del desiderio è l'esigenza. Voglio stare dentro alla società, non saprei fare altrimenti, e voglio raccontarla come farebbe un testimone considerato, da una buona parte di quella stessa società, “poco attendibile”. Voglio raccontare le cose prima ancora di farmi raccontare le cose.
Hai toccato un “momento” tremendo della nostra storia recente: Genova. Faccio naturalmente riferimento a quelli che ormai ricordiamo come “i fatti del G8”.
Non mi interessano gli aspetti politici, non nel senso istituzionale del termine. Il brano su Genova parla, come giustamente scrivi, di “memoria collettiva dolorosa”, di una festa che si trasforma in tortura, in paura, in brutalità. Non solo: più pericoloso e grave di quanto è accaduto, è il silenzio che sembra cadere sulla vicenda, la paura di “dire” qualcosa di sconveniente. Quando si tratta di tragedie, la paura di “dire” è l'anticamera del “rifare”. Mi viene in mente un verso di De Gregori “il silenzio piombò come un veleno”.

 

Teo Ho

Voce, chitarra, armonica. Perché questa scelta?
In parte per spirito di emulazione, mi spiego: Dylan per me è, più che una passione, una religione e l'immagine del cantautore di Duluth, voce, chitarra e armonica, mi ha sempre affascinato.
Non è l'unico motivo per cui ho scelto questo “assetto” artistico.
Voce, chitarra e armonica sono stati (e spero saranno) i simboli di un certo tipo di musica e di cantautorato: quello di protesta, quello di chi non vuole impressionare, né fare ballare (non solo), ma farsi ascoltare. Questo è tutt'altro che semplice!
Con poche frecce al tuo arco, coinvolgere le persone è una sfida continua, sta a te far partecipare la gente alle tue storie ed è una cosa che amo molto.
Non è detto che in futuro io non sperimenti altre soluzioni, molto probabilmente lo farò, sono molto curioso.

È un disco che canta di luoghi (Bologna, Genova, Iran, Milano…). Che importanza hanno per te? E in particolare quale il valore e significato che dai al viaggiare?
Senza luoghi non ci sarebbero storie, i personaggi e le persone ne hanno bisogno, per camminare, per vivere. Le città prendono la forma delle persone che le abitano, ne “adottano” carattere, problemi, colori e lingue. Credo sia imprescindibile, per chi vuole parlare di persone, parlare dei luoghi in cui queste persone vivono, e parlarne significa, innanzitutto, ascoltarne le voci. Le città hanno molto da dire e lo fanno, quasi mai sotto voce.
Le città sono come i blocchi di plastilina colorata con cui si giocava all'asilo (almeno ai miei tempi): puoi mescolare ogni colore e ottenere sempre tonalità diverse, e una volta avvenuto questo i colori non sono più separabili. E l'effetto di due colori uniti è, indubbiamente, migliore.
Come accennato poco fa, sono molto curioso, viaggiare è il modo migliore che conosco per soddisfare questa curiosità, lo è perché al rientro da un viaggio porti sempre qualcosa, qualcosa che rimane con te per sempre. Non parlo di ricordi, non solo: mi riferisco a piccoli cambiamenti, a gioie ed esperienze che lasciano un segno quasi fisico dentro di te.

Come vedi la situazione attuale riguardo al cantautorato? Come attenzione, disponibilità di luoghi dove esibirsi…
Ci sono artisti bravissimi, dai più blasonati a quelli, come me, sconosciuti ai più. Le persone hanno tante cose da dire e tanti modi diversi per dirle: il panorama cantautorale italiano, quindi anche quello friulano, è molto ricco e molto valido.
Da un anno ho notato anche un'altra cosa importante: si sta creando un gruppo di artisti con grande voglia di collaborare e scambiare idee, prevedo cose molto positive per i prossimi anni in questo ambito.
Attenzione, disponibilità, luoghi per esibirsi: note dolenti. Non sono pessimista, sono sicuro che le cose miglioreranno, anche se ci vorrà un po' di tempo. Attualmente, soprattutto per chi porta avanti “discorsi” che vanno oltre l'intrattenimento, l'attenzione è scarsa, l'impegno dell'ascoltatore manca ma ciò che mi rattrista di più è che manca la curiosità.
Certo, adesso gli stimoli esterni sono tantissimi, tutti di rapida assimilazione, non richiedono quasi nessuna elaborazione: sono delle punture, si fanno ricorda per un po', poi tutto passa.
Un cantautore richiede impegno o, come detto prima, almeno un po' di curiosità.
Tutto il resto viene da sé: se manca l'attenzione, manca la disponibilità dei gestori dei locali e, di conseguenza, i luoghi.
Tuttavia esistono molte eccezioni e tante nuove realtà dove lo spazio non manca e l'interesse è vivo. Io penso che tra qualche anno le cose miglioreranno molto.





