Fare Voci - Gennaio 2019

Fare Voci gennaio 2019

Iniziamo il nuovo anno con una serie
di autori che ci portano al centro esatto
di dove la scrittura succede e si accende.
La voce d’autore è di Richard Harrison,
poeta canadese la cui raccolta in italiano
“Sul non perdere le ceneri di mio padre
nell’alluvione” è imperdibile; e anche di
Eleonora Rimolo e la sua “Terra originale”,
assieme alle poesie in dialetto di Roberto
Marino Masini e Roberto Ferrari.

Con Franco Berton iniziamo a ‘Domandare
la scrittura”, per sapere come sta la poesia.

Il tempo presente è di Michela Scarazzolo
e il suo prezioso racconto.

Le immagini sono le fotografie di
Natalia Bondarenko, in bianco e nero.

Buona lettura.

Giovanni Fierro


(la nostra mail: farevoci@gmail.com)

Immagini       ----------------------------

Il guardare vicino

Sette fotografie

di Natalia Bondarenko

Natalia Bondarenko

Voce d’autore      -----------------------

The surrender when it’s done

Richard Harrison, “Sul non perdere le ceneri di mio padre nell’alluvione”

di Giovanni Fierro

Richard Harrison

Sul non perdere le ceneri di mio padre nell’alluvione” è l’occasione per incontrare la poesia di Richard Harrison, poeta canadese, la cui raccolta è stampata da ‘Round Midnight Edizioni.
La sua è una voce importante, capace di raccontare un vissuto prezioso e delicato, e di far pensare sulla natura stessa della poesia.
Già dal titolo si ha l’indicazione di come queste pagine siano un lavoro di scrittura che ha a che fare con l’assenza, con la mancanza.
In primis con quella del padre, venuto a mancare nel novembre del 2011, e poi con lo smarrimento dell’urna contenente le sue ceneri, quando l’alluvione Alberta ha fatto tracimare il fiume Bow, che ha allagato il quartiere dove Harrison vive, Sunnyside a Calgary.
Tutto accadde esattamente come se fosse stato scritto - / che non significa che tutto sia andato bene; significa/ che sembrava che un’immaginazione fosse al lavoro,/ come l’assurdo ti fa pensare che la vita sia finzione.”, racconta Harrison, e queste parole sembrano proprio contenere tutto il libro.
La Storia in queste poesie entra con i fatti drammatici delle Torri Gemelle e dell’impiccagione di Saddam Hussein, quasi ad inchiodare la sua poesia in un tempo che diviene il contenitore, il perimetro e il palco sul quale la poesia di Harrison accade e si dispiega.
Sono frasi e poesie lunghe, che abbracciano e offrono il calore di un autore, sì ferito nel sentimento di figlio, ma ben attento a trovare le giuste domande di uomo adulto, e capace di stare in ascolto con il silenzio del poeta.
Harrison ci mostra così il suo forte legame con il padre, che gli ha trasmesso e condiviso l’amore della poesia, a partire da un nome sopra tutti: Shakespeare. Ma anche Borges e Dylan Thomas, tra gli altri.
Mio padre mi insegnò che una poesia non sta nelle parole, ma nella melodia che si lascia dietro.”, a cui aggiungere “Lasciaci dire che la poesia non è/ ciò che sentiamo/ ma ciò che abbiamo imparato”.
Queste sono le coordinate del suo fare poesia, quasi delle promesse a cui Harrison tiene fede, nel suo impegno di poeta e di uomo.
Nel raccontare il padre l’autore fa anche un ritratto di sé stesso, con le proprie determinazioni e le proprie fragilità, con i propri dubbi e le necessarie sicurezze.
“Sul non perdere le ceneri di mio padre nell’alluvione” ci mostra un Richard Harrison capace di portarci nelle pieghe di ogni giorno, nel tessuto emotivo di un uomo che sta cercando la giusta ‘misura’ di ogni possibile vivere. Con sé stesso e con gli altri.
Sapendo che il prezzo da pagare è sempre alto, anche solo per poter scrivere che “Non puoi sapere quanto solitaria possa essere una stanza singola/ finché non incornicia il ritratto del tuo cercare e afferrare”.

Richard Harrison

Dal libro:

(…)
Ancora, scrivo di voi,
ancora leggo, ancora penso, ancora disegno, ancora apro e chiudo
     le forbici intorno alle vostre sagome.

Deve essere così per gli dei pagani,
ognuno di essi a riempire ogni statua,
     ogni dipinto, ogni pila di rocce
       e sepolcri privati
con la piena quantità della loro gloria nella nascita di un bambino,
     la meravigliosa maestosità dell’onda che inonda un peschereccio,
e non restituisce nulla dall’acqua.


*



(…)
Mio padre amava come una bocca ama.
     Le chiamava mie care, e ridacchiavano,
     essere timidi e familiari col dolore, mi dicevano, È il nostro preferito,
         quando ci lasciavano da soli insieme.

L’ora in cui morì mio padre mi insegnò
       più vecchio diventi, più emozioni provi, ognuna più difficile da
       descrivere, e le differenze fra di esse.
(…)



Intervista a Richard Harrison:

Pensando alla perdita di tuo padre, cosa significa scrivere a proposito di una assenza, di una mancanza, di un addio?
Questo libro è parte del mio addio a mio padre, perché è la storia delle ultime cose che lui mi ha insegnato riguardo alla poesia.
Ho scritto alcune altre poesie dopo questo libro, e una di queste è il mio congedo dalla sua stessa morte, che è un altro modo di dirgli addio.
Non avrei potuto scrivere nessuna di queste poesie, se non avessi scritto così tanto della sua vita, e a causa della mia ossessione per ciò che manca, e per le assenze che ne fanno parte.
Forse tutti gli artisti alla fine sono in parte motivati dalle storie incomplete.
Mio padre era un soldato che, come molti soldati, non parlava molto delle esperienze che lo hanno formato, ed io ho scritto di queste mancanze, che hanno avuto effetto su tutti noi per tutta la vita.
Nei tardi anni settanta ho scritto una delle mie prime poesie, poi pubblicata, in cui dicevo che le cose che mio padre non mi aveva detto erano un “silenzio dentro il quale ho gettato le mie parole/ un dentro per trovarlo/ dove il campo di battaglia non è mai abbandonato,/ nemmeno nei sogni.”
E proprio quest’anno, questo verso è apparso nella mia più recente poesia: “io trovo la poesia in ciò che non posso vedere.

Da lettore i suoi lunghi versi e le lunghe poesie mi suonano come una vicinanza, una sorta di abbraccio. Cosa significa questo? È qualcosa di voluto?
Grazie. Penso che parte di questo derivi dal modo in cui mio padre ed io imparavamo le sue poesie preferite, assieme. E come nella poesia “With the Dying of the Light”, condividevamo le parole, ognuno di noi aggiungendo un verso alla poesia che entrambi conoscevamo a memoria.
Ho imparato come le poesie dovrebbero suonare, grazie a quella esperienza, così da dare senso a quella parte di significato, quando mi dicono se ho fatto con loro tutto il lavoro che potevo fare; ed è come se avessero quella stessa intima esperienza in sé.

Scrivere di suo padre, è stata anche un’occasione per trovare un ritratto di sé?
Penso che il lavoro di ogni poeta crei un proprio ritratto, in relazione al soggetto che è l’argomento della poesia.
Penso al poeta come ad un fotografo. Se mi puoi vedere nelle mie poesie, mi vedi nel modo in cui tu dai un senso a chi è il fotografo, a partire dalle sue fotografie.
Penso che la scelta del soggetto sia importante; ci sono soggetti che so che hanno poesia dentro, ma non sono capace di trovarla, raggiungerla… così non la scrivo.
Così ciò di cui scrivo sono cose che ti lasciano vedere qualcosa di me nella scrittura, perché il mio scrivere è in relazione a loro.
Mio padre è una grande parte di ciò che scrivo, ho molte poesie che lo riguardano; e ti lascio entrare nella ricerca di me stesso in relazione a lui.
Una poesia in sé stessa è una ricerca incompleta; e queste sono parti sia di mio padre che di me, che io non vedo, almeno all’inizio. E alcune volte le persone mi sorprendono con ciò che trovano, e di quanto profondo lo vedano.

Vorrei condividere questo mio pensiero, e vedere cosa ne pensa: pagina dopo pagina, l’intero libro è continua ricerca di trovare la misura di ogni cosa, Dio incluso (“Risponde con una parola piccola come Dio”)...
Forse questo succede nelle poesie perché il tempo è il protagonista, non solo il palcoscenico sul quale tutto succede….
C’è un esempio di quello che stavo proprio dicendo. Tu stai vedendo qualcosa di me che non c’era nei miei intenti, ma fa parte del mio ruolo di pensatore e di poeta, forse più del mio ruolo di quanto avessi creduto.
Penso che come si è motivati dalle assenze, così i poeti sono motivati anche da particolari parole – dalla ricerca dei loro completi significati.
Noi abbiamo il tempo necessario, nella nostra vita, di fare questo lavoro forse con solo una dozzina di parole.
Io so quali di queste parole mi appartengono.
“Padre”, ovviamente. “Eroe”, “Figlio”, “Uomo”, “Ora” sono altre. Forse tutti noi cerchiamo il significato completo di “Amore”. Forse “Misura” è anche una di queste parole.
E, come hai fatto notare, anche “Tempo” lo è.
Ora ne sono molto più consapevole: essendo un genitore, crescendo i miei figli e accompagnandoli all’età adulta, avendo avuto mio padre prima ammalato e poi scomparso, e ora anche mia madre – tutto ciò fa sì che il tempo è sempre meno una caratteristica del background, dove non è che un’etichetta che usiamo, per mantenere le nostre memorie in ordine, e un personaggio in più nella mia storia.

Richard Harrison

Nel suo scrivere, la poesia è sempre presente; come sono importanti figure come Shakespeare o Borges nel tuo scrivere, nella tua vita? Ci sono altri autori che ti hanno influenzato allo stesso modo?
Non conosco la misura esatta, ma penso che tutti gli scrittori sono creati dalle loro letture.
Ogni scrittore a cui è stato chiesto un consiglio, per come è diventato scrittore, include “Leggere” nella lista delle cose necessarie da fare. Io sono chi sono in relazione ai lavori di Shakespeare e Dylan Thomas, e William Butler Yeats (il tutto largamente dovuto alla recitazione che mio padre faceva dei loro lavori), e poi agli scrittori che hanno definito la poesia moderna, nel momento in cui la stavo imparando: Gerard Manley Hopkins, Robert Frost, e andando ai poeti che ho incontrato, Patrick Lane, Sharon Olds, Adrienne Rich, Michael Ondaatje, e molti altri.
Una cosa di cui mi sono reso conto, sorprendentemente tardi, è che mio padre ha amato tanto la poesia e non l’ha mai scritta. Scriveva poesie di tanto in tanto, ma non erano proprio sue, quanto imitazioni dei suoi autori favoriti, di un centinaio di anni prima.
È una necessaria esperienza nello sviluppo della tua propria voce come poeta, ma lui non si è mai mosso da lì.
Ma mi rendo conto che il motivo per cui è così importante leggere ed imparare quanto puoi dai poeti del passato – e lasciare che tu sia ‘formato’ da loro – è perché lo scrivere contemporaneo è sia un dialogo con lo scrivere del passato, che l’applicare lo scrivere di un tempo che fu alle odierne condizioni di vita.
La poesia è solo un modo in cui faccio arte, è un modo con il quale guardo il mondo. Così quando vedo o vivo qualcosa nel mondo, di cui voglio scrivere, sto anche scrivendo della poesia che ha formato la mia percezione di esso. In questo modo, scrivere del mondo è anche ‘leggerlo’.

Ecco un’altra cosa a cui vorrei rispondesse: queste poesie danno un senso di pace, di domande che hanno trovato le proprie risposte….
Te ne sono grato. Mi piace pensare di una poesia che è capace di fornire quel tipo di tregua, anche se solo per un po’.

E il suo scrivere, mi pare, si nutre di silenzio e trasparenza. In che modo e perché, questi elementi sono importanti per te? Se lo sono….
Mi sembra che stai parlando di altre due forme dell’assenza, di cui si diceva prima.
Il silenzio è così importante nella poesia, che alcuni poeti parlano della poesia come l’arte del silenzio in sé.
Prova a pensare al silenzio, come l’ho menzionato in “With the Dying of the Light” nel momento di quiete prima che la poesia inizi – quello è un silenzio molto speciale, il silenzio del lettore che anticipa la poesia, mentre sta preparando la mente per accoglierla. E poi il silenzio di “the surrender when it’s done”….
Alcune volte quello è il silenzio della morte – la poesia è finita – ma è più grande anche di quello; è il silenzio del riflettere sul passaggio del tempo da un momento della vita all’altro, è il silenzio nel quale quel passaggio ha senso, di nuovo, anche se solo per un attimo.
Non sono molto sicuro sulla trasparenza. Forse non la penso nel modo in cui tu la intendi. Credo nella chiarezza della poesia, ed è la chiarezza di una vista senza ostacoli. Non penso di vedere attraverso le cose, nelle mie poesie. Conosco poeti che lo fanno.
Se dovessi condensare ciò che penso stia andando avanti nel mio lavoro sotto questa luce, direi che le mie poesie riguardano il mistero della superficie delle cose.

Alcune frasi mi hanno colpito particolarmente, come “perché i personaggi di un romanzo possono fuggire a tutto tranne che alla loro storia”. Penso che il suo è un cercare versi che si mettano in evidenza, che escano dal tessuto narrativo. Cosa significa questo approccio alla poesia?
Di nuovo, grazie. So di raggiungere alcuni punti, nelle poesie, dove un verso come quello è la giusta cosa da dire.
E potrebbe essere uno dei segnali dell’insegnante che è in me.
Non conosco necessariamente quali versi funzioneranno in quel modo, mentre li sto scrivendo. Ma quando le persone mi citano versi come questo, quando stanno descrivendo gli effetti che le mie poesie hanno creato, o li usano per esaminare la poesia, allora so di averne composto uno.
Per esempio, qualcuno ha preso il verso “la letteratura americana ha a che fare con il dolore diffuso oltre lo spazio”, per chiedermi se il mio libro in sé fosse lo spazio oltre il quale ho diffuso il mio personale dolore.
Ho trovato questo molto interessante.
Così, quando guardo il verso che hai scelto, mi fa domandare se il personaggio in me, in questo libro, può fuggire da qualsiasi cosa, tranne che dalla propria poesia.
Ci penserò per un po'.