L’autore:
Dietro il nome d’arte di Teo Ho e dietro al suo progetto artistico-musicale, c’è Matteo Bosco, poeta e cantautore friulano.
Ha esordito come poeta con la raccolta “La città delle matrioske”, edita dalla Kappa Vu nel 2013.
Teo Ho sceglie la strada del cantastorie, non smussato, ruvido e imperfetto.
Inizia a suonare a Milano, per strada, nei piccoli locali, nei circoli Arci; qui sviluppa uno stile cantautorale personale, ricco
di immagini, di meccanismi da ricostruire durante e dopo l’ascolto.
Poi il rientro in Friuli, il confronto con il panorama creativo della regione fornisce lo spunto per nuovi brani, più personali.
Vecchie storie milanesi e nuove storie friulane si “incontrano” nel primo lavoro discografico: “I Gatti Di Lenin”.
I Gatti Di Lenin” è stato registrato con la collaborazione di Matteo Dainese (Il Cane, Zeman, Ulan Bator e molti altri)
ed è pubblicato da New Model Label di CD e digitale.

www.newmodellabel.com
https://www.facebook.com/TeoHoCantautore/
 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Storie scritte con il filo

Intime conversazioni

 

di Enne Effe
 

 

intime conversazioni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Voce d’autore         ----------------------

Tienimi nel sangue

Il Cantu Maru di Sergio Rotino

 

di G.F.

 

 

Sergio Rotino

Questo è un libro che si suona. Ad ogni lettura, ad ogni parola pronunciata.
Ed è un vivere che arriva diretto, ancor prima del suo significato.
Cantu maru” di Sergio Rotino è quasi una raccolta di canzoni.
Un album dove la scrittura attraverso il dialetto trova la sua presenza nel mondo.
Perché ogni pagina di questa raccolta vibra, diventa suono e armonia, seduce il rumore
e feconda il silenzio.
Ogni poesia qui raccolta trova spazio nel dire e si impone, determinata, e colora
ogni piega e ogni possibile interpretazione.
Ma di cosa parla questo libro?
È un canto funebre che nasconde un fiorire, è una testimonianza di quanto il legame con
il tempo sia di fatto un legame di sangue, perché è quello che ci tiene vicino ai nostri cari.
Si pronuncia bene “Cantu maru”, e in questa intonazione c’è tutto il sapore di una poesia da scoprire.
Che è scritta in un dialetto particolare, non solo il salentino parlato a Lecce e zone vicine, di cui
Sergio Rotino è originario, ma in un mescolamento di termini e parole, che vanno a pescare nella
parlata del brindisino, e in quella della zona più a sud della provincia tarantina.
Pagina dopo pagina un mondo nuovo da condividere.

 

 

 

Sergio Rotino

 

 

dal libro:


ni manca
lu
fiuru n
ni manca
l’aria l’
l’aria ave
persa l’
aria e

nu se
cògghie l’
l’aria nu
se cògghie
chiui fiuru
nu se
troa
chiui lu
fiuru sta
rosa sta
cosa te
spine te
sangu te
carne tagghiata
fiacca e
e tienti ca
l’aria ni
tia

ni etia fiuru
cu fiuru

e nienzi maru

oçe nu chiui
none
oçe maru


ci manca / il fiore c / ci manca / l’aria l’ / l’aria è / perduta l’ / aria e // non si / prende l’ / l’aria non /
si raccoglie / più non / si trova / più il / fiore questa / rosa questa / cosa di / sangue di / carne e /
denti che / l’aria ci / dava // ci vedeva fiore / con fiore // e niente amaro // non più oggi / no / oggi amaro