L’autore:
Richard Harrison è un poeta canadese, è nato a Toronto nel ‘57 e si è trasferito a Calgary nel ’95, vive a Calgary da allora.
Si è laureato presso la Trent University (in biologia e filosofia) e la Concordia University (in scrittura creativa).
Ha insegnato alla Trent University, l'Università di Calgary e ora alla Mount Royal University.
Il suo libro più recente, “On Not Losing My Father's Ashes in the Flood”, ha vinto il Governor General's Award per la poesia in lingua inglese, il Stephan G. Stephansson Alberta Poetry Prize ed è stato finalista del W.O. Mitchell Book Prize per la Città di Calgary.

I testi di Richard Harrison sono tradotti in italiano da Riccardo Frolloni.

(Richard Harrison “Sul non perdere le ceneri di mio padre nell’alluvione”, pp. 163, 15 euro, ‘Round Midnight Edizioni, 2018)

Immagini       ----------------------------

Il guardare vicino

Sette fotografie

di Natalia Bondarenko

Natalia Bondarenko

Tempo presente       ------------------------

Nel gran teatro del mondo

Testo e foto di Michela Scarazzola

Michela Scarazzolo

Ho attraversato uno dei parchi del mio quartiere all'alba. Nella scuola elementare le luci erano già tutte accese. Quelle degli uffici pubblici, puntuali, fanno da battistrada alle altre, le lucine dei pendolari e di chi può prendersela comoda. Nel giro di un'ora, quando ho percorso a ritroso lo stesso vialetto, il bozzolo si era dischiuso ed era tutto uno sciamare di studenti, anziani che portavano a spasso il loro cane, impiegati, qualche tuta arancione.

In autobus, ad un certo punto, è salita una donna peruviana. Sgranava una grossa corona di rosario di legno, e ha continuato a farlo anche quando si è dovuta spostare, in silenzio, per far spazio ad altri pendolari, nelle fermate successive. Per un attimo, la sua corona, le unghie laccate di una studentessa e le mie, pallide e arse, si sono intrecciate. Ascoltavo per la milionesima volta lo ‘Stabat mater’ di Pergolesi e la lacrima è venuta giù così, mentre il sole nasceva.

Pensavo che non ero più al riparo e che la mia pelle era esposta, lì, con le sue rughe, come le reti da pesca nere che incidono la superficie laminata della Laguna, e hanno forma di croci, regolari, Dio solo sa come facciano a tessere segni così regolari, i pescatori. Poi la musica è cambiata, la sintassi delle forme si è fatta regolare, più cerebrale, estrosa e artefatta, barocca e popolana insieme.

Ho sentito solo oggi che stavo misurando, nient'altro che solfeggiando, da vent'anni, questo spartito nel quale mi sono trovata a vivere, cercando di capirne la timbrica, cercando di accordarla alla mia.

Michela Scarazzolo

L’autrice:
Michela Scarazzolo si definisce una “cabarettista timida”.
È una storica dell’arte. Ha fatto la libraia, la bibliotecaria e l’assistente museale.
Ora lavora in un ufficio ministeriale che affaccia sul Canal Grande, in attesa di approdare sui banchi di scuola. Fotografa, scrive su scontrini, fogli del macellaio, biglietti dell’autobus e sui social.
Vive a Venezia.

Immagini       ----------------------------

Il guardare vicino

Sette fotografie

di Natalia Bondarenko

Natalia Bondarenko

Voce d’autore      -----------------------

Quando avremo terminato di contare

Eleonora Rimolo, “La terra originale”

di Giovanni Fierro

Eleonora Rimolo

La terra originale” è un’occasione per stare nella poesia, e per trovare anche le domande a lei necessarie per essere un momento importante, e di riferimento, nel nostro tempo contemporaneo.
È la più recente raccolta poetica di Eleonora Rimolo, una delle nuove voci più significative del panorama nazionale.
Sessanta pagine dove l’autrice riconosce, ma anche inventa e crea e misura, un luogo possibile dove l’esistenza umana viene esplorata, mostrata e svelata.
A partire dall’atmosfera sospesa con cui inizia il libro, dove l’Io in un pulviscolo di esistenze e pericoli crea però la giusta tensione con cui affrontare ogni singola manifestazione di sé, degli altri, dello scrivere.
Eleonora Rimolo in queste sue pagine cerca e trova la fisicità del raccontare, non ha paura di affrontare anche le esperienze dove “Dopo un solo abbraccio il tarlo insiste”.
Questo sono i ‘Viaggi’ a cui siamo invitati, ovvero la prima delle due parti di “La terra originale”, che poi porta il lettore ad affrontare ciò che è sfuggente, ciò che è difficile da cogliere e conservare; “Perché i giorni dobbiamo viverli tutti/ anche quelli in cui ci si chiede/ cosa ci faccio qui, adesso?”.
Con una scrittura matura e sapientemente dosata, Eleonora Rimolo mostra i morsi e le punte accuminate pronte per ferire. E ferire chi?, “noi educati viaggiatori noi/ bestie turbate, incontaminate”.
E se tutto ruoto attorno all’assenza o alla presenza del desiderio, motore assoluto dell’esistenza umana, allora si può anche trovare ne “La notte più lunga dell’anno”, la seconda parte del libro, la considerazione che “Nella combustione l’obbedienza si perde”; ed è il momento in cui lo smarrimento diventa varco verso l’esperienza, innesco di significati e occhi aperti che si trasformano in sguardo. Forse perché, ed è un augurio, “rimarrò senza fare domande/ nel silenzio del paese assopito”.
“La terra originale” di Eleonora Rimolo non propone scorciatoie, non promette passaggi in sicurezza. Anzi. Chiede disponibilità al bruciare di ogni attenzione, non si propone di fare la cosa più riuscita, ma ogni volta asseconda quella necessaria. Anche a costo di rinnovare l’attrito tra volontà e desiderio. Dove è più facile farsi male.


Eleonora Rimolo

dal libro:



Sono cresciuti assieme a te i miei capelli,
io meno. Ancora sono tentata dallo svanire
se ogni giorno scavo un lembo di pensiero
e mi riduco a un liquido vischioso, irriflessivo,
che non lascio bere a nessuno. Potremmo
davvero esserci tutti senza nient’altro
- solo nutrirsi ogni tanto – umane necessità.
Cosa riempirebbe allora le coscienze,
quale commento, quante penose idee.


*


Quando avremo terminato di contare
le partenze saremo come formiche
in processione, così superbe piccole
da una tana all’altra continuamente in esilio;
da qui ti scriverò un milione di lettere,
chiederò cosa portarti per farti contento,
perché sul tuo grembo mi spoglio
sognando l’infanzia, riallaccio la vena
fermandone ai tralci il sostegno,
ne impedisco l’uscita dal suo stato di grazia.


*


Verrà un giugno accaldato
ed io sarò in qualche maniera
nel nido dove abiti, forse senza
voce, o nuda, ti preparerò la cena,
darò delle briciole di pane
al pigolio dei passerotti
e non dovrò chiederti lì com’è
il tempo, se hai dormito, se
qualcuno ha bussato: arriverò
come un’onda e aggrappata
alle travi mi opporrò alla risacca,
rimarrò senza fare domande
nel silenzio del paese assopito.


Intervista ad Eleonora Rimolo:

Mi sembra, rispetto alla tua raccolta precedente, che il tuo scrivere abbia trovato corpo, sia carne di esperienza, sia pensiero che si è fatto accadimento… può essere così?
È un'osservazione esatta: era mia intenzione restituire al lettore dei fermo-immagine della realtà che potessero scavare a fondo nell'universo delle possibili interpretazioni di un evento, di un'esperienza. Per farlo, ho utilizzato anche una lingua più vicina al lessico quotidiano, pur senza rinunciare ad alcuni elementi di pura verticalità.

Di che natura è il senso di sospensione che si vive, leggendo la parte iniziale del libro? E la tensione che ne deriva?
La sospensione che si vive nella prima parte del libro è quella legata al cominciamento di un nuovo viaggio, appunto quello verso la terra originale: luogo misterioso, forse irraggiungibile, dove si parla la lingua degli affetti, e verso cui naturalmente si tende, attraverso l'attrito costante tra realtà e idea, tra volontà e desiderio. Ciò che si ha spesso non è mai ciò che si vuole – o che si desidera. La terra originale è la sospensione del desiderio, l'appagamento totale: meta utopica o possibile, questo rimane da scoprire al lettore.

E in queste prima parte sembra proprio che il nocciolo di ogni cosa sia sfuggente… anche se riesci a dare forma e raccontare le viscere di un sentire, di un pensare…
Tutto è mistero: la verità è sfuggente, sempre. Se la conoscessimo, non avremo motivazioni per vivere, mancherebbe il motore primo originario, cioè l'ardore. Se non si arde non si conosce, non ci si muove per conoscere, nonostante si sappia che è impossibile sapere tutto. Le viscere del sentire e del pensare sono portate alla luce grazie alla forza erotica che muove il mondo: il mio intento era raccontare quella energia lì con il verso.

Nella seconda sezione, ‘La notte più lunga dell’anno’, c’è quasi un abbandonarsi all’intensità del vivere, che combacia a volte con un senso di smarrimento, quasi. È un qualcosa di necessario? Di inevitabile? O cosa?
Quando ci si abbandona al desiderio, a cui è dedicata la seconda sezione del libro, ci si arrende completamente alla nostra natura più bestiale: il desiderio ci rende ciechi, ci svuota della ragione, ci ossessiona come un tarlo senza sconti finché non ci appropriamo dell'oggetto bramato. Abbandonarsi però è quasi sempre smarrirsi: cosa accade quando abbiamo soddisfatto il nostro desiderio? Subentrano il vuoto e la noia, finché non giunge un nuovo desiderio a tormentarci, ma nello stesso tempo a muoverci. È un ciclo inevitabile quanto necessario.

Eleonora Rimolo

In questa sezione ho la netta sensazione che il tuo interlocutore sia la poesia stessa, che a lei ti riferisci, che a lei parli… può essere?
È possibile che io stia parlando anche della poesia: la terra originale è il luogo fisico o ideale dove ci si sente per un attimo in equilibrio, dove si sciolgono le tensioni, dove ci sembra di intravedere un ambiente arcadico di riposo sincero. Quindi, potrebbe anche alla fine di questo viaggio – e di questo libro – finire per combaciare con la poesia stessa.

‘La terra originale’ è ciò a cui tendere? O un luogo che hai costruito pagina dopo pagina?
Alla terra originale noi tendiamo naturalmente: a noi spetta assecondare questo Streben, costruendo, per quanto possibile durante questo percorso chiamato vita, degli spazi e dei momenti dove riusciamo a specchiarci e a riconoscerci come creature originali, uniche, dopotutto fortunate per la possibilità che ci è stata data di volere, di desiderare, di cercare. Anche senza trovare.

La citazione dei Blonde Redhead (‘How many times? As long as you want.’ e ‘How many times? As long as you wish’), all’inizio di ognuna delle due sezioni del libro, sembra quasi voler contenere tutta la raccolta dentro una singola canzone…… cosa ne pensi a riguardo?
La canzone dei Blonde Redhead mi ha dato fin da subito l'idea primigenia della struttura del libro: le due strofe parallele erano perfette come esergo delle due sezioni, dedicate per l'appunto una alla volontà e una al desiderio. La musica accompagna spesso le mie riflessioni, i miei pensieri. Dopotutto ognuno ha una propria colonna sonora mentre si muove verso la propria terra originale...



L’autrice:
Eleonora Rimolo (Salerno, 1991), è laureata in Lettere Classiche e in Filologia Moderna, è dottoranda in Studi Letterari presso l’Università di Salerno.
Ha pubblicato il romanzo epistolare ‘Amare le parole’ (Lite Editions, 2013) e le raccolte poetiche ‘Dell’assenza e della presenza’ (Matisklo, 2013), ‘La resa dei giorni’ (Alter Ego, 2015 – Premio Giovani Europa in Versi), ‘Temeraria gioia’ (Ladolfi, 2017 – Premio Pascoli “L’ora di Barga”, Premio Civetta di Minerva).
'La terra originale' è il suo ultimo libro, pubblicato nella collana Gialla Pordenonelegge.it-Lietocolle (2018, Premio “Minturnae”).
Con alcuni inediti ha vinto il Primo Premio Ossi di seppia (Taggia, 2017).
È Direttore per la sezione online della rivista Atelier.



(Eleonora Rimolo “La terra originale”, pp.60, 13 euro, LietoColle, collana gialla Pordenonelegge.it, 2018)

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Il guardare vicino

Sette fotografie

di Natalia Bondarenko

Natalia Bondarenko

Voce d’autore      -------------------------

De vinir fora dal suo star bon

Roberto Marino Masini, sei inediti in dialetto

a cura di Ilaria Battista

Roberto Marino Masini

I testi inediti di Roberto Marino Masini:


Il treno

Il treno porta i siori dell’andar,
passanti ziti i saluda lontan e l’aria
la se fa in banda per un momento.
Il treno porta i libri dei muli,
quei che studia ciapadi da le parole,
sempre quele, nero sora il bianco,
senza rumor, senza spetar.
I sogni  i viagia così, compagni de gioie e dispiaseri…
Il treno il porta chi te volessi che rivi per tempo,
il porta un saludar,
il porta do binari paraleli a lui
e me por quasi un fiume in tal momento
de vinir fora dal suo star bon come per dispeto
a la stazion e po dopo il se tira su le coverte
e sogna anche lui de andar chissà dove
senza i binari…





Nono Toni

Del mio ultimo saludo me resta il ricordo
de quel odor de l’ospizio de via Diaz,
dove comandava i preti,
la spuza de un cameron pien de rantoli,
cataro, feci…
Del nono me sovien no un rider, gnanca la vose…
solo un veder confuso de la sua bici nera,
del suo pedalar e un riguardo per un omo
che me pareva sai grande.
No lo gavessi visto più e forse in quel giorno
tai suoi oci iera la speranza de scampar da quel posto
dove se podeva solo spetar…

(… mentre tossivo da picio: “… guarda su, guarda su che xe el nono Toni che te ciama…”)
un tipico viz de quei tempi)





De pensarle xe dificile, de farle poi
gnanche pensarle…
questo disemo ogni tanto quando se movemo
nel teatro de la vita,
quando per strada ne vien in mente
robe viste o fate magari tanto tempo indrio,
caminando su per la riva che porta in Castagnaviza,
in castel o in stazion, soli
col nostro andar.
Se te pensi gavemo dentro una forza
che no savemo, una testa tuta nostra
per pensar da soli, per dir che semo noi,
unici e no tanti uguali come quanchedun
volessi che fossimo.
Alora tiremose su e ogni tanto
mandemo in remengo i altri,
provemo a esser liberi, butemo fora
la nostra anima vera,
basta poco, scoltime.





Sabotin

Poche ore de solitudine,
solo mi zito,
in mezzo del bosco de acacie e carpini
sul ghiaion sule piere soto il sol de inverno…
Laggiù la valle dell’Isonzo con il suo smeraldo fredo…
‘na mela sula cima, il savor de un sigaro,
un respiro profondo,
il bel senza altre ciacole.