*



comu lu sienti stu
suenu stu
suenu te
cane ca r
rrigna ca
rungula intra lu
rosetu e le c
calle intru li
suenni nesci li

tienti te f
fore tra sangu
russu e lu jancu
te lu fiuru

fridda luce n
ni denta

la sterpaja lu fiuru

stancu suntu
stancu dici
lassame lassa

cu chiangu


come lo senti questo / suono questo / suono di / cane che d / digrigna che / ringhia dentro il / roseto
e le c / calle dentro i / nostri sogni i // denti di f / fuori tra sangue / rosso e il bianco / del fiore // luce
fredda c / ci diventa // la sterpaglia il fiore // sono stanco / stanco dici / lasciami lascia // che pianga




*



mututi l’ecchi
chianu

ni cangi lu
culure
intra e’n
fundu

citti se f
facenu sutta lu
culure autru culure
minti te lu
ranu cussine

cangianu
cangiati dici

citti stati
bu ca sta

crisce lu
ranu lu
pisu fatteli
muti
l’ecchi fanneli
culure te

lu ranu
sutta lu
risu te
lu jentu e

subbra

ca spacca ccenca
bbiti ca
ni crepa li

tienti


ammutoliti gli occhi / piano // gli cambi il / colore / dentro e in / fondo // zitti si f / fanno sotto il /
colore altro colore / metti del / grano così // cambiano / cambiati dici // zitti state / vi che sta //
crescendo il / grano il / peso fatteli / ammutolire / gli occhi falli / colore de // il grano / sotto la /
risata del / vento e // sopra // che spacca tutto quello che / vedi che / ci uccide i // denti

 

 

Intervista a Sergio Rotino:


Tornare al dialetto, e anche scriverlo. Cosa significa?
Vorrei sottolineare che, per quanto riguarda me e il lavoro fatto per “Cantu maru”, non si tratta di un “tornare” ma di un vero e proprio “arrivare” al dialetto. Faccio parte di una generazione in cui il dialetto non era parlato o, almeno, non veniva parlato fra genitori e figli. I miei non parlavano quasi mai in dialetto, con me. Tantomeno lo facevano i miei amici, i conoscenti ecc. La lingua con cui ci scambiavamo opinioni, confidenze, insulti aveva una percentuale altissima di italiano. Forse solo una parte di insulti e di prese in giro restavano in forma dialettale. Era come una legge non scritta oppure, per gli adulti, come un voler emancipare i più piccoli da un passato di povertà, guerra e non so cos'altro. Parlo degli anni Sessanta del Novecento, parlo del boom economico, quel periodo lì. Parlo, per quanto riguarda solo me, di una vita trascorsa in città, luogo in cui il dialetto era sì parlato dagli adulti, ma aveva anche una forma, un lessico, molto più italianizzato. E questo a prescindere da tutto. Arrivare al dialetto quindi per me ha significato non tanto riscoprirlo, ma proprio scoprirlo. Ritornare indietro ai suoni, alle poche parole, alle poche frasi in mio possesso e da lì fare tutto un lavoro di scavo attraverso i dizionari recuperati in Rete. Quello che ho utilizzato non è quindi un dialetto “pulito”, ma una reinterpretazione del mio dialetto. Sono cioè sicuro di aver sentito tutti i termini che ho usato, ma non sono sicuro che sia il dialetto salentino parlato nella zona di Lecce e dintorni. Anzi, sono sicuro che sia un ibrido: dialetto della provincia di Lecce con incursioni del dialetto basso brindisino e basso tarantino.
Cosa invece significa per me entrare nel dialetto, è difficile da dire. A me serviva per chiudere un cerchio, per salutare la figura di mio padre. Avevo già scritto un libro, “Fine della Biologia”, che dovrebbe però uscire in questo 2018 per la Dotcom.press di Milano, incentrato su di lui. Lì era come un fare i conti. Ma non poteva esistere solo quello. Sapevo che c'era di più. Così ho cercato un'altra forma del verso ed è nato un secondo lavoro, Vivaio, ancora del tutto inedito. Ma anche quello non bastava, non arrivava a chiudere il cerchio del rapporto fra un genitore pantagruelico, ingombrante, dittatoriale e un figlio di tutt'altra pasta. Quando sono arrivato al dialetto, anche grazie all'involontario supporto di Milena Magnani e Mino Specolizzi, che mi hanno precettato per il progetto “Parole sante”, ho trovato in quella lingua, chiamiamola ancestrale, l'unica con cui potessi parlare di mio padre e finalmente salutarlo.