Requiem

Pare mio,
per quanto possi tirar su da sto desio,
ultime ciacole o ultimo sofiar de amor,
no imparerò mai bastansa, no poderò mai
riguardar il mio passato come un foio de vita
senza ricordar il senso de quel star
che speta solo a pochi  e solo a lori
xe consentido rvendicar
come giusta parte del creato.





Archeologia domacia!

1.    La Singer
Giogavo co la machina de cusir Singer,
quela vecia de fero nero, pesante.
Pareva un disegno de un vecio cancel
come quei che te trovi tal davanti de le vile
de ‘na volta.
Giogavo a dondolar il grande pedal,
a vèder girar la rioda che moveva me mare
tal mentre la doprava per cusir.
Tute le siore le gaveva una quela volta,
le se pasava de mare in fia, prima ancora
de il frigo o de la television.
Tal caldo dela cusina col sparger tacà de inverno
tanto che fori pioveva, e iero contento,
per cussì poco ridevo.


Roberto Marino Masini

Roberto Marino Masini, una lettura, una vicinanza

di Ilaria Battista

Ciacole non fa fritole.
Non so perché continuava a venirmi in mente questo detto triestino mentre leggevo le parole di Roberto Marino Masini. All’inizio pensavo che fosse perché ci inciampavo spesso nelle ciacole tra i suoi versi.
Ma poi ho capito che c’era qualcos’altro.
Di più profondo. E fondamentalmente di più essenziale.
Non fa ciacole ma fa fritole chi non si perde in inutili fronzoli, chi non abbellisce la realtà, chi non imbelletta il mondo per farlo sembrare più bello di quello che è, prima per se stesso, e poi, forse, per gli altri.
Come quei vecchi di una volta che l’italiano non lo parlavano neanche in chiesa ma che non avevano bisogno di paroloni, o di paroline scritte in bella grafia, perché il bel, il bel xe bel senza altre ciacole.

“Nono Toni” di Roberto Marino Masini, per dire, doveva essere un uomo di poche parole e tanti sguardi.
Uno che capiva come andava il mondo, ed è inutile girarci tanto attorno.
All’Ospizio di via Diaz comandavano i preti e la spuza che usciva dai cameroni era la vita che se ne andava, ed era inutile sperare di scampare, che tanto arivava il turno de tuti, bisogna solo spetar.

Ogni tanto mi pare di vederli, in giro per città, quelli che stanno quasi per mandare in remengo gli altri, quelli che lo vedi che nella testa hanno il pensiero che basta poco per provar a eser liberi, e sono lì lì per farlo, per crederci, per butar fora la loro anima vera.
Gli manca qualcosa però. Anzi gli manca qualcuno.
Gli manca qualcuno che gli sussurri all’orecchio ‘Basta poco, scoltime’.

Anche mia nonna aveva una Singer a pedali. Quando la macchina da cucire si è rotta, è rimasto il trespolo, con il coperchio pesante di legno e ferro battuto.
Da piccoli anche noi facevamo a gara a chi spingeva il pedale più forte, con la ruota che girava velocissima.
In una casa ho visto una vecchia che si era tenuta il pianale per farne un tavolinetto poggia fiori e aveva tolto il pedale e anche la ruota.
Mi ricordo di aver pensato, ed ero già una ragazzina, che ridurrer una Singer così, a portafiori, fosse quasi un insulto e che la vecchia, sprecandola così, non avesse capito niente della vita.

Roberto Marino Masini

Intervista a Roberto Marino Masini:

di I. B.

Mi ha molto colpito questa ruvida tenerezza che traspare tra i tuoi versi, soprattutto in “Nono Toni”.
Mi chiedo se usare il dialetto, invece che la lingua italiana, ti serva a scavare tra i ricordi e a fissarli meglio nella tua memoria, a ricostruire atmosfere familiari che magari descritte con altre parole perderebbero il sapore dell’autentico..
Sicuramente. Il dialetto è la mia prima lingua, ha accompagnato il mio passato o meglio, la mia giovinezza…
Usandolo nello scrivere oggi mi sono ritrovato a ricordare dei fatti, delle persone, dei luoghi che, in qualche modo, avevo “messo da parte”…  e più scrivevo più immagini emergevano, si sovrapponevano, la maggior parte relative a trascorsi familiari, creandomi forti emozioni…
Come un odore o un profumo hanno la capacità di riportarci indietro, a risentire un qualcosa che è insito in noi, qualcosa di dimenticato, così leggere o scrivere in dialetto provoca lo stesso effetto, nello specifico ci riporta all’infanzia.
Usare la lingua italiana credo attenui la potenza di queste emozioni, ma questo vale soprattutto per l’autore piuttosto che per il lettore.

Mi chiedo anche se usare il dialetto o usare l’italiano sia una scelta legata alle atmosfere che vuoi creare, o ricordare, o se sia una scelta casuale. Pensi che certi versi potrebbero essere scritti indifferentemente in italiano o in dialetto, o c’è una scelta be precisa nell’usare uno o l’altro?
Recentemente ho “tradotto” in dialetto alcuni miei testi originariamente scritti in italiano e viceversa… come ho già detto prima non ho sentito quella sorta di trasporto, di feeling, con le parole per così dire nuove.
Sento che la traduzione toglie il pathos originario… le prime versioni sono sempre le più vere e non completamente riproponibili. Questo è poi un problema che si riscontra in qualsiasi tipo di traduzione per quanto valida possa essere.
La scelta non è ponderata, la poesia “esce” da sola in una o nell’altra lingua, magari aspetta un segnale nascosto, improvviso, raramente c’è una mia intenzione nello scrivere specifica…

Leggendo i tuoi versi ho rivisto i gesti dei miei nonni, la nonna che pedalava sulla Singer, il nonno che apriva lo sparger, e mi è venuto in mente che gesti così universali, il cucire, il preparare il fuoco, siano grazie a quei nomi, Singer e Sparger, gesti che si potevano compiere solo qui, tra queste terre, in questi luoghi, tra queste genti. Come se la Singer desse un cucito diverso o lo sparger desse un calore che gli altri, ad altre latitudini, non conoscono. Ti ci riconosci o è un’interpretazione che ti pare un pò forzata la mia?
Sì, le patate arrostite a fettine sullo sparger avevano/hanno un gusto decisamente migliore (ah ah ah).
La Singer è stata un mito per chissà quante donne a suo tempo. Quella di mia madre apparteneva a mia nonna e credo fosse ancora più vecchia…  Mi impressionavano, anzi stupivano, quegli intrecci in ferro nero e lucido che la decoravano, sembravano appartenere ad una persona importante… del resto importanti erano mia madre e mia nonna…
Ci si ritrova spesso a pensare che quanto abbiamo vissuto sia storia solo nostra, e si può dire così, ma probabilmente quei vissuti sono molto simili ad altri in altre parti del mondo, appartengono a quelle generazioni, a quel periodo storico.
Comunque hai ragione, la Singer, lo Sparger a ricordarli ancora oggi trasmettono un calore, come dire… tutto nostro....



l’autore:
Roberto Marino Masini è nato nel 1958 a Gorizia, dove vive.
Ha pubblicato le raccolte di poesia “Un profondo delicato” (2002), “Il tempo ci attraversa” (2006), “La delicatezza di un piacevole mistero” (datata 2004 – edita 2007) sulla rivista istriana di Fiume “La battana”.
La sua raccolta “I cedri del Libano” (2007) è risultata vincitrice al concorso nazionale di poesia “Pubblica con noi 2008”, organizzato da Fara Editore (Rimini).
Nel 2009 ha pubblicato “Cercavi tra l’erba le parole”, e poi la raccolta “Per disperata ostinazione” (2014).
Il suo libro più recente è “L’andare illogico” del 2016, edito da Qudu di Bologna.

Immagini       ----------------------------

Il guardare vicino

Sette fotografie

di Natalia Bondarenko

Natalia Bondarenko

Domandare la scrittura      --------------------------

Franco Berton, ‘più si leva la voce’

Pensieri e parole sulla poesia, oggi.

di Giovanni Fierro

Una nuova rubrica, per conoscere i pensieri e l’animo di chi la poesia non solo la scrive, ma anche la promuove, la pubblica, la fa girare attorno, in ogni giorno possibile. Prima puntata.

Primo ospite è Franco Berton, poeta autore di diversi libri, che da tempo promuove serate di incontro con la poesia in luoghi anche inconsueti: fabbriche, siti monumentali, oasi naturalistiche, chiese. Ma anche in ambiti delicati e fondamentali come le scuole.
Per oltre due lustri ha partecipato come lettore ai Reading Canoviani della Gipsoteca di Possagno (TV). Per alcuni anni è stato ospite della rassegna poetica FluSSidiverSi di Caorle (VE).
Cura la presentazione di pittori e narratori. E percorre tratti del suo viaggio creativo con il centro di ricerca artistica Immaginario Sonoro. Di seguito la sua testimonianza.

Franco Berton

Intervista a Franco Berton:

Qual è il ruolo della poesia ora, nel nostro presente e nella nostra società?
Se per ruolo s’intende il “peso”, penso che esso sia in gran parte marginale, perché ininfluente nei rapporti economici, politici, sociali.
Se invece ci si riferisce alla sua possibile “funzione”, essa resta fondamentale e ancor più lo diventerà in futuro.
Centinaia di parole invadono e cercano di condizionare attraverso i nuovi modi comunicativi la nostra quotidianità.
L’uomo informatico ha a disposizione nozioni in un flusso continuo di parole “termini (confini)” che prevalgono sulle parole “simbolo (ponte)”.
Il linguaggio dei termini appiattisce l’esperienza sugli oggetti e sulla materia, appiattisce la fantasia, il sogno, e toglie così la speranza.
Alla poesia spetta così primariamente il ruolo di salvare, dilatare, inventare, le parole simbolo: in definitiva proteggere la sapienza della carne e della sua caducità, dalla quale trae origine la coscienza, la memoria degli avi, e l’orgoglio della libertà.

Quale la sua forza, e cosa invece deve ancora ‘trovare’ per parlare anche alle nuove generazioni?
La forza della poesia per le nuove generazioni sta nella sua possibilità di percorrere e indagare liberamente i luoghi del mistero, delle emozioni, delle visioni, che si stanno contraendo in un Tempo informatizzato senza passato e senza futuro, in un ‘non tempo’ nel quale la speranza perde significato e la fisicità viene negata.
La poesia genera la coscienza della limitatezza e della caducità, anche delle parole, e dà a tutti, in particolare agli spiriti giovani, la possibilità di affermare col canto la propria dignità.

Un libro del passato, e uno del nostro presente….  E per quale motivo…
I grandi libri non hanno tempo e quindi ne vorrei indicare due molto importanti per me, ignorando le indicazioni passato e presente.
Il Canto del Pane” di Daniel Varujan, poeta armeno, scuoiato vivo dai turchi i 26 agosto 1915, all’età di 31 anni, durante il genocidio armeno, con l’unica colpa di essere armeno e poeta.
I suoi versi profumano di terra, papaveri e spighe. Poesia forte e vera, lontana dalla poesia autoreferenziale e lenitiva, fortunatamente tanto invenduta quanto prolifica.
Flautus Vocis - Metafisica e antropologia della voce" di Corrado Bologna, testo fondamentale per chi vuole fare poesia, la parola connessa alla voce, al respiro, al corpo.

Cosa ha di così particolare la poesia, per essere ancora viva e necessaria?
La poesia resta viva e necessaria perché è vivo, necessario e intrinseco alla natura umana cantare di sé.
Più aumenta il pericolo dello svuotamento, dell’insterilimento e della disumanizzazione della parola, più si leva la voce, di cui la poesia è madre e figlia.

Come vedi la società poetica contemporanea?
Se evita la tentazione del pulpito e del lettino dello psichiatra, la poesia ha oggi la possibilità di liberarsi. Il poeta può tornare ad abitare le sue parole con la voce registrata. Gli altri esseri umani possono abbracciarlo e farsi abbracciare ascoltando i suoi versi declamati, coglierne le emozioni e il respiro anche dopo tanto tempo e in luoghi lontani.

E la sua editoria?
Gli Editori di Poesia sono oggi, a mio avviso, una sorta di eroi.
Sovrabbondano i “Poeti”, scarseggiano i poeti, scarseggiano i “Lettori di Poesia”, in mezzo sono gli Editori. Capite perché li considero degli eroi.


Franco Berton


L’autore:
Franco Berton è nato a Fonte (Tv) nel 1952. Si è laureato, da studente lavoratore, in Lettere Classiche all’Università di Padova. La sua prima raccolta “Fra Terra e Cielo” è stata tradotta e pubblicata anche in Australia. Ha pubblicato anche la raccolta di racconti “I Piedi del Cielo – Viaggio di un contemporaneo fra le leggende della sua terra".
Collabora, come ‘fonte orale’ della tradizione veneta, a una serie di puntate del programma radiofonico “Cento Lire”.
Ha pubblicato anche le raccolte “Amor, che in cerchio gira..”, “Il Tempio dello spirito”, “Io mi chiamo Centodue” e “della Rossa e della Bianca Rosa”.

Immagini       ----------------------------

Il guardare vicino

Sette fotografie

di Natalia Bondarenko

Natalia Bondarenko

Voce d’autore      -----------------------

Robe strane, altri mondi

Roberto Ferrari, “Vin, Sikh e Soldai”

di Giovanni Fierro

Roberto Ferrari

E’ più di un gradito ritorno, è l’ulteriore conferma dello spessore autoriale di Roberto Ferrari, che con questa sua nuova plaquette, “Vin, Sikh e Soldai”, ritorna a portare l’attenzione sul proprio scrivere.
Sempre necessario e sempre importante.
Questa volta Ferrari pubblica alcuni scritti in dialetto, nella parlata veneta di Latisana, con cui sua madre racconta aneddoti e storie familiari.
E questa è l’occasione quindi di fare testimonianza di un tempo passato, gli anni ’43 – ‘45’; tempi difficili e dolorosi, nei quali però l’umana resistenza non si è arresa, anche arrancando ha tenuto duro, ha mantenuto la vita, anche a caro prezzo.
Protagonisti di questi tre testi, coinvolgenti nel loro suono e nel loro ritmo, sono familiari e persone di ogni giorno, che cercano la vicinanza e il calore, il semplice gesto e l’ascolto.
Una umanità forse perduta, forse nascosta.  
E “Vin, Sikh e Soldai” vuole forse essere quindi un confronto con il nostro presente, con lo smarrimento sociale del nostro ‘adesso’. È un invito a guardare alle cose necessarie, ai gesti spontanei e a quella dimensione di ‘comunità’ che forse è davvero da ricostruire.

La plaquette è cointestata con Roberta Gasperi, i cui tre quilt dialogano con i tre testi di Ferrari.
Roberta Gasperi da anni è attiva nel mondo artistico del patchwork, tra tradizione artquilt.