Un canto funebre come riferimento, da cosa nasce “Cantu maru”?
Più che un semplice canto funebre, il libro cerca di raccontare un canto di iniziale disperazione, che si trasforma in canto di rassegnazione e, infine, in canto di consapevolezza, di tramando. La parola che chiude il libro è infatti “fiorisca”. Quindi, nel bene e nel male, prendere coscienza di essere il prodotto di quanto viene prima. Ciò non vuol dire accettarlo acriticamente, ma solo esserne coscienti. Fra chi è genitore e chi è figlio esisterà sempre una forma di legacy: certe abitudini, certi modi di fare non possono essere eliminati. Essi sono radicati in noi. Anche da questo ragionamento, oltre che da quanto detto in precedenza, nasce il mio libro.

Suono e ritmo, mi sembra, sono la spina dorsale di questo scrivere. È così?
Certamente. Da sempre il ritmo è qualcosa che ho dentro e che mi muove, mi coinvolge. Il suono è per me parte integrante del ritmo, non si ha uno se l'altro è assente. Sarà una affermazione banale quanto vuoi, ma è solo così che posso risponderti. Preciso che per “suono” intendo quello delle parole, dei fonemi. Tutto “Cantu maru” si basa sulla presenza del suono di parole, di frammenti di parole, di sole sillabe ripetute o mese in posizione tale da creare ritmi e dissonanze ritmiche. Anche i “versi vuoti”, gli spazi di cui sono frammisti i singoli componimenti, lavorano per creare ritmo e tensione. Tutto segna il confine fra dicibile e indicibile, fra possibilità di dire e impossibilità a dire fino in fondo. E anche questo è ritmo. Niente viene prima del ritmo e del suono, neanche il dolore. Oltretutto sono i due elementi che in “Cantu maru” ne dichiarano la presenza. Il dolore è privato, ma mostra come sia inscindibile nel legame parentelare la dicotomia servo/padrone. Il dolore è quindi sì la tematica del libro, ma al suo interno vi è la paura del servitore che perde il padrone, comunque esso. Una paura che inabissa, ma che appena si accetta l'ineluttabilità della perdita eccola portare a un cambiamento e a un diverso livello di consapevolezza, quindi di adultità.

 

Sergio Rotino

 

Scrivi “ancora tienimi//sangue”. È una dichiarazione di appartenenza? O cos’altro? Lo puoi spiegare?
Quella che citi, è la seconda poesia di “Cantu maru”. Una poesia ancora incipitaria. In essa viene dichiarata la difficoltà a essere autonomo, a pensarsi come autonomo, e al contempo la paura di essere solo. Il sangue è qui il simbolo di un legame con la figura genitoriale. Il verbo rappresenta invece una richiesta di inscindibilità, esplicitata chiaramente nei versi finali: “ancora non/mi lasciare”. Come detto prima, apparteniamo a qualcuno per nascita. Dobbiamo staccarci da questa appartenenza, ma non vi riusciamo mai veramente, se non nel momento dell'addio. Forse. Sicuramente, quando viene effettuata questa forma di tramando che da figli ci fa genitori o comunque esseri adulti, obbligati a vivere la propria solitudine e la propria finitezza, abbiamo coscienza di essere diventati altro, pur nel calco di qualcosa che ci ha formati e ci abita.