Roberto Ferrari


Dal libro:


Sikh
 
finìa la guèra, nel quarantasinque
a Latisana
i gèra rivài anche i sikh, con tanti altri soldài:
marochini, australiani, col capèl storto, inglesi,
bruti come la fame,
i sikh gèra indiani col turbante
i gavèva un prìnsipe: Babugìn se ciamava
col turbante bianco
quei altri i gavèva il turbante color kaki
i vignìva ala stasion dei cavài da monta,
dove gèrimo sfolài mi e la me famèia
una sera il prìnsipe, grando, bel coi oci neri
xè vignùo a magnàr lì de noialtri
il magnàva con gusto
e i altri sikh i lo vardava con deferensa
ala fine,
un sikh ghe gà portà una guantiera
e il prìnsipe gà comincià a rutar
come un porsèl
fin che il gà vomità
de sora la guantiera
mi son restada mal,
ma un omo che acompagnava i sikh
ne gà dito che cussì
il prìnsipe ne diseva
che ghe xè piasuo el magnàr
robe strane, altri mondi
difisili da misiàr col nostro;
deso i sikh i cura le vache
nei staloni de Toresela,
noialtri no volèmo piu’ far quel lavoro,
(…)


Sikh
terminata la guerra, nel quarantacinque/ a Latisana/ erano arrivati anche i Sikh, assieme a tanti altri soldati:/ marocchini, australiani, con il cappello storto, inglesi,/ brutti come la fame,/ i Sikh erano indiani con il turbante/ avevano un principe: Babugin si chiamava/ con il turbante bianco/ gli altri avevano il turbante color kaki/ venivano alla stazione dei cavalli da monta,/ dove eravamo sfollati io e la mia famiglia/ una sera il principe, grande, bello con gli occhi neri/ è venuto a mangiare da noi/ mangiava con gusto/ e gli altri Sikh lo guardavano con deferenza/ alla fine,/ un Sikh gli ha portato un vassoio/ e il principe ha cominciato a ruttare/ come un maiale/ fino a che ha vomitato/ sopra il vassoio/ io sono rimasta male,/ ma un uomo che accompagnava i Sikh/ ci ha detto che in quel modo/ il principe ci comunicava/ che gli è piaciuto il cibo/ cose strane, altri mondi/ difficili da mescolare con il nostro;/ adesso i Sikh curano i bovini/ negli stalloni di Torresella,/ noi non vogliamo più fare quel lavoro, (…)

Roberta Gasperi


intervista a Roberto Ferrari:

Perché la scelta di scrivere in dialetto?
Il dialetto è quello che parla ancora adesso mia madre, una vispa signora di 89 anni. Proprio con questo dialetto mi ha raccontato, e continua a raccontare, le storie di famiglia.
Si tratta della parlata di Latisana centro, che discende dal veneto usato dai notabili della Serenissima, che esprimevano il dominio nei palazzi dei centri storici.
In molte cittadine friulane, compresa la città di Udine, si utilizza ancor oggi questo idioma, residuo linguistico del potere di Venezia.

Queste tue pagine hanno anche un proprio ritmo sonoro e una narrazione che danno l’idea di uno scrivere che si ‘mette in scena’. È così? È un qualcosa di voluto?
Da tempo avevo in mente di trascrivere i racconti familiari di mia madre. Ho voluto mantenere la cadenza del parlato per tentare di conservare quasi intatta una memoria che finora si è svelata solo oralmente e che ritengo la sua più coinvolgente particolarità.
Quando una persona racconta gli episodi e gli aneddoti che riguardano la propria vita è sempre al centro della scena; chiede di poter rappresentare gli scorci di vita davanti all’uditorio anche con lo scopo di dare ai racconti un significato più ampio e di diluirne l’emotività che producono, distaccandosene un pochino.

Roberto Ferrari

In queste pagine protagonista è il passato. E qual è il tuo confronto personale con queste memorie? e c’è un mondo che sembra ormai scomparso…..
Il passato, anche quello vissuto dai nostri avi, è parte di noi. Proveniamo dal passato e con esso credo sia necessario confrontarsi per sapere da dove proveniamo e quali sono le storie che ci hanno portato ad essere ciò che siamo. La fretta di dimenticare è una strampalata mania di questi tempi, sintomo forse del desiderio di apparire completamente nuovi, quando in realtà noi siamo il frutto di azioni e pensieri che provengono da molto lontano. Dimenticare ciò che è stato porta quasi sempre alla confusione e talvolta alla catastrofe del pensiero.
I mondi che sono stati non scompaiono mai. Cessano di essere percepiti come il presente, ma si mescolano inevitabilmente con quello che nel presente si affaccia e con quello che nel futuro apparirà.
Avevo bisogno di partire dal passato per riconoscere e ricostruire la mia identità, soprattutto dopo il grande mutamento che ho affrontato: dal lavoro nell’ambito della Salute Mentale al Servizio di Pronto Soccorso dell’Ospedale, guarda caso proprio quello di Latisana.

C’è anche un dialogo fra i tuoi tre scritti e i tre quilt di roberta gasperi che li illustrano. Che dialogo è?
I tre testi che compongono “Vin, Sikh e Soldai” sono stati di ispirazione ai tre quilt realizzati da Roberta Gasperi. Un progetto iniziato già qualche anno fa con infinite discussioni e visite nei luoghi teatro dei racconti di mia madre e portato a compimento alla fine dello scorso anno.
Roberta è un’artista sensibile e straordinariamente capace di sintetizzare, con l’utilizzo di stoffe colorate, filo e macchine da cucire, gli infiniti mondi che accompagnano i testi poetici. Impiega la tecnica patchwork come il pittore usa spatole, pennelli, tele e tavolozza.
Si tratta di un dialogo che esprime un’amicizia artistica e una genuina condivisione umana. Poi è l’autrice della copertina della mia raccolta “Alberi binari”, uscita nel 2014 sempre con Qudu libri.


L’autore:
Roberto Ferrari è nato a Gorizia e attualmente vive a Fossalta di Portogruaro (Venezia).
È tra i fondatori dell’Associazione Culturale Porto dei Benandanti di Portogruaro, con cui organizza e coordina la manifestazione poetica e letteraria “Notturni di Versi – Piccolo festival della poesia e delle arti notturne” .
Per la casa editrice Qudu libri di Bologna ha pubblicato nel 2014 la raccolta poetica “Alberi binari” e curato le due antologie poetiche “Non ti curar di me se il cuor ti manca 1” (2015) e “Non ti curar di me se il cuor ti manca 2” (2016).
 



(Roberto Ferrari “Vin, Sikh e Soldai”, plaquette, 10 euro, Qudu libri, 2018)

Immagini       ----------------------------

Il guardare vicino

Sette fotografie

di Natalia Bondarenko

Natalia Bondarenko

Intervista a Natalia Bondarenko:

di G.F.


Perché la scelta del bianco e nero?
È facile. Da piccola usavo la macchina fotografica “Kiev” di mia nonna e la camera oscura (nel bagno senza finestre) che all’epoca faceva soltanto foto in bianco/nero. Il ‘vizietto’ mi è rimasto, probabilmente, per la pulizia dell'immagine che si riesce ad ottenere e il gioco chiaro/scuro (ombra/luce) che si cerca di solito.
Ultimamente, nella fotografia contemporanea, a volte l’effetto ombra/luce scompare del tutto, e non è un difetto. La fotografia è cambiata grazie alle macchine digitali, che danno molte più possibilità per la creatività, io invece sono ancora attaccata al mio vecchio modo di vedere la fotografia.

Qual è il ‘tempo‘ di queste foto, in quale ‘tempo’ vivono?
Infatti, come dicevo sopra, è un tempo passato, molto remoto quello dove io giravo con mia nonna e fotografavo tutto (il giardino botanico, i boschi di Kiev dove abitai da piccola, il maestoso fiume Dniepr che si vedeva passare sotto…) e tutto in bianco/nero.
Quando ora mi capita di vedere queste vecchie fotografie, mi danno la sensazione di qualcosa di ancora vergine… per questo, qualche anno fa ho pensato a dei miei filtri personali, ad un'applicazione manuale che mi permettesse di dare la vita ad una foto in bianco e nero, per darle quell’aria che potrebbe appartenerle ma che in realtà è soltanto un miraggio.
Lo faccio sulle mie foto, non su quelle antiche del mio archivio, e cerco di liricizzare il più possibile ogni immagine sulla quale lavoro. La liricità è la caratteristica di questi tempi, e va in contrasto con ciò che viviamo….
È un calmante per gli occhi, è un invito a riflettere, è una specie di lorazapam, xanax o qualcos’altro che può far stare meglio. Perché quando non mi sento bene, di solito prendo la macchina e vado nel parco sotto casa, con i campi non coltivati, e cerco di ‘guarire’ a modo mio: da lì nascono le mie margherite di novembre, o i paesaggi che aspettano la neve che non arriva.
Sono i ‘tempi’ che sono sospesi in attesa di un cambiamento, amano il vissuto (ritratti) e l'esteticamente 'aggrappante' (paesaggi).

E che silenzio è, quello di cui sembrano queste foto nutrirsi?
Sono enormemente felice di questa tua definizione. Sorrido platealmente! Quando sono state scattate, attorno regnava il caos: la gente che tagliava erba, gli aerei che rombavano, i cani correvano su e giù, qualcuno faceva ginnastica e passando mi salutava (qua si saluta sempre, per educazione), li salutavo anch’io… e appena passava 'l'onda’ del disturbo mi buttavo sul soggetto per riprenderlo.
In ogni uscita con la macchina fotografica – sono tantissimi scatti, 300 più o meno – ci sono il controllo della luce esterna, le ombre, il girare attorno al sole, il girare attorno al soggetto, ‘divorarlo’, sfruttarlo, ‘rubarlo’ per averlo e ricordarlo in qualche modo. Anche i ritratti non sono da meno: gli umani non amano la macchina fotografica professionale, non sono abituati, si irrigidiscono, non sanno come comportarsi. Quando lavoro sul mio progetto “STRAvolti”, dedicato agli artisti del Friuli Venezia Giulia, so già quali difficoltà mi aspettano. Perciò dietro c’è il lavoro del fotografo, quello che non si vede: creare diverse emozioni parlando con il soggetto.
Mi capitò nel passato un soggetto esteticamente difficile: lo misi seduto con un pannello dietro e lo obbligai a raccontarmi la barzelletta più lunga che conosceva e il risultato è stato inaspettatamente stuzzicante.
Di solito, quando finisco di fotografare e torno a casa, poi scarico tutte le foto sul mio programma ed inizio la selezione – è il momento più magico del mio lavoro perché molto spesso quello che credevi importante viene addirittura cancellato del tutto, e vengono selezionate le immagini che credevi di scartare.
Quel silenzio che si nota nelle foto è un’ulteriore elaborazione che si aggiunge ad ogni fotografia.
Nel mio archivio esistono molteplici varianti della stessa fotografia…. È un previlegio della fotografia che puoi ritoccare e salvare, quello che non potresti mai fare con un quadro che è un pezzo unico.

Mi sembra che nel tuo fotografare non ci siano differenze tra il ritrarre una persona, una natura morta o un paesaggio. Può essere così? E se sì, perché?
Io, dalla fotografia, voglio il carattere. Non amo la staticità. Lo cerco nell’espressione del viso, nello sguardo, nel sorriso appena visibile, nel gesto particolare. Lo stesso nella natura: in un albero non perfetto, in un movimento non uniforme delle piante, delle margherite o, semplicemente, delle erbacce.
Io sono del parere che il fotografo deve avere il proprio stile e deve essere riconoscibile.
Come un artista che quando espone le sue opere, la gente lo guarda e dice “Sì, è lui…”.
Questo concetto inconscio lo posseggono moltissimi artisti, ma non tutti. Fare una bella foto non significa essere un bravo fotografo. È più difficile mantenere il proprio stile e andare avanti, anche facendo alcuni cambiamenti.
Un fotografo contemporaneo deve essere riconoscibile già da una foto soltanto. Per questo nella mia fotografia c’è sempre un filo conduttore (inconscio probabilmente) che segue sempre una “linea di condotta” e se mi chiedete qual è, non lo saprei neanche dire,  perché la mia fotografia è classica, o ‘classicotta’ come la chiamo amorevolmente, con le ombre che giocano un ruolo essenziale… come nel ritratto così anche nel paesaggio o nel macro che non è un macro classico, è soltanto un ingrandimento che fa uscire oggetti illuminati in primo piano grazie alle ombre aggiunte.

Come si relazione il tuo fare fotografia, con il tuo scrivere e il tuo dipingere?
Dipingo per mangiare, scrivo per curiosità e possibilità di dire alcune cose che non riesco a dire normalmente, fotografo perché è l'unico modo che ho per esprimere un senso estetico ed artistico, e questo lavoro non mi porta mal di schiena o mal di testa.
La 'Fotografia' mi fa star bene, iniziando dalle camminate che per forza devi fare (a Lisbona, nel 2013, ho camminato per 4 giorni interi per tutta la città, su e giù per le colline, in lungo e in largo, dappertutto, senza mai prendere un mezzo di trasporto – 3000 fotografie, è stato il risultato).
Mi fa star bene, la fotografia, perché non ha fretta, non ti fa asciugare il colore, non ti fa modificare le sensazioni. Quando inizi a lavorare su ogni foto e capisci che uno scatto è perfetto – è un godimento mentale e nei tempi che corrono è una gran cosa!!!!

Natalia Bondarenko

L’artista:

Natalia Bondarenko è nata a Kiev, nel 1961.
È poetessa, pittrice e fotografa ucraina naturalizzata italiana.
Da ragazzina si è dedicata anche al canto, come mezzosoprano, e ha frequentato l'accademia della musica di Minsk (Bielorussia) dove si è laureata nel 1985. Tenendo poi concerti in tutta l'Unione Sovietica.
Nel 1990 si trasferisce in Italia a Milano, e nel 1994 a Pordenone.
L'incontro avvicinato con l'arte di Giorgio Celiberti e l'astrazione friulana la avvicinano alla pittura.
Attualmente partecipa a numerose mostre personali, collettive e manifestazioni fieristiche.
In poesia ha pubblicato diverse raccolte, e partecipato a festival e letture pubbliche.
È creatrice di “Poesia&friends” (dal 2015), un evento friulano di letteratura, arte e musica.
Dal 2016 fa parte della redazione della rivista letteraria Versante Ripido.
Vive e lavora a Udine.
È ideatrice del concorso nazionale di poesia “Pensare Scrivere Amare”.

rivista Fare Voci

curata da Giovanni Fierro

collaboratori:
Guido Cupani, Roberto Lamantea, Ilaria Battista
Livio Caruso, Salvatore Cutrupi.