Cantu maru” in che modo si rivolge al nostro presente?
Bella domanda, cui è difficilissimo rispondere. Probabilmente ammettendo che esso è il frutto penultimo di un passato che ha dovuto formarci e di cui non possiamo cancellare totalmente i lasciti, solo cercare di contenerli e di non perpetuarli. Non c'è bisogno di amare chi ci ha procurato dolore in precedenza. Smettere di odiarlo, di provare rancore e rabbia per colui che non esiste più su questo piano dell'esistenza, credo aiuterebbe a renderci realmente liberi di vivere la nostra vita. Può apparire un pensiero in contraddizione con quanto detto prima, eppure non lo è. Vi trovo continuità. Inoltre è veramente l'unico che per me abbia coerenza.





L’autore:
Sergio Rotino è nato a Lecce, vive a Bologna dove si divide fra editoria, docenza, radiofonia e organizzazione di eventi culturali.
Ha curato varie antologie di narrativa e di poesia. Fra queste “RZZZZZ!” e “6000 raudi e 2mila paranoie” (1993, 1996);
Resistenza60” (2005); “Quello che c’è tra di noi” (2008); “Magia dell’inganno”, “Voci narranti”, “Luce diversa” e “Coerenza del racconto” (2015).
Nel 2009 pubblica il romanzo “Un modo per uscirne”, nel 2011 esce la raccolta di poesie “Loro”, nel 2013 “Altra cosa da inventare”.
Dal 2010 al 2016 organizza la rassegna “Paesaggi di poesia”. Nel 2016 organizza “Riassunto di ottobre”, giornata di reading sulle scritture di ricerca
in collaborazione con Marco Giovenale.
Suoi testi appaiono in varie riviste e antologie, cartacee e in elettronico, e all’interno del progetto antologico “Parole sante”.
Giornalista senza tesserino per sua scelta, ha collaborato con le pagine culturali di varie testate, fra cui i quotidiani “Il domani di Bologna”,
L’informazione”, “Corriere della Sera-Corriere del Mezzogiorno Bari”, “Liberazione” e il mensile “Stilos”.
Presta la voce alla redazione culturale di Radio città del capo – emittente bolognese con cui collabora dalla fondazione – per interviste, recensioni e
interventi critici.


(Sergio Rotino “Cantu maru” Kurumuny editore, collana Rosada, pp. 158, 2017)
 

 

 

 

 

 

 

 

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Storie scritte con il filo

 

Intime conversazioni

 

di Enne Effe
 

 

intime conversazioni

 

 

 

Intervista ad Enne Effe:

di G.F.


Il corpo è il luogo privilegiato per il tuo lavoro, per la tua ricerca artistica. Perché?
Il mio corpo è uno dei luoghi che meglio conosco.
Ha fatto le mie stesse esperienze ed è cresciuto con me.
Non devo spiegargli nulla; nelle sue pieghe, nelle sue rughe, nei suoi cambiamenti c'è la mia storia.
Da bambina passavo ore a guardarmi allo specchio, controllavo i miei cambiamenti ed ho preso confidenza con lui.
Lo amo, lo riconosco, mi appartiene e mi consente di essere onesta nel confronto con lo sguardo altrui.

Il cucire immagini, o frammenti di immagine, assieme è quasi un’operazione di sutura, di ‘riparazione’ a ferite e strappi avvenuti. È così? E se sì, quali sono queste ferite? Quali questi strappi?
Uso ago e filo per raccontare storie.
Mi piace l'irregolarità dello strappo sia fotografico che materico. Unire i lembi è come mettere insieme racconti, episodi di una narrazione.
Ho vissuto e vivo una vita intensa e bellissima. Anche il dolore, sedimentandosi, è diventato una storia da condividere.
Le mie esperienze più dolorose hanno dato luce ai miei lavori migliori, quelli a cui torno e nei quali mi riconosco.
La vita è fatta di strappi.
Ogni giorno lasciamo una parte di noi per evolvere, per trasformarci.

In questa serie di immagini prevale il bianco e nero. Cosa c’è alla base di questa scelta?
Mi riconosco nel contrasto del bianco e nero, e quando guardo vedo il colore, la sfumatura e la poesia.

Cosa sono questi punti a filo, che sembrano formiche, che fermano ed incidono questi tuoi lavori?
Ho usato ago e filo, nel simbolismo della formica per raccontare la mia esperienza di mobbing.
Gli insetti rappresentano le molestie, le chiacchiere alle spalle, le maldicenze che sentivo camminarmi addosso.
Non era semplice trovare un linguaggio per raccontare il disagio, la sofferenza di quella esperienza, che divorava lentamente la mia vita.

Cosa significa ‘abitare’ per te queste immagini con la tua stessa presenza?
Racconto sempre storie dove io sono la protagonista; io conosco il racconto perché l'ho vissuto e mi viene naturale esserne l'interprete.
Io abito ogni opera perché parlo sempre e solo di ciò che conosco.

Sembra quasi che lavori anche con il tempo; immagini diverse con provenienze di attimi diversi, che assieme creano un tempo unico, possibile o impossibile. Cosa succede quindi in questo tuo creare dei ‘momenti’?
Vivo il presente con la consapevolezza del mio passato.
Siamo il risultato di giorno ed episodi, flash, immagini, percorsi salvati nella memoria.
Uno sguardo, un profumo, una situazione mi torna agli occhi nella sua interezza e si sovrappone alla quotidianità.
E tutte queste stratificazioni di memoria generano un nuovo presente.

Nelle ‘cuciture’ che usi come accadimento è forte anche il senso del ricamo. Sono immagini dall’impatto deciso, ma grazie proprio a questo ‘ricamo’ conservano, o svelano, un che di morbidezza, di sospensione, di delicatezza. Può essere così?
L'ago e il filo, l'acciaio che incide e ferisce, usato con grazia e sapienza raccontano storie dolorose che possono diventare poesia.
Ricamo fin da bambina e mi affascina lo svolgimento di queste narrazioni che in pochi gesti ed una gugliata di filo, dipingono linee e tratteggi che mettono insieme esperienze e sogni.

E mi sembra poi che c’è anche il desiderio di inventare, ogni volta, un luogo più ampio dove possa accadere tutto questo. È solo una mia impressione?
Ogni giorno coltivo la speranza del cambiamento, della bellezza, della poesia.
Vivo in una costante alternanza di sogno e nostalgia, tra passato e futuro.
Non mi arrendo all'indifferenza di questi tempi e cerco di dare vita al presente attraverso materiali e gesti spesso abbandonati.

 

 

L’artista:
Enne Effe è nata a Treviso nel 1964. Artista autodidatta, realizza opere in cui stratifica tele, garze, stoffe con combinazioni
di materiali e oggetti che diventano “Preghiere”, “Storie brevi”, atti di dolore.
Nelle ultime produzioni ha utilizzato anche la fotografia, con tecniche miste e la video performance, collegandosi
più esplicitamente allo studio e confronto con il corpo. Si tratta di riflessioni dove l’autoritratto ha una centralità visiva
come punto di fuga e concettuale come punto di vista.
A volte ricama le foto, con operazione tanto delicata quanto simbolica e struggente.
A volte stratifica garze, stoffe e ricami unendoli ad oggetti quotidiani: in “Prex precis” l'opera tessile diventa onore e inno
alla vita, rappresentazione sacrale del profano.
Enne Effe crea opere profondamente autobiografiche, sia che evochino il passato famigliare o un momento magico
(come i frammenti di ricordi descritti in “Storie brevi”) sia che raccontino episodi dolorosi legati al mobbing: questo tema,
caro all'artista, è oggetto della serie "Noli me tangere" ed è stato da lei recentemente e coraggiosamente sviluppato
anche in una videoperformance.
Le “Intime conversazioni” sono dialoghi con un'altra se stessa, segreta e nascosta ma vera e vitale: analisi di confronto eppure consolatorie.
Ha esposto in mostre personali e collettive. Vive e lavora a Portogruaro.
 

 

 

 

 

 

rivista Fare Voci

curata da Giovanni Fierro
collaboratori:
Guido Cupani, Roberto Lamantea, Ilaria Battista
Livio Caruso, Salvatore Cutrupi.